100 di questi anni, caro Tonino…

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Adesso sto sempre in casa
e sposto carte o guardo
oltre i vetri della finestra
le mandorle secche attaccate ai rami
che arrivano fino quassù
e sembrano pendagli alle orecchie
di gente che non c’è più.
O sto seduto su una sedia
vicino al camino
e si fa notte presto
con la luce che cade dietro le montagne
e io vado a letto con la voglia di sognare
i giorni che nevicava a Mosca,
e io ero innamorato.

Si fa notte presto, Tonino Guerra

 

TONINO GUERRA, poeta, scrittore e sceneggiatore di fama internazionale, è nato il 16 marzo 1920 a Santarcangelo di Romagna, dove è scomparso il 21 marzo 2012.

Vissuto per trent’anni a Roma, con lunghe soste in Russia, divenuta sua seconda patria, alla fine degli anni ’80 si è trasferito a Pennabilli, antica città malatestiana del Montefeltro, dove era solito trascorrere lunghi periodi estivi, e nella quale è sepolto.

Figlio di genitori contadini (alla madre analfabeta insegnerà a scrivere), durante la seconda guerra mondiale viene deportato in Germania e rinchiuso in un campo d’internamento dove inizia a comporre i primi versi in lingua romagnola. Nell’immediato dopoguerra pubblica la sua prima raccolta di poesie in dialetto, I scarabócc. A questa ne seguono altre, fra le quali I Bu (1972), pietra miliare nella sua opera letteraria. Come prosatore esordisce nel 1952 con il racconto La storia di Fortunato, edito nella collana Einaudi I Gettoni diretta da Elio Vittorini. Pubblica cinquanta libri fra racconti e poesie, vincendo numerosi premi: il Pirandello, il Pasolini, il Gozzano, il Nonino, il Carducci e il Comisso.

Dai primi anni ’50 si è dedicato alla sceneggiatura e ha scritto per i più grandi registi dell’epoca, compresi Vittorio De Sica, Michelangelo Antonioni, Federico Fellini, i fratelli Taviani, Elio Petri, Mario Monicelli, Francesco Rosi, Theo Anghelopulos e Andrej Tarkovskij. Oltre 120 i film da lui sceneggiati, da L’Avventura di Antonioni ad Amarcord di Fellini, vincitore del Premio Oscar. Nella sua lunga carriera ha collezionato quattro David di Donatello, tre nomination all’Oscar, l’Oscar Europeo del Cinema come Miglior Sceneggiatore e una Palma d’Oro a Cannes.

Artista multidisciplinare, alla stregua dei grandi umanisti del Quattrocento, ha espresso i temi della sua poesia nelle più diverse forme artistiche, come si evince dalla collezione delle sue opere in esposizione al museo permanente Nel mondo di Tonino Guerra a Santarcangelo di Romagna.

Biografia e tante altre poesie su http://museotoninoguerra.com/it/home/

Carissimi…

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Dalla culla del tempo in perpetuo dondolio (W. Whirman)

dal film Intolerance, D. Griffith (1916)

 

Carissimi,

siamo in un momento storico importante, la nostra Patria, il nostro senso civico, oltre che la legge, ci chiamano alla responsabilità reciproca. Il Coronavirus, un male  fino a due mesi fa sconosciuto, inesistente, descritto in mille modi – dalla banale influenza al virus letale – ha messo a nudo tutta la precarietà della vita umana, ha lasciato riemergere tutte le paure che l’uomo, quale essere tra gli esseri viventi, porta in sé. Ha fatto emergere la superficialità e la stoltezza, ma anche il senso di solidarietà che è in ognuno di noi.  Abbiamo per la prima volta, dopo il secondo dopoguerra, la necessità ma anche la fortuna di dover rallentare, iniziando a guardare a cosa realmente conta: agli affetti sinceri, ai piccoli gesti, al camminare piuttosto che correre, al restare piuttosto che all’andare. Siamo tutti chiamati a “restare a casa”. Ma questo stare a casa può avere molti altre significati, è un tornare alle nostre origini, un ritorno alla radice, alla culla che protegge e allevia dagli umani affanni (Leopardi). Dalla culla del tempo in perpetuo dondolio (W. Whirman), scopriamo che esserci è andare, maDove stiamo andando?” “A casa”, scrive Novalis.

