Curriculum vitæ, Erich Fried

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e voglio stare con gli uomini e talvolta solo
e compiango ogni notte trascorsa senza amore

E. Fried

Non sono né pietra né nuvola
né campana e neppure liuto
percosso da angelo o demone
Fin dall’inizio non sono stato che un uomo
e non voglio essere altro

Sono cresciuto come uomo
ho subìto il torto
talvolta ho fatto il torto
e talvolta il bene

Come uomo mi indigno
per l’ingiustizia e mi rallegro
per ogni barlume di speranza
Come uomo sono desto e stanco
e lavoro e ho apprensioni
e sete di comprendere
e d’essere compreso

Come uomo provo piacere per i miei amici
e provo piacere per la donna e i figli e i nipoti
e temo per loro e ho nostalgia della sicurezza
e voglio stare con gli uomini e talvolta solo
e compiango ogni notte trascorsa senza amore

Come uomo sono malato e vecchio
e morirò
e non sarò né pietra
né nuvola né campana
ma terra o cenere
ma questo non importa

Erich Fried, La libertà come l’amore

Poesia 306 Luglio/Agosto 2015

 

[Foto: Rodney Smith]

Le opere d’arte sono di un’indicibile solitudine, R. M. Rilke

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Essere artisti vuol dire: non calcolare e contare;
maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera senz’apprensione che l’estate non possa venire.
Ché l’estate viene.

R.M. Rilke

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Le opere d’arte sono di un’indicibile solitudine […]. Tutto è portare a termine e poi generare. Lasciar compiersi ogni impressione e ogni germe d’un sentimento dentro di sé, nel buio, nell’indicibile, nell’inconscio irraggiungibile alla propria ragione, e attendere con profonda umiltà e pazienza l’ora del parto d’una nuova chiarezza: questo solo si chiama vivere da artista: nel comprender come nel creare.
Qui non si misura il tempo, qui non vale alcun termine e dieci anni son nulla. Essere artisti vuol dire: non calcolare e contare; maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera senz’apprensione che l’estate non possa venire. Ché l’estate viene. Ma viene solo ai pazienti, che attendono e stanno come se l’eternità giacesse avanti a loro, tanto sono tranquilli e vasti e sgombri d’ogni ansia. Io l’imparo ogni giorno, l’imparo tra i dolori, cui sono riconoscente: pazienza è tutto.

Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta

 

[Oggi ho voglia di condividere con voi un piccolo frammento di uno dei libri che è spesso posato sulla mia scrivania, un libro che in realtà sarebbe meglio definirlo segna-libro, perchè è tanto intimo nella sua composizione (si tratta infatti di una raccolta di lettere del poeta Rilke a un giovane poeta e non solo), da essere capace di entrare in intimità e dare un po’ di conforto, quando tutto sembra vano e inutile, e quindi la sua costanza spesso si fa necessaria. Nel libro oltre a consigli più o meno condivisibili è possibile scorgere a tratti parti della sua stessa arte poetica e quindi dello spessore umano dell’artista. Amo molto epitolari, diari e qualsiasi scritto intimo, al punto che spesso conosco più questi di opere più importanti , è per me un po’ come avere una chiave magica per un accesso remoto e intimo.]

Nei giorni di solitudine, Mila Kačič

Katsuji Fukuda

In tutte le cose
che si possono dare per amore
e per amore prendono,
cercami.

M. Kačič

 

Nei giorni di solitudine
cercami tra le cose
che si possono dare per amore.
Nel volo primaverile degli uccelli,
nelle nubi e nel tramonto
sanguigno,
mentre si fonde con il sole.
Nei falò estivi,
tremolanti,
quando li inghiotte
il buio del cielo.
Nella furia dei venti,
intrecciati tra loro
e nei rami degli alberi,
mani che abbracciano.
In tutto mi trovi.
Quando t’immergi nell’acqua,
cercami nell’onda
e m’insinuerò tra le tue gambe.
La conchiglia
che si è attaccata allo scoglio
e non lo lascia più
sono io.
Cercami nel fruscio delle erbe
che il vento piega
e gli si abbandonano estatiche,
mi trovi nelle radici
che invadono il cuore della terra.
In tutte le cose
che si possono dare per amore
e per amore prendono,
cercami.
Dovunque sono io,
è il mio amore.

Mila Kačič

[Foto: Katsuji Fukuda]

 

 

De André-Fossati: Anime salve, l’elogio della solitudine

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… mi sono guardato piangere in uno specchio di neve
mi sono visto che ridevo
mi sono visto di spalle che partivo
ti saluto dai paesi di domani
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che sono visioni di anime contadine
in volo per il mondo
mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia
_
e che grande questo tempo che solitudine
che bella compagnia.
_
De André-Fossati, da Anime Salve

 _

<< Anime salve  trae il suo significato dall’origine, dall’etimologia delle due parole “anime” “salve”, vuol dire spiriti solitari. È una specie di elogio della solitudine.

Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito. Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con se stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.

Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che si debba fare gli eremiti, o gli anacoreti; è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita (non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità), credo di averla vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura. >>

Elogio della solitudine, F. De Andrè

[ Da Ed avevamo gli occhi belli (2001), con canzoni e parole tratte da “Anime Salve, realizzato con l’amico Ivano Fossati.]

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Concludendo, Derek Walcott

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… il tempo che di noi fa tanti oggetti, moltiplica
la nostra naturale solitudine… 

D. Walcott

Vivo sull’acqua,
solo. Senza moglie né figli.
Ho circumnavigato ogni possibilità
per arrivare a questo:

una piccola casa su acqua grigia,
con le finestre sempre spalancate
al mare stantio. Certe cose non le scegliamo noi,

ma siamo quello che abbiamo fatto.
Soffriamo, gli anni passano, lasciamo
tante cose per via, fuorché il bisogno

di fardelli. L’amore è una pietra
che si posa sul fondo del mare
sotto acqua grigia. Ora, non chiedo nulla

alla poesia, se non vero sentire:
non pietà, non fama, non sollievo. Tacita sposa,
noi possiamo sederci a guardare acqua grigia,

e in una vita che trabocca
di mediocrità e rifiuti
vivere come rocce.

Scorderò di sentire,
scorderò il mio dono. È più grande e duro,
questo, di ciò che là passa per vita.

Derek Walcott, (da Mappa del nuovo mondo, Adelphi, Milano, 1992)

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Winding Up

I live on the water,
alone. Without wife and children.
I have circled every possibility
to come to this:

a low house by grey water,
with windows always open
to the stale sea. We do not choose such things,

but we are what we have made.
We suffer, the years pass,
we shed freight but not our need

for encumbrances. Love is a stone
that settled on the sea-bed
under grey water. Now, I require nothing

from poetry but true feeling,
no pity, no fame, no healing. Silent wife,
we can sit watching grey water,

and in a life awash
with mediocrity and trash
live rock-like.

I shall unlearn feeling,
unlearn my gift. That is greater
and harder than what passes there for life.

Derek Walcott (da Sea Grapes, 1976)

[Nei prossimi giorni dedicherò un po’ di spazio a Derek Walcott, poeta caraibico contemporaneo che ci ha lasciati ieri, più poveri per la sua incolmabile assenza, ma ricchi del bagaglio poetico e umano che ci ha così generosamente donato. Un poeta da sempre di confine, viandante inarrestabile  tra realtà e immaginazione (“Non ho nessuna nazione se non l’immaginazione”), ha raccontato l’uomo -nelle sue sconfinate sfumature e realtà- come pochi. Per questo,  giustamente, gli è stato conferito anche il premio Nobel (1992):Un’opera poetica di grande luminosità, sostenuta da una visione storica, il risultato di un impegno multiculturale”  – una inezia se rapportato a quella che è stata la sua opera. Ogni volta che leggo una sua poesia ho la sensazione di attraversare il mondo in un attimo, per ritornare a me più consapevole e forte. Tra le sue opere ricordiamo: Mappa del nuovo mondo; Omeros; Isole- Poesie scelte (1948-2004); La voce del crepuscolo, tutte edite Adelphi; ma anche: Odissea. Una versione teatrale (Crocetti).

Qui un bell’articolo dedicato, con alcune poesie lette da Luigi Maria Corsanico:  https://luigimariacorsanicositeblog.wordpress.com/2017/03/17/e-morto-derek-walcott-nobel-letteratura/ ]

Al Principe, P. P. Pasolini

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Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
ore e ore di solitudine sono il solo modo
perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono,
vizio, libertà, per dare stile al caos.

P.P. Pasolini

 

 

Se torna il sole, se discende la sera,
se la notte ha un sapore di notti future,
se un pomeriggio di pioggia sembra tornare
da tempi troppo amati e mai avuti del tutto,
io non sono più felice, né di goderne né di soffrirne:
non sento più, davanti a me, tutta la vita…
Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
ore e ore di solitudine sono il solo modo
perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono,
vizio, libertà, per dare stile al caos.
Io tempo ormai ne ho poco: per colpa della morte
che viene avanti, al tramonto della gioventù.
Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano,
che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.

Pier Paolo Pasolini, Al Principe, (da La religione del mio tempo, 1961)

[Foto: Pier Paolo Pasolini (soggetto)]