Paolo Statuti e il diapason del traduttore

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“Le mie prime traduzioni di poesia risalgono all’inizio degli anni ’70, quando frequentavo la facoltà di Lingue e Letterature Straniere Moderne (ramo slavo) all’Università di Roma. Un giorno chiesi all’assistente del mio professore Angelo Maria Ripellino, quale fosse secondo lui la migliore traduzione italiana del poema “I dodici” di Aleksandr Blok. Egli me ne indicò un paio ma poi, vista forse la mia faccia poco convinta, aggiunse con una velata punta d’ ironia: “Se queste versioni non la soddisfano, può sempre tradurselo da sé”. Accolsi senza indugio l’invito e il risultato fu una nuova versione del poema, che piacque subito e venne pubblicata dalla “Fiera Letteraria” (F.L. n. 18, 13.6.1971).”

 

Così ha inizio quella che sarà la storia di uno dei traduttori più importanti del nostro secolo. A lui dobbiamo innumerevoli traduzioni:   Edgar Allan Poe, Thomas Moore, santa Teresa d’Avila, J. Wolker, Karel Havliček Borovsky, A. Blok, V. Chlebnikov, E. Bagrickij, W. Chodasewicz, V. Inber; ma soprattutto a lui dobbiamo (ed è un debito senza possibilità di riscatto) l’enorme passione e interesse, nel lavorio incessante del vero ricercatore unito alla costante pazienza dell’artigiano. Un lavoro difficile, quello del traduttore, carico di responsabilità, ma nello stesso tempo di mistero. “Traduzione quale tradimento” secondo Eco, o quale “Mistificazione” secondo Nobokov ma forse ancora meglio traduzione quale atto di fede: quello verso la parola, che già di per sé è imbevuta di mille significati culturali, sociali, storici e personali. E il mistero cresce e si moltilica a dismisura se si tratta di poesia, ecco allora che la traduzione “non può fare a meno delle proprie capacità creative, dell’inventiva, dello slancio, dell’intuito“. (Jan Parandowski). Ed effettivamente, quello che più si percepisce di questo traduttore così attento ai testi quanto a chi li scrive e legge, è proprio l’immensa passione creativa, cosa che lo spinge dal 2012 a pubblicare prestigiose traduzioni di testi altrimenti sconosciuti nel suo blog personale, destinato a diventare pietra miliare e punto di riferimento per giovani traduttori, ma anche critici, poeti, lettori. Ed ecco allora la necessità di segnalare qui questa importante realtà.

 

Considero un testo poetico da tradurre come un testo musicale da interpretare, ma mentre il virtuoso concertista deve fare appello unicamente alla sua tecnica e sensibilità artistica, il traduttore deve, in aggiunta, utilizzare un diapason diverso da quello del testo originale, nella speranza di raggiungere, per quanto è possibile, lo stesso effetto e gli stessi pregi nella sua propria lingua. […]

Vorrei riportare ora un bel brano di una lezione dello scrittore polacco Jan Parandowski, dedicata alla traduzione letteraria: “Il traduttore, se vuole essere degno dei suoi autori, non può fare a meno delle proprie capacità creative, dell’inventiva, dello slancio, dell’intuito…Quanta bellezza lo attende per la sua fatica…E quanto è bella la fatica stessa!…E’ un fatto straordinario, una insolita e inebriante avventura. Scegliere la cadenza delle frasi, decidere quale tra dieci sinonimi sia proprio quello che rende il testo comprensibile…e gli dà una nuova vita – non di un automa, ma di una creatura come generata nella libertà dello sforzo creativo”. Proprio queste parole dello scrittore polacco spiegano, tra l’altro, perché io ami tanto tradurre la poesia.

Mi rendo conto che realizzare una traduzione che uguagli perfettamente l’originale è pura utopia, o un caso molto fortunato, come dice Shelley. Personalmente cerco di ricreare con fedeltà il testo poetico, sia pure con certi inevitabili mancamenti. Mi piace conservare le rime, anche se ciò costringe a volte ad allontanarsi dall’originale e a creare nuove immagini, pur restando esse consone al pensiero del poeta e allo spirito del testo da tradurre. Sì, mi piace mantenere le rime perché esse, se non sono banali, costituiscono un’ulteriore sfida, un’ulteriore soddisfazione, e aiutano a conservare la musicalità del verso.

Paolo Statuti

 

Il testo integrale da me citato solo in parte lo trovate al seguente link: https://musashop.wordpress.com/2012/01/

Il blog di Paolo Statuti, del quale vi consglio la visione: https://musashop.wordpress.com/tag/paolo-statuti/

Quando tu sarai vecchia, William Butler Yeats

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Quando tu sarai vecchia, tentennante
tra fuoco e veglia prendi questo libro,
leggilo senza fretta e sogna la dolcezza
dei tuoi occhi d’un tempo e le loro ombre.

Quanti hanno amato la tua dolce grazia
di allora e la bellezza di un vero o falso amore.
Ma uno solo ha amato l’anima tua pellegrina
e la tortura del tuo trascolorante volto.

Cùrvati dunque su questa tua griglia di brace
e di’ a te stessa a bassa voce Amore
ecco come tu fuggi alto sulle montagne
e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle.

 

William Butler Yeats, Quando tu sarai vecchia, Traduzione di Eugenio Montale

[Foto : Ruth Orkin – American girl in Italy ]