Gli artisti in generale, ma soprattutto gli scrittori e i poeti, ci hanno insegnato in ogni secolo e luogo del mondo, come il restare, il fermarsi, il tempo lento dell’attesa e dell’ascolto possa portare con sé meraviglie indescrivibili, possa lasciar emergere l’abisso che è in ognuno di noi per trasformarlo in meraviglia. In questo momento, siamo chiamati a fermarci, a sostare, ma sappiamo che non durerà molto, certo non in eterno. Perchè in fondo questo sostare lo conosciamo tutti molto bene:  è ciò che almeno una volta nella vita abbiamo fatto come singoli, in solitudine spesso, chi per salute, chi per stare accanto a un parente malato, chi per mancanza di lavoro, chi perché deluso da qualcosa o qualcuno. Un fermarsi che quasi si è realizzato in maniera naturale, senza doverci costringere a farlo, oggi siamo chiamati a farlo per reciproco dovere e rispetto, con determinazione e coraggio, ma non in solitudine, insieme, uniti!

Il mio  pensiero va a tutte quelle persone che stanno lottando tra la vita e la morte, a chi purtroppo non ce l’ha fatto; ai parenti che piangono e a quelli che attendono il ritorno dei propri cari; ma anche ai medici che stanno facendo il possibile per salvare più vite umane possibili, le nostre vite, e alle scelte difficili che sono chiamati ogni giorno a fare. Ma va anche a tutte le persone che per una ragione o per un’altra, sono chiuse in casa preoccupate di non farcela, perché malati, perché anziani e perché soli. Vorrei dire loro che non sono soli, e che ogni vita dal tenero boccioli alla secolare quercia è preziosa  su questa Terra. A loro e a tutti voi va il mio pensiero e i versi che cercherò di condividere con costanza in questi giorni qui, perché a dispetto di ciò che si dica, in tanti cercano ogni giorno un verso, una poesia, una citazione che sia per curiosità, per studio, o per alleviare un dolore, la poesia batte, e il suo battito vola alto.

Un abbraccio a tutti,

Gilda

Tienimi, Davide Rondoni

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… mentre molti godono e ballano,
le luci del porto feriscono
e le stazioni ci inghiottono
e i portici ci disegnano, mentre
molti piangono e cercano
come rialzare lo sguardo, tienimi

mentre va in scena il mondo
tremendamente
e il cielo segretamente lo tiene…

D. Rondoni

 

Tienimi. Mentre il mondo passa
urlando.
Mentre i i fiori silenziosi
si chiudono
e si affacciano le stelle.
Mentre milioni di pittori angelici
preparano l’alba. E le
vetrine si accendono sui viali
trafficati, mentre gli uomini
si svegliano al loro posto
o altrove e i leggerissimi tir
svaniscono come ultime ombre
azzurre sulle autostrade, mentre
Lisbona guarda New York
e il cerbiatto guarda timoroso la radura,
mentre molti godono e ballano,
le luci del porto feriscono
e le stazioni ci inghiottono
e i portici ci disegnano, mentre
molti piangono e cercano
come rialzare lo sguardo, tienimi

mentre va in scena il mondo
tremendamente
e il cielo segretamente lo tiene…

Davide Rondoni
[Foto: Marc Chagall, Paysage bleu ]

Haraga, Ingrid de Kok

 

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Fino a quando il DNA non ti riporterà
alla città ferita, ai parenti morti,
questa porta rimarrà  aperta.
Resta fuori, se non credi a queste parole,
oppure vieni, anche se per poco, dentro.

