È questo il blues delle cose che non si vedono, Stefano Benni e Robert Johnson

 

È questo il blues delle cose che non si vedono
della mia fatica nel tuo vestito di cotone
del ragno nei tuoi bei capelli biondi
della pallottola che vola verso il cuore.

È questo il blues delle cose che non si vedono
dell’uccello che canta nella chioma dell’albero
delle parole con cui ti sto pensando
del dolore di questa follia in strada.

È questo il blues delle cose che non si vedono
del verme nel ceppo, della bacca nel gin
dei martelletti dentro al pianoforte
dei morti che ridono in fondo al cimitero.

È questo il blues delle cose che non si vedono…
delle parole che ti dissi, mentre si faceva buio.

Snailhand Slim*, Invisible Blues

Stefano Benni, in Elianto

 

[ *Snailhand Slim è il personaggio d’invenzione a cui Stefano Benni, in Elianto,  affida le parole di questo suo testo. In realtà il personaggio di Benni si ispira a Robert Leroy Johnson: una tra le massime leggende del blues ed uno dei più grandi e influenti musicisti del XX. Il video da me scelto racconta brevemente quella che è stata la sua storia, dalla povertà al successo, e la leggenda secondo la quale il cantante fece un patto col diavolo per poter suonare la chitarra come nessun’altro al mondo. ]

Ci amavamo…, Stefano Benni

1175170_497254143796289_3481857569953871863_n

_

Ci amavamo pensando, naturalmente, che nessuno avesse amato come noi. Pensavamo che una miracolosa alchimia avesse attirato e fuso i nostri due metalli, forse sai di cosa parlo.
Facevamo l’amore ogni giorno, con una passione furiosa che non si esauriva mai, era come bere senza dissetarsi, lei era tutti i miei sogni erotici.
Diceva di non essere mai stata così, e io naturalmente le credevo.
Non riuscivamo a non baciarci, a non toccarci, anche in pubblico, in una continua sfida dei sensi. Una volta la spogliai nuda nel magazzino di una libreria e avremmo fatto l’amore lì, se una pila di volumi non ci fosse crollata addosso, facendoci ridere. Logos contro eros, disse lei.
Non c’erano solo i sensi ovviamente. Avevamo tutti e due la passione dei libri, dei viaggi, delle discussioni politiche interminabili. Lei era diversa da me in molte cose, ma tutte deliziose ai miei occhi. Aveva un senso dell’umorismo meno tagliente del mio, ma più raffinato. Non amava il calcio e il rugby ma aveva l’hobby dell’ikebana, la sua casa modesta risplendeva di bellissime composizioni di fiori. Era meno ambiziosa di me, ma decisa e piena di progetti nel suo lavoro. In politica io ero più moderato, lei non perdeva una manifestazione, faceva parte di un collettivo di donne in cui non ero molto amato, per la mia fama di viveur. Lei mi chiamava “il suo errore”, io la chiamavo con molti soprannomi, uno era (oh prodigiosa inventiva) Micia. Con lei dimenticavo le ore del giorno, arrivavo la sera telefonandole (un amore precellulare, musicato dal tinnire dei gettoni). E aspettavo la notte, in cui l’avrei posseduta. Nuda e sensuale tra le mie braccia, in tutti i modi possibili, senza vergogne, in una sfida a chi lasciava l’altro senza fiato

Stefano Benni, Di tutte le ricchezze

_

[Stefano Benni non è  uno dei miei autori preferiti, però conserva in sé e riflette sempre nei  suoi libri quella sua innata componente sognante che lo portano ad amare l’amore, il gusto dell’ironia, il surreale e l’incantato, a ricercare il possibile nell’impossibile, al gioco della parola che alle volte si fa rima altre tuffo – ed è per questo che se anche non lo ami, poi alla fine – specie se anche tu hai in parte quegli stessi orizzonti – finisci per ricercarti e alle volte ritrovarti tra le sue pagine.]