La prima parola di un verso… R. M. Rilke

 

 

 [… ]

Ma perché essere qui è molto, e perché sembra
che tutte le cose di qui abbiano bisogno di noi, queste effimere
che stranamente ci sollecitano. Di noi, i più effimeri.
Ogni cosa
una volta, una volta soltanto. Una volta e non più.
E anche noi
una volta. Mai più. Ma quest’essere
stati una volta, anche una volta sola,
quest’essere stati terreni pare irrevocabile [….]

R. M. Rilke, Elegie duinesi

 

Bisognerebbe saper attendere e raccogliere, per una vita intera e possibilmente lunga, senso e dolcezza, e poi, proprio alla fine, si potrebbero forse scrivere dieci righe valide. Perché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si acquistano precocemente), sono esperienze. Per scrivere un verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna capire il volo degli uccelli e comprendere il gesto con cui i piccoli fiori si schiudono al mattino. Bisogna saper ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e congedi previsti da tempo, a giorni dell’infanzia ancora indecifrati, ai genitori che eravamo costretti a ferire quando ci porgevano una gioia e non la comprendevamo (era una gioia per qualcun altro), a malattie infantili che cominciavano in modo così strano con tante profonde e gravi trasformazioni, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare sopratutto, ai mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano assieme alle stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto questo. Bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche accanto ai moribondi bisogna esser stati, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori a folate. E ancora avere ricordi non basta. Bisogna saperli dimenticare, quando sono troppi, e avere la grande pazienza d’attendere che ritornino. Perché i ricordi in sé ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, anonimi e non più distinguibili da noi stessi, solo allora può darsi che in una rarissima ora si levi dal loro centro e sgorghi la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge

Noi siamo in affanno, Sonetti a Orfeo: XXII, R.M. Rilke

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Ma il passo del tempo
Consideralo un’inezia

R.M. Rilke

 

Noi siamo nell’affanno
Ma il passo del tempo
Consideralo un’inezia
in ciò che sempre resta.

Tutto ciò che incalza
sarà presto trascorso;
Soltanto ciò che indugia
è ciò che ci consacra.

Fanciulli non buttate
il cuore nella rapidità,
ad arrischiare il volo.

Tutto si è acquietato:
oscuro e chiarità,
fiore e libro.

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Wir sind die Treibenden.
Aber den Schritt der Zeit,
nehmt ihn als Kleinigkeit
im immer Bleibenden.

Alles das Eilende
wird schon vorüber sein;
denn das Verweilende
erst weiht uns ein.

Knaben, o werft den Mut
nicht in die Schnelligkeit,
nicht in den Flugversuch.

Alles ist ausgeruth:
Dunkel und Helligkeit,
Blume und Buch.

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We are the driving ones.
But the march of Time
takes him as but a trifle
into the ever-permanent.

Everything which hurries
will soon be over;
for it is the lingering
that first initiates us.

Young men, o put your mettle
not into the quick achievement,
not into the attempted flight.

Everything is now at rest:
Darkness and light,
blossom and book.

 

Rainer Maria Rilke, Sonetti a Orfeo – Sonetto XXII

 

[Foto: Alan Schaller ]

Incontri, R. M. Rilke e L. Salomé

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Esseri come questi passano attraverso tutte le tempeste. Lo sento!

R.M. Rilke

«…Che due esseri umani si riconoscano l’un l’altro non è soltanto splendido; ma è della più grande importanza che si incontrino nel momento giusto e che insieme celebrino feste profonde e silenziose in cui crescere uniti nel desiderio per essere uniti contro le tempeste. Quanti esseri umani si sono sfiorati ignorandosi per non aver trovato il tempo di abituarsi l’uno all’altro; prima che due siano infelici assieme, devono insieme essere stati beati e avere un comune santo ricordo, che custodisca un uguale sorriso sulle loro labbra e un’uguale nostalgia nelle loro anime. Diventano allora come fanciulli che abbiano goduto insieme una festa di Natale; quando trovano alcuni minuti di respiro nei lunghi, pallidi giorni, si siedono assieme e si raccontano con guance infuocate della notte splendente di luci e odora di abete…
Esseri come questi passano attraverso tutte le tempeste. Lo sento!