Ingrid de Kok

 

 

Per Sandro, amico di migranti

Italia, 2009

Sei arrivato da lontano.
Hai attraversato frontiere, distrutto documenti,
sepolto il tuo nome prima del passaggio.
Poi hai cancellato la pelle dei polpastrelli
che hanno toccato madre, amante,
e la tua terra quando era più dolce.
Nella cera bollente. Haraga: quelli che si sono  bruciati.
Quel fuoco sarà sempre più forte
Ora di quello che ti pulsa in petto.
Solo impronte e storie rimaste

a tracciare i passi del tuo addio
al di là dell’ altopiano, del bassopiano
fino alla barca che fa acqua, al container asfissiante, al campo di filo spinato,
fino al tuo arrivo qui, dove
vogliono a ogni costo sapere chi eri prima
per rispedirti indietro.
Senza documenti sei tutto e niente,
tornasole per la prova  di un altro paese.
Senza tregua ora, tabula rasa, nemico senza stato
di quanti hanno  labbra e dita leggibili.

Xeno: straniero, estraneo, ospite,
anche se il mio paese ti dà la caccia,
benvenuto a casa mia.
I miei amici ti difenderanno in tribunale
ma poco si potrà fare
per la memoria ustionata delle dita
e il tuo cuore di frontiera.
Fino a quando il DNA non ti riporterà
alla città ferita, ai parenti morti,
questa porta rimarrà  aperta.
Resta fuori, se non credi a queste parole,
oppure vieni, anche se per poco, dentro.

Ingrid de Kok, da Other Signs (Kwela Book, 2011)

 

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For Sandro, friend to many migrants

Italy, 2009

You have come a long way.
Crossed frontiers, burnt documents,
buried your name before the passage.
Then you stripped your fingertips
which had touched mother, lover,
your land when it was kinder.
In boiling wax. Haraga: those who have burnt.
That pulse will alway now
beat deeper than the throbbling in your chest.
Only footprints and stories left

to trace your farawell steps
across high land, low land,
to leaking boat, airless container, barbed camp,
till you reached here, where
they badly want to know who you once were
in order to send you back.
Without ID you are nothing and everything,
litmus for another country’s acid test.
No rest now, blank slate, stateless enemy
of those whose lips and fingers can be read.

Xeno: foreigner, stranger, guest,
though my country hunts you down,
welcome to my hearth.
My friends will plead for you in court
but there is little we can do
for finger’s seared memory
and your frontier heart.
Until DNA traces you to
scarred city, dead kin,
this door is open.
Stay out, if you mistrust these words,
or come, however briefly, in.

Ingrid de Kok, from Other Signs (Kwela Book, 2011)

trad.  Paola Splendore

 

[Foto: Ombre scure, Alessandra Giovannoni]

 

[Apartheid: una parola che Ingrid de Kok ha conosciuto tardi, ma bene, e contro la quale nel suo cammino di poetessa ha inciso la sua poesia. Lei: africana, ma di un’Africa altra:  quella privileggiata, bianca, ricca, ma anche saccheggiata, sdradicata, separata appunto; una ferita ancora sanguinante, nonostante tutto, nonostante Mandela, nonostate l’Ubuntu. Tra le sue terre sempre più deprivate, povere, frammentate si combattono guerre senza nome, lotte senza bottini, persone senza volti. E da lì, anche da lì (come dai tanti luoghi, sempre più numerosi e sconosciuti) partono i migranti: quegli stranieri che non meritano un volto, un nome, una terra, dai quali ci si deve guardare bene nonostante non siano loro a inquinare, derubare, sporcare, ferire questa Terra come questo Cielo, questo Mare comune, nonostante non siano “loro” il vero nemico, ma forse noi stessi, la nostra cecità.
Ed ecco che nel frastuono di parole urlate, imposte, taciute, negate… arriva ben oltre se stessa: la Poesia, con la sua placida e folgorante luce – a spezzare una verità e a lasciar  cadere frammenti di assoluto. Un piccolo canto alla vita, alla giustizia, una porta aperta all’Altro come mano tesa e in attesa di un domani fatto si strade, vie, case e dove le porte restistono aperte.]

