Come essere un poeta (per mio promemoria), Wendell Berry

6a74ce8e255064dc7235f25e5ef7ba7c

… componi una poesia che non turbi
il silenzio da cui è nata.

Wendell Berry

 

 

I

Trova un posto per sederti.
Siediti. Resta in silenzio.
Dovrai fare affidamento su
affetti, letture, conoscenze,
abilità – più di quante
tu ne abbia – ispirazione,
impegno, maturità, pazienza,
perché la pazienza congiunge il tempo
all’eternità. Dubita
del giudizio
di chi elogia i tuoi versi.

II

Respira con respiro incondizionato
l’aria non condizionata.
Lascia perdere i fili elettrici.
Comunica con lentezza. Vivi
una vita a tre dimensioni;
stai lontano dagli schermi.
Stai lontano da tutto ciò
che offusca il luogo in cui si trova.
Non esistono luoghi che non siano sacri;
soltanto luoghi sacri
e luoghi profanati.

III

Accogli quanto viene dal silenzio.
Fanne il meglio che puoi.
Con le minute parole che a poco a poco nascono
dal silenzio, come preghiere
riverberate verso chi prega,
componi una poesia che non turbi
il silenzio da cui è nata.

Wendell Berry How to be a poet, New Collected Poems, Counterpoint Press, 2013

Trad. Vincenzo Perna (per la Lindau Edizioni: http://blog.lindau.it/ )

Tra le mosche del mercato, di F. Nietzsche e La pace delle cose selvagge, W. Berry

odins-cove-8-copy

Tutte le sorgenti profonde vivono con lentezza la loro esperienza: esse debbono attendere a lungo prima di sapere che cosa è caduto nella loro profondità.

F. Nietzsche

 

Entro nella pace delle cose selvagge
che non si complicano la vita per il dolore che verrà.

W. Berry

 

 

 

Amico mio, fuggi nella tua solitudine! Io ti vedo assordato dal fracasso dei grandi uomini e punzecchiato dai pungiglioni degli uomini piccoli.
La foresta e il macigno sanno tacere dignitosamente con te. Sii di nuovo simile all’albero che tu ami, dalle ampie fronde: tacito e attento si leva sopra il mare.
Là dove la solitudine finisce, comincia il mercato; e dove il mercato comincia, là comincia anche il fracasso dei grandi commedianti e il ronzio delle mosche velenose. […]Tutte le sorgenti profonde vivono con lentezza la loro esperienza: esse debbono attendere a lungo prima di sapere che cosa è caduto nella loro profondità. […]
I tuoi prossimi saranno sempre mosche velenose; ciò che in te è grande – proprio questo non può non renderli che più velenosi e sempre più mosche.
Amico mio, fuggi nella tua solitudine e là dove spira un’aria forte e inclemente. Non è tuo destino essere uno scacciamosche.

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi

 

Quando la disperazione per il mondo
cresce dentro di me
e mi sveglio di notte al minimo rumore
col timore di ciò che sarà della mia vita
e di quella dei miei figli,
vado a stendermi là dove l’anatra di bosco
riposa sull’acqua in tutto il suo splendore
e si nutre il grande airone.
Entro nella pace delle cose selvagge
che non si complicano la vita per il dolore che verrà.
Giungo al cospetto delle acque calme.
E sento su di me le stelle cieche di giorno
che attendono di mostrare il loro lume. Per un po’
riposo tra le grazie del mondo e sono libero.

Traduzione di Paolo Severini

Wendell Berry. L’ordine della natura

in Poesia n. 258 Marzo 2011, Crocetti Editore

[Foto: Beth Moon]

 

[Proprio in questi giorni pensavo alla ipocrisia di quei mercati delle mosche che sono i social network, e soprattutto mi riferisco a due aspetti di questi: e cioè l’ammassare (letteralmente) contatti, e la filosofia del “mi piace”. A chi crede di aver fatto un salto di qualità spegnendo la tv e connettendosi a questi, mi dispiace disilluderli, la filosofia è la stessa, il loro linguaggio simile: “è perfettamente pragmatico e non ammette reppliche, alternative, resistenze” (Pasolini). Ovviamente si potrebbe obiettare che di fatto sui social si comunica, anzi sembrano quasi essere il territorio della comunicazione per eccellenza! Ma se comunicare – come ci suggerisce il termine stesso – è un mettere in comune, e cioè condividere qualcosa di proprio con l’altro, soprattutto qualcosa di diverso all’altro, all’interno di un terreno condiviso, cosa abbiamo da spartire con la maggior parte dei nostri contatti, e, soprattutto, di così urgente? La nostra felicità? I nostri pensieri? La nostra follia? La nostra solitudine? Parlavo di ipocrisia, questo perché da che mondo è mondo, a parte rare eccezioni, le persone purtroppo sono spesso alimentate da un senso particolare di invidia verso l’altro, com’è possibile  invece che, da quando è arrivato Facebook nelle nostre case, abbiamo così tante persone felici della nostra felicità, interessate ai nostri pensieri, attente ai nostri progressi? E soprattutto: d’accordo con noi! Dove il massimo dell’alternativa, del contrasto sono i cosiddetti hater (di fatto malati) , mai una comunicazione basata sul dialogo, sul presentare prospettive diverse per poi lasciarsi contaminare dall’altro. Solo persone che girano su se stesse e si autocompiacciono della loro bontà o saggezza da “copia e incolla”. qualcosa non torna… e a non tornare ahimé siamo proprio noi, dove? a casa! Nella nostra dimora, nella nostra anima, nei pensieri, nei nostri interessi, attraverso la nostra corporeità, quella che ci permette di assaporare il gusto della vita e il piacere di ciò che ci circonda, un ritorno alla nostra solitudine, un ritorno alla pace delle cose selvagge, un ritorno all’autenticità dell’altro.

 

P.S. Ovviamente il discorso non è rivolto a quel 2-5% di mondo social che invece rappresenta una fonte inesauribile di condivisione e scambio; lo stesso vale per la televisione, della quale se ne fa un cattivissimo uso per lo più, ma che rappresenta (come ha rappresentato) un grande mezzo di condivione e formazione, il problema non sono i mezzi, anzi, ma l’uso ( o il cattivo uso) che se ne fa.]