Sirena, Mario Benedetti

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Sono convinto che tu non esista
e tuttavia ogni notte ti ascolto

t’invento a volte con la vanità
con la desolazione o la pigrizia

dall’infinito mare arriva il tuo stupore
l’ascolto come un salmo e ciò malgrado

son così certo che tu non esista
che t’ aspetto nel sogno per domani

 

Mario Benedetti, Sirena

 

[Foto: Tomasz Alen Kopera]

Abbiamo dentro, Mario Benedetti

 

 

Abbiamo dentro un buffone e un angelo
un santo e un carnefice
un ubriaco e un saggio

abbiamo tutti un addio con pianto
un pioppo incontrollato
due tre benvenuti

tutti guardiamo attraverso il sogno
di vetri opacizzati
o di amori autunnali

la tramontana ci spettina in un attimo
se ancora conserviamo
un fiordo di calvizie

siamo alla mercé delle mercedi
delle parole dette
di quelle mai più dette

c’è una fortuna che ci viene data
e un’altra che noi stessi sviluppiamo
con un po’ di fortuna

quando di notte ci inventiamo
il risultato è così splendido
che non ci riconoscono

 

Mario Benedetti, da Il mondo che respiro (in Inventario, a cura di Martha L.Canfield, Le Lettere)
Todos llevamos un bufón y un ángel
un santo y un verdugo
un borracho y un sabio

todos tenemos un adiós llorado
un álamo nervioso
dos o tres bienvenidas

todos miramos a través del sueño
de cristales con vaho
o de amores de otoño

el cierzo nos despeina en un instante
si es que aún conservamos
un fiordo de calvicie

estamos a merced de las mercedes
de las palabras dichas
y las no pronunciadas

hay una suerte que nos viene hecha
y otra que desplegamos
con un poco de suerte

cuando nos inventamos en la noche
quedamos tan espléndidos
que no nos reconocen.

 

Mario Benedetti, da El mundo que respiro

 

[ Foto: Robert Mapplethorpe ]

 

 

L’infinito Inizia, Julio Cortazar

 

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Allora c’è un istante segreto
in cui gli occhi cercano negli occhi un volo di gabbiani,
qualcosa che sia orbita e richiamo,
una consacrazione e un labirinto di pipistrelli,
ciò che sorgeva nell’oscurità come un gemere a tentoni

J. Cortazar

 

Disegno della tua voce nella riva del sogno,
scogliere di cuscini con quest’odore di costa vicina,
quando gli animali buttati nella cala, le creature di sentina
odorano l’erba e per i ponti si arrampica
un tremito di pelle e di furioso godimento.
Allora mi capita di non conoscerti, aprire l’occhio di questa lampada
a cui sfuggi coprendoti il viso con i capelli,
ti guardo e non so più
se ancora una volta affiori dalla notte
con il disegno esatto di quest’altra notte della tua pelle,
con il ventre che palpita la sua respirazione soave
abbandonata appena nella nostra tiepida spiaggia
da un leggero colpo di risacca.
Ti riconosco, salgo per il profumo dei tuoi capelli
fino a questa voce che nuovamente mi sollecita,
contempliamo
nello stesso tempo la doppia isola sulla quale siamo
naufraghi e paesaggio, piede e arena,
anche tu mi sollevi dal nulla
con il tuo sguardo errabondo sul mio petto sul mio sesso,
la carezza che inventa nella mia cintura il suo galoppo di puledri.
Nella luce sei ombra e io sono luce, sono la luce della tua ombra
e tu gettata nelle alghe fingi l’ombra del mio corpo,
quando la sua angusta fronte ferisce le pietre e proietta
come un fragore di voragine all’altro lato, un territorio
che inutilmente investe e brama.
Ombra della mia luce, come raggiungerti,
come inguainare questo balenio nella tua notte!
Allora c’è un istante segreto
in cui gli occhi cercano negli occhi un volo di gabbiani,
qualcosa che sia orbita e richiamo,
una consacrazione e un labirinto di pipistrelli,
ciò che sorgeva nell’oscurità come un gemere a tentoni,
una pelle che si raffreddava e scendeva, un ritmo rotto,
si muta in convivenza, parola d’ordine, strappo
del vento che si infrange contro la vela bianca,
il grido della vedetta ci esalta,
corriamo insieme fino a che la cresta
dell’onda zenitale ci travolge
in una interminabile cerimonia di spume,
e ricominciano i naufragi, il lento nuoto verso le spiagge,
il sogno bocconi fra meduse morte e i cristalli di sale
dove arde il mondo.