 

A sostegno di Carola Rackete

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Questo blog sostiene Carola Rakete e il suo coraggio!

C’è chi crede che tra le mura del carcere quelle persone smetteranno di essere nemiche; che svanirà la loro influenza e le loro voci non turberanno più le orecchie dello Stato. Ciò significa ignorare quanto la verità sia più forte dell’errore; e che assai più efficace ed eloquente diventerà la battaglia contro l’ingiustizia da parte di chi ne ha sperimentato un po’ sulla propria persona.

Fa che il tuo voto sia completo, non soltanto un foglietto di carta, ma porti con sé tutta la tua influenza. Una Minoranza che si conformi alla maggioranza è senza forza, non è neppure più una minoranza; ma diventa irresistibile quando si oppone con tutto il suo peso.

H. David Thoureau, La disobbedienza civile

Non in nome mio, Andrea Camilleri

i porti devono essere aperti a tutti,
mai chiusi, perchè i porti spesso sono
la riva sognata dalla gente, da migliaia di persone

 

Ci tengo quale cittadino italiano, a dire questa frase: “NON IN NOME MIO”. Mi spiego meglio, lo sgombero avvenuto a Castelnuovo di Porto di una comunità di 540 migranti che erano riusciti perfettamente a integrarsi nella società italiana, con i bambini che da due anni frequentavano le scuole italiane, con gente che lavorava e pagava le tasse, in Italia questo sgombero è persecutorio, cioè a dire attenzione stiamo entrando assolutamente in un regime di violenza, di prepotenza; non solo di difesa contro l’emigrazione, oscena, perchè i porti devono essere aperti a tutti, mai chiusi, perchè i porti spesso sono la riva sognata dalla gente, da migliaia di persone, gli si chiude la porta in faccia; non solo ma si comincia a perseguitare coloro che ormai sono italiani, integrati perfettamente. Questa è un’ossessione, rendetevene conto. NON IN NOME IO: io mi rifiuto di essere cittadino italiano complice di questa nazista volgarità.

 

 

[Così vorrei ricordare questa importante giornata, la Giornata della memoria, perchè la storia non si ripeta, perchè si aprano finalmente gli occhi e ci si accorga che la storia la si fa vivendo e che le parole sono importanti, e queste parole lo sono più di tante altre. Ma non solo per questo, Camilleri, grande intellettuale ma soprattutto uomo longevo e saggio, parla con grande passione di una questione umana a cui tiene molto lo si vede, lo si sente. Ricordiamo dunque, il nostro primo dovere: essere umani. NON IN NOME MIO!]

Spazio, Anna Swirszczynska

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Sono uno spazio
disabitato.
Non popolatemi,
non ammobiliatemi,
non mettetemi dentro niente.

 

 

Sono uno spazio
disabitato.
Vi prego,
non popolatemi.
Non mettetemi dentro niente.
Nè sedia, né speranza di resurrezione,
né tavola pitagorica,
né scopo,
né codice stradale,
né nome, né età, né sesso.

E neppure un’ epoca con tutte le sue pene,
né l’appartenenza al genere umano.

Sono uno spazio
disabitato.
Non popolatemi,
non ammobiliatemi,
non mettetemi dentro niente.

Sono uno spazio
allo stato puro.
Perfetta,
non intorbidita,
da tutto
libera.

 

Anna Swirszczynska, Spazio, trad. Giorgio Origlia in Poesia Crocetti 344

 

[Non so se esista ormai al mondo uno spazio tale, nel mondo esterno come in quello interno sembra che uno spazio simile sia vietato. Forse prima della nascita, forse ancor prima, forse nell’Universo, nel caos primordiale (che tanto ci spaventa e affascina) ma da uno spazio così, in un mondo fatto di vite segnate da mille confini e perciò cicatrici, si potrebbe ripensare la vita, l’esistenza tutta. ]

Lettera ai bambini, Gianni Rodari

 

liberare gli schiavi
che si credono liberi.

