Acqua scura, Ruth Padel

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… comincia così
la ricerca di un nuovo posto sulla terra
tra onde come anelli di un albero …

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la Grecia stava attraversando una grande recessione. I cittadini di Mitilene non riuscivano neppure a pagarsi un caffè ai bar del porto. Nelle strade secondarie le donne cercavano indumenti a poco prezzo. […]  Dappertutto notavo segni potenziali di risentimento nei confronti dei rifugiati. Eppure, nonostante la recessione, i caffè offrivano ai rifugiati la ricarica gratis dei cellulari, e la città era piena di graffiti che dicevano “rifuguati benvenuti”

Ruth Padel

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Ho scritto questo poemetto dopo una visita a Lesbo nel settembre 2016, a un anno dagli sbarchi di un ingente numero di rifugiati in Siria, a sei mesi dalla firma del trattato dell’Unione Europea con la Turchia, in base al quale per ogni rifugiato siriano tornato in Turchia dalle isole greche sarebbe stato accolto in Europa un richiedente asilo turco. Ma erano anche trascorsi due mesi dal tentativo di colpo di Stato in Turchia , che aveva dato il via allo stato di emergenza, all’arresto di migliaia di soldati, funzionari statali e uomini d’affari, e all’espulsione di ogni persona sospettata di avere legami con il movimento responsabile, secondo il governo turco, del tentato colpo di Stato. Vedevo la Turchia al di là del mare, un puntino violetto all’orizzonte. Mitilene, la città principale di Lesbo, dipendeva dal turismo turco, i menù davanti ai ristoranti e ai caffè erano in turco e in greco. Ma non c’era un turco che si azzardasse a partire per il momento e i caffè erano per lo più vuoti.
Scopo dell’accordo turco-europeo era di sospendere il flusso dei migranti attraverso l’Egeo: la Grecia avrebbe avuto il permesso di respingere in Turchia “tutti i nuovi migranti irregolari”. In cambio, gli Stati membri dell’Unione Europea avrebbero incrementato il collocamento dei rifugiati siriani in Turchia e accelerato la liberazione dei visti per i turchi e si erano impegnati a “rinvigorire” i colloqui ssull’ingresso nell’Unione Europea. Gli eventi in Turchia avevano fatto perdere ogni speranza. Il trattato aveva rallentato la di barconi ricolmi di rifugiati siriani, ma di notte continuavano gli sbarchi sulla costa. Le barche della Border Force aspettavano nel porto di Milete pronte a intercettarli […]

[…] la Grecia stava attraversando una grande recessione. I cittadini di Mitilene non riuscivano neppure a pagarsi un caffè ai bar del porto. Nelle strade secondarie le donne cercavano indumenti a poco prezzo. Ma la sera i ristoranti si riempivano dei funzionari delle organizzazione che gestivano gli aiuti internazionali e che, a differenza degli isolani,  potevano permettersi il vino, il cibo e le serate fuori. Dappertutto notavo segni potenziali di risentimento nei confronti dei rifugiati. Eppure, nonostante la recessione, i caffè offrivano ai rifugiati la ricarica gratis dei cellulari, e la città era piena di graffiti che dicevano “rifuguati benvenuti”. Mi resi conto che non si trattava solo di un senso di umanità, come quello manifestato dalle comunità siciliane e dell’Italia del sud verso le barche cariche di rifugiati, ma c’era anche il precedente di Smirne.

Nel 1922, nel corso del conflitto tra Grecia e Turchia, la popolazione greca della città turca di Smirne. ora Izmir, fu massacrata e gran parte della città fu data alle fiamme. La catastrofe di Smirne è incisa profondamente nella coscienza popolare grecaMolti greci fuggirono in barca verso Lesbo, l’isola vicina, e diventarono i nonni della generazione adulta di oggi. Hoparlato con una giornalista che aveva atteso per ore al buio e aveva aiutato a tirar fuori dalle onde i siriani scossi dai brividi, traumatizzati. Mi ha detto che le loro storie erano identiche a quelle raccontate da sua nonna, fuggita bambina da Smirne. [..]

[…] Sul muro di una moschea abbandonata ho letto dei graffiti che dicevano: “I nostri nonni erano rifugiati, noi siamo migranti, perchè dovremmo essere razzisti?

Ruth Padel

 

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Dove non c’era ninete
tutta la notte

dove non c’era niente
solo nebbia grigia

c’è ora una forma
abbandonata da Creonte

che avanza al tenue luccichìo
di un cellulare

esplode sulle rocce
frantumando la sabia – trafiggendo la pelle

tirali fuori Stige
segui il ritmo

fracidi fino al midollo
si abbracciano

e rabbrividiscono – e piangono
pietre aguzze

alberi che bisbigliano
la nostra lingua strana – senza dubbio

e le nostre mani – ruvide
scivolose – che li tirano fuori

dall’ultimo strappo delle onde
a un gorgogliare pigro di colombe

volti bagnati
nel fulgore sgualcito dell’alba

accesi – l’un l’altro
come se l’acquamantenesse la forma

dopo che la bocca si è rotta
un attimo impietrito e splendente

prima che i frantumi
cadano via

 

Ruth Padel, dalla rivista Poesia  n. 343 , Crocetti Editore, 2018

 

[C’è un’unica cosa che non mi trova d’accordo con questa bellissima testimonianza, la considerazione relativa agli aiuti fatti sulle isole italiane. Perchè sebbene  non ci sia una Smirne italiana, è però lo stesso identico sentimento – che immagino attraversi ogni isolano, ogni abitante di porti:  luoghi di incontri e scambi, a portare gli abitanti- che porta, tra timori e sentimenti contrastanti, ad accogliere e riscaldre i cuori di questi uomini migranti, intenti a trovare il modo di costruire una nuova vita. Un filo che in fondo lega tutti noi, che portimo inciso nel nostro baglio eistenziale: il nostro viaggio, noi che siamo viaggio, percorso, migrazione; noi che sappiamo il mare in quanto popolo che si affaccia per i due terzi sul mare; e noi in quanto specie, che se non avesse un giorno deciso di mettersi in viaggio, affrontando il mare, la paura, gli ostacoli, le discriminazioni, probabilmente non sarebbe qui a popolare la Terra. Ognuna di quelle migrazioni ci riguarda, perchè in ognuna di esse, in ogni singola esistenza migrante c’è sempre un po’ della nostra migrazione esistenziale.

 

Gilda M.]

Madrigale, Octavio Paz

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Più trasparente
di quella goccia d’acqua
tra le dita del rampicante
il mio pensiero tende un ponte
da te stessa a te stessa
Guardati
più reale del corpo che abiti
ferma in mezzo alla mia fronte

Sei nata per vivere in un’isola.

Octavio Paz da Verso l’inizio (in Vento Cardinale e altre poesie, Mondadori, 1984)

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Madrigal

Más transparente
que esa gota de agua
entre los dedos de la enredadera
mi pensamiento tiende un puente
de ti misma a ti misma
Mírate
más real que el cuerpo que habitas
fija en el centro de mi frente

Naciste para vivir en una isla.

Octavio Paz da Hacia el comienzo (in Poemas: 1935-1975, Ed. Seix Barral, 1979)