Julio Cortazar, L’infinito Inizia

 

[Foto: J. Cortazar e Carol Dunlop, fotografa e moglie dello scrittore]

Sogno, Cesare Pavese

Dora Maar, foto Nush Éluard, 1936-37

 

L’avresti saputo
come un giorno lontano sapevi che un corpo
era steso al tuo fianco.

C. Pavese

 

 

Ride ancora il tuo corpo all’acuta carezza
della mano o dell’aria, e ritrova nell’aria
qualche volta altri corpi? Ne ritornano tanti
da un tremore dei sangue, da un nulla. Anche il corpo
che si stese al tuo fianco, ti ricerca in quel nulla.

Era un gioco leggero pensare che un giorno
la carezza dell’aria sarebbe riemersa
improvviso ricordo nel nulla. Il tuo corpo
si sarebbe svegliato un mattino, amoroso
del suo stesso tepore, sotto l’alba deserta.
Un acuto ricordo ti avrebbe percorsa
e un acuto sorriso. Quell’alba non torna?

Si sarebbe premuta al tuo corpo nell’aria
quella fresca carezza, nell’intimo sangue,
e tu avresti saputo che il tiepido istante
rispondeva nell’alba a un tremore diverso,
un tremore dal nulla. L’avresti saputo
come un giorno lontano sapevi che un corpo
era steso al tuo fianco.

Dormivi leggera
sotto un’ aria ridente di labili corpi,
amorosa di un nulla. E l’acuto sorriso
ti percorse sbarrandoti gli occhi stupiti.
Non è più ritornata, dal nulla, quell’alba?

Cesare Pavese, Sogno

[Foto: Dora Maar, foto di Nush Éluard, (1936-37) ]

A un gatto, Jorge Luis Borges

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Tua è la solitudine, tuo il segreto.

[…]Sei in un altro tempo. Sei il padrone
di un abito chiuso come un sogno.

J. L. Borges

 

 

Non sono più silenziosi gli specchi
né più furtiva l’alba avventuriera;
sei, sotto la luna, quella pantera
che a noi è dato percepire da lontano.
Per opera indecifrabile di un decreto
divino ti cerchiamo invano;
più remoto del Gange e del Ponente
tua è la solitudine, tuo il segreto.
La tua schiena accondiscende la carezza
lenta della mia mano. Hai accolto,
da quella eternità che è già oblio,
l’amore di una mano timorosa.
Sei in un altro tempo. Sei il padrone
di un abito chiuso come un sogno.

 

 

A un gato

No son más silenciosos los espejos
ni más furtiva el alba aventurera;
eres, bajo la luna, esa pantera
que nos es dado divisar de lejos.
Por obra indescifrable de un decreto
divino, te buscamos vanamente;
más remoto que el Ganges y el poniente,
tuya es la soledad, tuyo el secreto.
Tu lomo condesciende a la morosa
caricia de mi mano. Has admitido,
desde esa eternidad que ya es olvido,
el amor de la mano recelosa.
En otro tiempo estás. Eres el dueño
de un ámbito cerrado como un sueño.

Jorge Luis Borges, L’oro delle tigri

 

[dal blog: https://nonsolobiancoenero.com/%5D

[Foto : Bettina Rheims, parigi, 1982]

l’Altrove, Fernando Pessoa

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Non abbiamo bisogno di una nave, creatura mia,
ma delle nostre speranze finché saranno ancora belle,
non di rematori, ma di sfrenate fantasie.

F. Pessoa

 

Andiamo via, creatura mia,
via verso l’Altrove.
Lì ci sono giorni sempre miti
e campi sempre belli.

La luna che splende su chi
là vaga contento e libero
ha intessuto la sua luce con le tenebre
dell’immortalità.

Lì si incominciano a vedere le cose,
le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,
là le canzoni reali-sognate sono cantate
da labbra che si possono contemplare.

Andiamo via, creatura mia,
via verso l’Altrove.
Lì ci sono giorni sempre miti
e campi sempre belli.

La luna che splende su chi
là vaga contento e libero
ha intessuto la sua luce con le tenebre
dell’immortalità.

Lì si incominciano a vedere le cose,
le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,
là le canzoni reali-sognate sono cantate
da labbra che si possono contemplare.

Il tempo lì è un momento d’allegria,
la vita una sete soddisfatta,
l’amore come quello di un bacio
quando quel bacio è il primo.