G. Rodari

 

È difficile fare
le cose difficili:
parlare al sordo
mostrare la rosa al cieco.

Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi.

Gianni Rodari, Lettera ai bambini inParole per giocare,  Manzuoli Editore (1979)

 

[Il primo augurio e la prima speranza per il nuovo anno, per me come per voi, è di poter liberare questo mondo, sempre più oltraggiato in ogni sua dimensione dalle forme di privatizzazione sempre più pervasive e insistenti, subdole e sottili di cui purtroppo è oggi ostaggio il nostro meraviglioso pianeta, così come le specie che vi abitano compreso, l’uomo per mano di altri uomini. Il secondo è di poter credere che le generazioni future siano meno miopi di fronte all’illusione di un progresso cieco, dissacrante e criminale e possano indirizzare le nuove scoperte e conoscenze verso un’etica del bene comune. La terza è che gli uomini di oggi- noi qui, tutti- che abbiamo avuto la meravigliosa occasione di attraversare questi paesaggi, possiamo renderci conto che piccole scelte e buone riflessioni, i piccoli gesti quotidiani possono cambiare il mondo.

Grazie a tutti!

 

Gilda M]

[Foto: Wayne Miller, Children in a movie theater, 1958]

I portatori di sogni di Gioconda Belli e Novecento di Bernardo Bertolucci

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Li hanno chiamati illusi, romantici, pensatori di utopie,
hanno detto che le loro parole sono vecchie
– e in effetti lo erano
perché antica è la memoria del paradiso nel cuore dell’uomo –
gli accumulatori di ricchezze li temevano
e lanciavano eserciti contro di loro,
però i portatori di sogni tutte le notti facevano l’amore
e continuava a germinare il loro seme nel ventre di quelle
che non solo portavano i sogni ma li moltiplicavano
e li facevano correre e parlare.

Gioconda Belli

 

 

