Il diritto all’allegria, Mario Benedetti

mario benedetti

Abbiamo diritto all’allegria. A volte è fumo, nebbia o un cielo velato, ma dietro questi contrattempi c’è lei, in attesa. Nell’anima c’è sempre una fessura a cui l’allegria si affaccia con le pupille vispe. E allora il cuore si fa più vivace, abbandona la quiete ed è quasi uccello. L’allegria sopraggiunge dopo le assenze, alla fine delle nostalgie. Quando ritroviamo ciò che amiamo e la sua unanime rivelazione, è normale che la gioia ci abbracci e ci venga voglia di cantare. Anche se non abbiamo voce, anche se siamo rauchi dei dolori passati.
Dopotutto l’allegria è in prestito, non ci appartiene. E una piccola follia, un premio passeggero, ma ne godiamo come se fosse nostra, come un guadago, come una primavera della vita. Si aggrappa al tempo, trascina quel suo po’ d’infanzia e infila con un soffio nella vecchiaia.
Settimana dopo settimana l’allegria riempie, anno dopo anno, l’allegria rimpie i vuoti. Fino a quando non ce la fa più e diventa tristezza.

Mario Benedetti, Il diritto all’allegria, Nottetempo

Girovagando tra gli scaffali di una libreria, ho trovato all’improvviso questo libro, sul retro queste parole “Abbiamo diritto all’allegria. A volte è fumo, nebbia o un cielo velato, ma dietro questi contrattempi c’è lei, in attesa.”, e subito una carezza lieve e il sorriso quieto e indimenticabile di Benedetti. Ci sono parole che per diverse ragioni hanno un potere particolare, sono ancore, pietre miliari, compagne fedeli, ognuno ha le sue: per me Allegria è una di quelle, così come Dolore, Viaggio, Mistero, Desiderio,  Amore. Rivelano uno o mille mondi, ti attraversano a volte e ti convincono per qualche istante della loro inconfutabile verità. Ero in libreria nella speranza di trovare qualcosa, un attimo, un rigo puntato contro di me, come si puntano oggi i cannocchiali contro le stelle (come direbbe Kafka). Non sono più allegra di prima, ma è stato un bel momento. Non ho preso il libro,  per gioco ho preferito lasciarlo lì, sospeso, e con una foto rubarne una sola pagina.
Un giorno ci rincontreremo. E, ne sono certa, sarà un giorno felice.

la vecchiaia: breve riflessione tra De Luca e Raboni

Margherita Vitagliano

Il vecchio non vuole tornare nella stanza.
Ha la mandorla in tasca e il desiderio zingaro
di andare dietro al sole
.

E. De Luca

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Va piano piano alla finestra
a vedere se nevica ancora, se continua
nel buio luminoso, là fuori
l’infantile disastro del mondo

G. Raboni

 

.

Di recente, leggendo uno dei racconti contenuti in Storia di Irene di Erri De Luca, ho avuto modo di riflettere su un’età della vita che molto spesso viviamo con un certo distacco, o anche disappunto,  un’età che agli occhi di alcuni sembra creata apposta per infliggerci la peggiore delle colpe: la vecchiaia.  Sempre più inclini  a guardare con tenerezza la fanciullezza, a desiderare  la giovinezza, ma ciechi di fronte a questa fase della vita: vissuta dai giovani con rimprovero verso chi resta,  con un senso di nostalgico abbandono da chi vecchio lo è.

Ma la vecchiaia è anche tanto altro: età fragile e dei tempi lenti, della saggezza e della riscoperta improvvisa, età dell’anima, età del corpo, età dell’ozio e delle piccole delizie, dei ricordi lunghi, dei racconti sussurrati, età degli affetti quieti, età del silenzio, della solitudine attenta, del moto breve. Età degli amori eterni, delle lunghe lettere, dei piccoli gesti, età del sonno breve, dei sogni lunghi, dei dolci ristori. Un’età tutta da vivere, un’età per pochi… e sarà forse per questo che in pochi hanno la fortuna di viversela appieno, in tutta la sua meraviglia, come accade proprio all’anziano del racconto di De Luca, in uno squarcio di vita descritto con la delicatezza  dei grandi narratori, di chi cercando storie trova vite. E nella poesia di Raboni, durante la quale è riaffiorato il ricordo di questa breve lettura, prezioso come la piccola mandorla racchiusa nel suo guscio fortezza.

Dura poco il sole di febbraio sul marciapiede, risale i muri e la temperatura scende a tuffo. Il vecchio non vuole tornare nella stanza. Ha la mandorla in tasca e il desiderio zingaro di andare dietro al sole. Lascia la sedia e si avvia in discesa, le ossa appena intiepidite, verso il mare, dove il sole si trattiene fino alla discesa dietro la collina bassa di Posillipo. Nel palmo stringe il guscio e sente i battiti del suo  sangue intorno. Se piovevano fichi secchi era più facile. Nei suoi gesti è entrata una vaghezza, imprecisione, la testa gira dietro a un’euforia improvvisa. Dev’essere perché va dietro al sole che gli presta il cappotto. La mandorla sta nel suo guscio fortezza, ma quando la vincerà darà calore più di un bicchiere di vino guerriero.

Erri De Luca, Una cosa molto stupida (in Storia di Irene, Feltrinelli)

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1
Passa, dicono, le giornate
con addosso un pigiama, una vestaglia. A chi
gli consiglia d’uscire, di muoversi, altrimenti
i muscoli, alla sua età, si atrofizzano, le giunture
si bloccano, risponde
con un dolce, lento sorriso.
2
Caverna, bunker, mucosa,
spolverati libri che nessuno
leggerà né scompiglia,
grande schermo millimetrato della concentrazione,
dell’introiezione – e dovrebbe
spegnerlo, vestirsi, arrischiare le ossa
nell’aria confusa, piena di pòlline?
3
Va piano piano alla finestra
a vedere se nevica ancora, se continua
nel buio luminoso, là fuori
l’infantile disastro del mondo.

1
Pasa, dicen, los días
con el piyama puesto, una bata. A quien
le aconseja salir, moverse, de otro modo
los músculos, a su edad, se atrofian, las articulaciones
se bloquean, responde
con una dulce, lenta sonrisa.
2
Caverna, bunker, mucosa,
desempolvados libros que nadie
leerá ni desordena,
gran pantalla milimetrada de la concentración,
de la introyección -¿debería
apagarla, vestirse, exponer los huesos
al aire confuso, cargado de polen?
3
Va despacio hasta la ventana
a ver si todavía nieva, si continúa
en la oscuridad luminosa, allá afuera,
el infantil desastre del mundo.

L’appartamento, Giovanni Raboni

trad. Jorge Aulicino

dal Centro Culturale Tina Modotti  https://cctm.website/

[Foto: Margherita Vitagliano]