Non abbiamo bisogno di una nave, creatura mia,
ma delle nostre speranze finché saranno ancora belle,
non di rematori, ma di sfrenate fantasie.

Oh, andiamo a cercare l’Altrove!

Fernando Pessoa, da L’esule

[Foto: Luis González Palma]

 

*P.S. Qualcuno riesce a passarmi l’originale di questo testo?

Ci amavamo…, Stefano Benni

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Ci amavamo pensando, naturalmente, che nessuno avesse amato come noi. Pensavamo che una miracolosa alchimia avesse attirato e fuso i nostri due metalli, forse sai di cosa parlo.
Facevamo l’amore ogni giorno, con una passione furiosa che non si esauriva mai, era come bere senza dissetarsi, lei era tutti i miei sogni erotici.
Diceva di non essere mai stata così, e io naturalmente le credevo.
Non riuscivamo a non baciarci, a non toccarci, anche in pubblico, in una continua sfida dei sensi. Una volta la spogliai nuda nel magazzino di una libreria e avremmo fatto l’amore lì, se una pila di volumi non ci fosse crollata addosso, facendoci ridere. Logos contro eros, disse lei.
Non c’erano solo i sensi ovviamente. Avevamo tutti e due la passione dei libri, dei viaggi, delle discussioni politiche interminabili. Lei era diversa da me in molte cose, ma tutte deliziose ai miei occhi. Aveva un senso dell’umorismo meno tagliente del mio, ma più raffinato. Non amava il calcio e il rugby ma aveva l’hobby dell’ikebana, la sua casa modesta risplendeva di bellissime composizioni di fiori. Era meno ambiziosa di me, ma decisa e piena di progetti nel suo lavoro. In politica io ero più moderato, lei non perdeva una manifestazione, faceva parte di un collettivo di donne in cui non ero molto amato, per la mia fama di viveur. Lei mi chiamava “il suo errore”, io la chiamavo con molti soprannomi, uno era (oh prodigiosa inventiva) Micia. Con lei dimenticavo le ore del giorno, arrivavo la sera telefonandole (un amore precellulare, musicato dal tinnire dei gettoni). E aspettavo la notte, in cui l’avrei posseduta. Nuda e sensuale tra le mie braccia, in tutti i modi possibili, senza vergogne, in una sfida a chi lasciava l’altro senza fiato

Stefano Benni, Di tutte le ricchezze

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[Stefano Benni non è  uno dei miei autori preferiti, però conserva in sé e riflette sempre nei  suoi libri quella sua innata componente sognante che lo portano ad amare l’amore, il gusto dell’ironia, il surreale e l’incantato, a ricercare il possibile nell’impossibile, al gioco della parola che alle volte si fa rima altre tuffo – ed è per questo che se anche non lo ami, poi alla fine – specie se anche tu hai in parte quegli stessi orizzonti – finisci per ricercarti e alle volte ritrovarti tra le sue pagine.]

Ho segnato via via con croci a fuoco, Pablo Neruda

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Ho segnato via via con croci a fuoco
l’atlante bianco del tuo corpo.
La mia bocca era un ragno che passava nascosto.
In te, dietro te, timorosa, assetata.

Cose da narrarti sulla riva del crepuscolo,
perché tu non fossi triste, bambola triste e dolce.
Un cigno, un albero, qualcosa che sia lontano e gioioso.
La stagione dell’uva, la stagione matura e piena di frutti.

Io che ho vissuto in un porto e da lì ti amavo.
La solitudine solcata di sogno e di silenzio.
Rinchiuso tra il mare e la tristezza.
Silenzioso, delirante, tra due gondolieri immobili.

Tra le labbra e la voce, qualcosa va morendo.
Qualcosa che ha ali d’uccello, fatto d’angoscia e d’oblio.
Così come e reti non trattengono l’acqua.
Bambola mia, restano solo gocce tremanti.
Eppure, qualcosa canta tra queste parole fugaci.
Qualcosa canta, qualcosa sale fino alla mia avida bocca.
Oh poterti celebrare con tutte le parole della gioia.
Cantare, bruciare, fuggire, come un campanile nelle mani di un folle.
Mia triste tenerezza, in cosa muti all’improvviso?
Quando o raggiunto il vertice più ardito e freddo
il mio cuore si chiude come un fiore notturno.

Pablo Neruda, da Venti poesie d’amore e una canzone disperata