In tutte le profezie
sta scritta la distruzione del mondo.
Tutte le profezie raccontano
Che l’uomo creerà la propria distruzione.
Ma i secoli e la vita che sempre si rinnova
Hanno anche generato una stirpe di amatori e sognatori;
uomini e donne che non sognano la distruzione del mondo,
ma la costruzione di un mondo pieno di farfalle e usignoli.
Già da bambini erano segnati dall’amore.
Al di là delle apparenze quotidiane
conservavano la tenerezza e il sole di mezzanotte.
Le madri li trovavano piangenti per un uccellino morto
e più tardi trovarono anche molti di loro
morti come uccellini.
Questi esseri convissero con donne traslucide
e le resero gravide di miele e figli nutriti
da un inverno di carezze.
Fu così che proliferarono nel mondo i portatori di sogni
ferocemente attaccati dai portatori di profezie
che annunciano catastrofi.
Li hanno chiamati illusi, romantici, pensatori di utopie,
hanno detto che le loro parole sono vecchie
– e in effetti lo erano
perché antica è la memoria del paradiso nel cuore dell’uomo –
gli accumulatori di ricchezze li temevano
e lanciavano eserciti contro di loro,
però i portatori di sogni tutte le notti facevano l’amore
e continuava a germinare il loro seme nel ventre di quelle
che non solo portavano i sogni ma li moltiplicavano
e li facevano correre e parlare.
In questo modo il mondo generò nuovamente la propria vita
così come aveva generato quelli
che inventarono il modo di spegnere il sole. –
I portatori di sogni sopravvissero ai climi gelidi
ma nei climi caldi quasi sembravano sbocciare
per generazione spontanea.
Forse le palme, i cieli azzurri, le piogge torrenziali
avevano qualcosa a vedere con questo,
la verità è che come laboriose formichine
questi esemplari non smettevano di sognare e di costruire bei mondi,
mondi di fratelli, di uomini e donne che si chiamavano compagni,
che insegnavano l’uno all’altro a leggere,
si consolavano nelle morti
si curavano e aiutavano fra loro, si volevano bene, si appoggiavano
nell’arte di amare e nella difesa della felicità.
Erano felici nel loro mondo di zucchero e vento
e da ogni parte venivano a impregnarsi del loro alito
e dei loro sguardi luminosi
e in ogni direzione partivano quelli che li avevano conosciuti
portando sogni
sognando profezie nuove
che parlavano di tempi di usignoli e di farfalle
in cui il mondo non sarebbe finito in un’ecatombe
ma, al contrario, gli scienziati avrebbero progettato
fontane, giardini, giochi sorprendenti
per rendere più gioiosa la felicità dell’uomo.
Sono pericolosi – stampavano le grandi rotative
Sono pericolosi – dicevano i presidenti nei loro discorsi
Sono pericolosi – mormoravano gli artefici di guerra
Bisogna distruggerli- stampavano le grandi rotative
Bisogna distruggerli – dicevano i presidenti nei loro discorsi
Bisogna distruggerli – mormoravano gli artefici di guerra.
I portatori di sogni conoscevano il loro potere
e perciò non si sorprendevano.
E sapevano anche che la vita li aveva generati
per proteggersi dalla morte annunciata dalle profezie.
E perciò difendevano la loro vita anche con la morte.
E perciò coltivavano giardini pieni di sogni
e li offrivano in dono con grandi nastri colorati;
e i profeti dell’oscurità passavano notti e giorni interi
controllando tutti i passaggi ed i sentieri,
cercando quei carichi pericolosi
che non hanno mai potuto intercettare,
perché chi non ha occhi per sognare
non vede i sogni né di giorno né di notte.
E nel mondo si è scatenato un gran traffico di sogni
che i trafficanti della morte non riescono a bloccare;
e dappertutto ci sono quei pacchi con grandi nastri colorati
che solo questa nuova stirpe di veri esseri umani può vedere
e i semi dei loro sogni non si possono scoprire
perché sono racchiusi in rossi cuori
o in ampie vesti di maternità
dove i piedini sognatori caprioleggiano
nei ventri che li portano.
Dicono che la terra dopo averli partoriti
scatenò un firmamento di arcobaleni
e soffiò fecondità nelle radici degli alberi.
Noi sappiamo solo che li abbiamo visti
Sappiamo che la vita li generò
per proteggersi dalla morte che annunciano le Profezie

 

 

___________________________________
En todas las profecías
está escrita la destrucción del mundo.

Todas las profecías cuentan
que el hombre creará su propia destrucción.

Pero los siglos y la vida
que siempre se renueva
engendraron también una generación
de amadores y soñadores,
hombres y mujeres que no soñaron
con la destrucción del mundo,
sino con la construcción del mundo
de las mariposas y los ruiseñores.

Desde pequeños venían marcados por el amor.
Detrás de su apariencia cotidiana
Guardaban la ternura y el sol de medianoche.
Las madres los encontraban llorando
por un pájaro muerto
y más tarde también los encontraron a muchos
muertos como pájaros.
Estos seres cohabitaron con mujeres traslúcidas
y las dejaron preñadas de miel y de hijos verdecidos
por un invierno de caricias.
Así fue como proliferaron en el mundo los portadores sueños,
atacados ferozmente por los portadores de profecías
habladoras
de catástrofes.
los llamaron ilusos, románticos, pensadores de
utopías
dijeron que sus palabras eran viejas
y, en efecto, lo eran porque la memoria del paraíso
es antigua
el corazón del hombre.
Los acumuladores de riquezas les temían
lanzaban sus ejércitos contra ellos,
pero los portadores de sueños todas las noches
hacían el amor
y seguía brotando su semilla del vientre de ellas
que no sólo portaban sueños sino que los
multiplicaban
y los hacían correr y hablar.
De esta forma el mundo engendró de nuevo su vida
como también habia engendrado
a los que inventaron la manera
de apagar el sol.
Los portadores de sueños sobrevivieron a los
climas gélidos
pero en los climas cálidos casi parecían brotar por
generación espontánea.
Quizá las palmeras, los cielos azules, las lluvias
torrenciales
Tuvieron algo que ver con esto,
La verdad es que como laboriosas hormiguitas
estos especímenes no dejaban de soñar y de construir
hermosos mundos,
mundos de hermanos, de hombres y mujeres que se
llamaban compañeros,
que se enseñaban unos a otros a leer, se consolaban
en las muertes,
se curaban y cuidaban entre ellos, se querían, se
ayudaban en el
arte de querer y en la defensa de la felicidad.