Rainer.»
(R. M. Rilke a Lou A. Salomè)

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«Aprile, Rainer, il nostro mese…Il mese precedente quello che ci unì. Quanto debbo pensare a te, e questo non succede per caso… Se per anni fui tua moglie, ciò avvenne perché per la prima volta tu fosti la mia prima realtà, corpo e anima uniti in modo indissolubile, dato di fatto incontrovertibile della vita. Davanti a te avrei potuto professare parola per parola quello che tu professasti come tuo credo: ‘Soltanto tu sei reale’. Per questo fummo sposi prima ancora di diventare amici, e amici diventammo non per elezione, ma per nozze celebrate clandestinamente. In noi non erano due metà che si cercavano: un’integrità si riconobbe meravigliata nel fissare un’integrità inafferrabile. Fummo così fratello e sorella – come all’alba della storia, prima che le nozze tra fratelli diventassero un sacrilegio…»

(Lou A. Salomè, in una lettera a R. M. Rilke)

 

[All’epoca del loro incontro Rainer Maria Rilke (poeta e scrittore) aveva appena ventidue anni, e Lou Andreas Malarmè era sposata e aveva trentasei anni, il loro incontro fulminò Rilke che solo dopo molto tempo riuscì a conquistarla, il loro non fu semplicemente un incontro tra amanti, ma fu un intenso scambio e una affinità che andò ad assumere molteplici sfumature: dall’amicizia, alla confidenza intima e protettiva, per trasformarsi in una tra le storie d’amore più intense della letteratura, regalandoci un epistolario lungo ben trentacinque anni, fatto delle più vibranti parole.]

 

Le opere d’arte sono di un’indicibile solitudine, R. M. Rilke

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Essere artisti vuol dire: non calcolare e contare;
maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera senz’apprensione che l’estate non possa venire.
Ché l’estate viene.

R.M. Rilke

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Le opere d’arte sono di un’indicibile solitudine […]. Tutto è portare a termine e poi generare. Lasciar compiersi ogni impressione e ogni germe d’un sentimento dentro di sé, nel buio, nell’indicibile, nell’inconscio irraggiungibile alla propria ragione, e attendere con profonda umiltà e pazienza l’ora del parto d’una nuova chiarezza: questo solo si chiama vivere da artista: nel comprender come nel creare.
Qui non si misura il tempo, qui non vale alcun termine e dieci anni son nulla. Essere artisti vuol dire: non calcolare e contare; maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera senz’apprensione che l’estate non possa venire. Ché l’estate viene. Ma viene solo ai pazienti, che attendono e stanno come se l’eternità giacesse avanti a loro, tanto sono tranquilli e vasti e sgombri d’ogni ansia. Io l’imparo ogni giorno, l’imparo tra i dolori, cui sono riconoscente: pazienza è tutto.

Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta

 

[Oggi ho voglia di condividere con voi un piccolo frammento di uno dei libri che è spesso posato sulla mia scrivania, un libro che in realtà sarebbe meglio definirlo segna-libro, perchè è tanto intimo nella sua composizione (si tratta infatti di una raccolta di lettere del poeta Rilke a un giovane poeta e non solo), da essere capace di entrare in intimità e dare un po’ di conforto, quando tutto sembra vano e inutile, e quindi la sua costanza spesso si fa necessaria. Nel libro oltre a consigli più o meno condivisibili è possibile scorgere a tratti parti della sua stessa arte poetica e quindi dello spessore umano dell’artista. Amo molto epitolari, diari e qualsiasi scritto intimo, al punto che spesso conosco più questi di opere più importanti , è per me un po’ come avere una chiave magica per un accesso remoto e intimo.]