Il cielo è di tutti, Gianni Rodari

 

Spiegatemi voi dunque,
in prosa o in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la Terra è tutta a pezzetti.

G. Rodari

 

 

Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi,
di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo.
È del vecchio e del bambino,
dei romantici e dei poeti,
del re e dello spazzino.

Il cielo è di tutti gli occhi,
e ogni occhio, se vuole,
si prende la Luna intera,
le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,
in prosa o in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la Terra è tutta a pezzetti.

 

Gianni Rodari, da Il cielo è di tutti, Emme Edizioni

 

[Foto: Katrin Korfmann]

Amanti, Eugenio Montejo

dipinto Antoni Guansé Brea

Si amavano. Non erano soli sulla sponda
della loro prima notte.
Ed era la terra quella che si amava in loro,
l’oro notturno dei loro giri,
la galassia.

E. Montejo

 

Si amavano. Non erano soli in terra;
avevano la notte, le loro veglie blu,
le loro nuvolaglie.

Vivevano uno nell’altro, si palpavano
come due petali non aperti nel fondo
di un fiore d’aria.

Si amavano. Non erano soli sulla sponda
della loro prima notte.
Ed era la terra quella che si amava in loro,
l’oro notturno dei loro giri,
la galassia.

Oramai non avrebbero due morti. Non si allontaneranno.
Nudi, meravigliati, i loro corpi si distendevano
come file di luci in un lungo aeroporto
dove qualcosa doveva arrivare da molto lontano,
non troppo tardi.

___________________________________________

Se amaban. No estaban solos en la tierra;
tenían la noche, sus vísperas azules,
sus celajes.

Vivían uno en el otro, se palpaban
como dos pétalos no abiertos en el fondo
de alguna flor del aire.

Se amaban. No estaban solos a la orilla
de su primera noche.
Y era la tierra la que se amaba en ellos,
el oro nocturno de sus vueltas,
la galaxia.

Ya no tendrían dos muertes. No iban a separarse.
Desnudos, asombrados, sus cuerpos se tendían
como hileras de luces en un largo aeropuerto
donde algo iba a llegar desde muy lejos,
no demasiado tarde.

Eugenio Montejo, Amantes (Venezuela)espa/ita

Traduzione: cctm

 

[Foto: Antoni Guansé Brea, dipinto]

Oroscopo, Cecília Meireles

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Nessuno sa
che fiume, che fiume
di lutto circonda
la terra profonda
che calco e che sono

C. Meireles

 

 

Dovrebbero essere Venere
e Giove, sì,
che almeno, almeno,
mi guardassero,
generando cammini
chiari e sereni
da dove passare
chi è stata nutrita
a segreti vini,

perduta, perduta
d’amore e meditare.

Saturno, tuttavia,
Saturno, l’ombroso,
si è precipitato.

Nessuno sa
che fiume, che fiume
di lutto circonda
la terra profonda
che calco e che sono;

che notte riveste
il mondo in cui passo
e i mondi che penso …

Che lungo, alto, immenso,
muto cipresso
s’innalza, ramo su ramo,
fra il mio abbraccio
e l’abbraccio che amo!

 

Cecília Meireles (1901-1964), Oroscopo

Trad. Emilio Capaccio


 

 

Deviam ser Venus
e Júpiter, sim,
que ao menos, ao menos,
olhassem por mim,
gerando caminhos
claros e serenos
por onde passar
quem vinha nutrida
de secretos vinhos,

perdida, perdida,
de amor e pensar.

Saturno, porém,
Saturno, o sombrio,
se precipitou.

Não sabe ninguém
que rio, que rio
de luto circunda
a terra profunda
que piso e que sou;

que noite reveste
o mundo em que passo
e os mundos que penso …

Que longo, alto, imenso,
calado cipreste
sobe, ramo a ramo,
entre o meu abraço
e o abraço que amo!

Cecília Meireles, Horòscopo

Il giardino, Jacques Prévert

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Mille anni e poi mille
Non possono bastare
Per dire
La microeternità
Di quando m’hai baciato
Di quando t’ho baciata
Un mattino nella luce dell’inverno
Al Parc Montsouris a Parigi
A Parigi
Sulla terra
Sulla terra che è un astro.

Jacques Prévert, Il giardino

 


LE JARDIN

Des milliers et des milliers d’années
Ne sauraient suffire
Pour dire
La petite seconde d’éternité
Où tu m’as embrassé
Où je t’ai embrassèe
Un matin dans la lumière de l’hiver
Au parc Montsouris à Paris
À Paris
Sur la terre
La terre qui est un astre.

Jacques Prévert

[Foto: Robert Doineau]

Una lingua di terra, Francesco Scarabicchi

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Non sono io a conoscerti, ma il nome
che si posa sulle labbra ferme,
quell’umido mistero di vocali
dette alle rive d’aria, ad una quiete
di riposo e madre, al consonare
del più muto canto, all’odore del giorno,
al fuoco, all’acqua,
a una lingua di terra familiare.

Francesco Scarabicchi,  L’ora felice (Donzelli, 2010)

*Per chi voglia di conoscere meglio questo autore, qualche giorno fa è uscito per Einaudi la sua terza raccolta, pubblicata per la prima volta nel 1997 da l’Obliquo, con la quale Francesco Scarabicchi entrava a pieno diritto fra i maggiori poeti italiani contemporanei, poesie dove troviamo «uno scenario dominato dal gelo, dalla neve, dal bianco, quasi immagini di un mondo in letargo, invisibile, ma segretamente vivo e disposto al risveglio» (Gian Carlo Ferretti). 

“Chi, come te, cortese,/mi sovviene/lascia l’orma leggera/e si allontana,/come fanno le nuvole,/tacendo./”

[Foto: N. Jerry Uelsmann ]