Eran felices en su mundo de azúcar y de viento
de todas partes venían a impregnarse de su aliento
de sus claras miradas
hacia todas partes salían los que habían conocido
portando sueños
soñando con profecías nuevas
que hablaban de tiempos de mariposas y ruiseñores
y de que el mundo no tendría que terminar en la
hecatombe.
Por el contrario, los científicos diseñarían
puentes, jardines, juguetes sorprendentes
para hacer más gozosa la felicidad del hombre.

Son peligrosos – imprimían las grandes
rotativas
Son peligrosos – decían los presidentes
en sus discursos
Son peligrosos – murmuraban los artífices de la guerra.

Hay que destruirlos – imprimían las grandes
rotativas
Hay que destruirlos – decían los presidentes en sus
discursos
Hay que destruirlos – murmuraban los artífices de la guerra.

Los portadores de sueños conocían su poder
por eso no se extrañaban
también sabían que la vida los había engendrado
para protegerse de la muerte que anuncian las
profecías
y por eso defendían su vida aun con la muerte.
Por eso cultivaban jardines de sueños
y los exportaban con grandes lazos de colores.
Los profetas de la oscuridad se pasaban noches
y días enteros
vigilando los pasajes y los caminos
buscando estos peligrosos cargamentos
que nunca lograban atrapar
porque el que no tiene ojos para soñar
no ve los sueños ni de día, ni de noche.
Y en el mundo se ha desatado un gran tráfico de
sueños
que no pueden detener los traficantes de la muerte;
por doquier hay paquetes con grandes lazos
que sólo esta nueva raza de hombres puede ver
la semilla de estos sueños no se puede detectar
porque va envuelta en rojos corazones
en amplios vestidos de maternidad
donde piesecitos soñadores alborotan los vientres
que los albergan.

Dicen que la tierra después de parirlos
desencadenó un cielo de arcoiris
y sopló de fecundidad las raíces de los árboles.
Nosotros sólo sabemos que los hemos visto
sabemos que la vida los engendró
para protegerse de la muerte que anuncian las
profecías.

Gioconda Belli, da  La costola di Eva ( La costilla de Eva), 1987

 

[Foto: dal film Novecento, Attilio Bertolucci, 1976]

Il nulla si è rivoltato anche per me, Wislawa Szymborska

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E a me è capitato di esserti accanto.
E davvero non vedo in questo nulla
di ordinario.

Wislawa Szymborska

 

Il nulla si è rivoltato anche per me.
Davvero si è rovesciato dall’altro lato.
Dove mai sono finita –
dalla testa ai piedi fra i pianeti,
neppure ricordando com’era il non esserci.

O mio qui incontrato, o mio qui amato,
posso solo intuire, la mano sulla tua spalla,
quanto vuoto ci spetta da quell’altra parte,
quanto silenzio là per un grillo qui,
che assenza di prato là per un filo d’erba qui,
e il sole dopo il buio come risarcimento
in goccia di rugiada – per quali arsure là!

Lo stellare a casaccio ! Il di qui alla rovescia!
Disteso su curvature, pesi, ruvidità e moti!
Intervallo nell’infinito per il cielo sconfinato!
Conforto dal non spazio in forma di betulla!

Ora o mai il vento scuote una nuvola,
perché il vento è proprio ciò che là non soffia.
E lo scarabeo prende il sentiero in abito scuro di testimone
dell’evento d’una lunga attesa d’una vita breve.

E a me è capitato di esserti accanto.
E davvero non vedo in questo nulla
di ordinario.

 

Wislawa Szymborska, Ogni Caso