Avremmo potuto… Nanni Balestrini

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Avremmo potuto farne a meno,
gli alberi fanno troppo rumore,
ma cosa ci stanno a fare

i cavalli, ciascuno per suo conto
avremmo finito per perderci,
fare ritorno, fare

tutto quello che vuoi, certe
volte gli alberi riescono
a crescere in direzione del cielo

aspirando l’esplosione nell’istante
inatteso, aspettando che finisca
di piovere, ispirati dall’istinto

corrrendo da una parte all’altra
ispidi, istigati dall’isteria,
il cuore pieno di bottoni,

le dita immerse, anguiformi,
com’erano belle dalla barca,
soffiamoci sopra, fine.

 

Nanni Balestrini, da Corpi in modo e corpi in equilibrio (In come si agisce e altri componimenti, DeriveApprodi, 2015)

 

 

A chi pensa, Roberta Dapunt

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A chi pensa che io non sia di oggi,
io dico che il mio stare ad ascoltarlo è oggi.
Non è ieri, non sarà domani la mia attenzione,
bensí oggi. Oggi sono e sto qui davanti al foglio di carta,
sente forte il graffio di ogni mia parola.
Che da esse parte l’intimità quotidiana del mio corpo,
il suo nudo guardarmi è aderenza indubitabile alla realtà.
Da lui soltanto la mia vista, da lui il mio udito,
nelle sue mani l’umido nero degli orti in questo luogo
e sotto i piedi il fruscio verde e nel dicembre
il freddo a mostrare chiare le stelle.

Dunque, so di non errare. Non mi perdo,
finché posso tenermi forte a questo.

 

Roberta Dapunt, Le beatitudini della malattia (Einaudi, 2013)

In me il tuo ricordo, Vittorio Sereni

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Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.

 

In me il tuo ricordo è un fruscio
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

 

Vittorio Sereni, da Frontiera (In Poesie e prose, Mondadori, 2013)

Frutti tardivi, Roberto Rossi Precerutti

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sai che tutto, tutto si forma e splende
nell’aperto, nell’alto, o per stipati
piccoli inizi si consuma un sole.

R. Rossi Precerutti

 

 

Entrare in una vita non tua, quasi
sconosciuta, come se in quei misteri
quieto dimorasse Amore, o i sentieri
di vicine perdite e ombra invasi

fossero d’incomprensibile basica
luce: cosí, con nuova audacia ai neri
confini di un giorno morto, disperi
solo del tuo frutto tardivo, spasimo

di insorte dimenticate parole
a fermare i passi sopra affocati
tappeti, dietro finestre tremende –

sai che tutto, tutto si forma e splende
nell’aperto, nell’alto, o per stipati
piccoli inizi si consuma un sole.

 

Roberto Rossi Precerutti, La legge delle nubi (Crocetti 2012)

[Foto: Irma Haselberger]

Il mare, la poesia, la vita, l’amore: breve viaggio tra i versi di Sandro Penna

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Il mondo che vi pare di catene
tutto è tessuto d’armonie profonde.

S. Penna, Moralisti

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[Di seguito una serie di poesie da me scelte del poeta italiano Sandro Penna(Perugia, 12 giugno 1906 – Roma, 21 gennaio 1977), nelle quali sarà semplice intravvedere una certa ridondanza di temi, quali: il mare, l’amore, la poesia.  Piccoli quadri -come forse li intendeva l’autore (che più volte ha affidato l’organizzazione dei suoi testi o anche la scelta dei propri titoli a terzi )- che ci danno un’idea (senza mai svelare il suo mistero) di cosa fu vivere e scrivere per questo poeta “Candido eppure perfido, intelligente e primitivo, innamorato di sé e del mondo” (Elio Pecora).]

 

 

La vita… è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.

Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa e fuori
un mare tutto fresco di colore.

________

 

La semplice poesia forse discende
distratta come cala al viaggiatore
entro l’arida folla di un convoglio
la mano sulla spalla di un ragazzo.

______

 

La mia poesia non sarà
Un gioco leggero
Fatto con parole delicate
E malate
(Sole chiaro di marzo
Su foglie rabbrividenti
Di platani di un verde troppo chiaro).
La mia poesia lancerà la sua forza
A perdersi nell’infinito
(Giochi di un atleta bello
Nel vespero lungo d’estate).

_______

 

Sempre affacciato a una finestra io sono,
io della vita tanto innamorato.
Unir parole ad uomini fu il dono
breve e discreto che il cielo mi ha dato.

 

Sandro Penna, da  Poesie, prose e diari, (Meridiani Mondadori, 2017)

Settembre, G. D’Annunzio (Il Piacere)

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–  Preferite, fra i mesi neutri, l’aprile o il settembre?

–  Il settembre. È più feminino, più discreto, più misterioso. Pare una primavera veduta in un sogno. Tutte le piante, perdendo lentamente la forza, perdono anche qualche parte della loro realtà. Guardate il mare, là giù. Non dà imagine d’un’atmosfera piuttosto che d’una massa d’acqua? Mai, come nel settembre, le alleanze del cielo e del mare sono mistiche e profonde. E la terra? Non so perché, guardando un paese, di questo tempo, penso sempre a una bella donna che abbia partorito e che si riposi in un letto bianco, sorridendo d’un sorriso attonito, pallido, inestinguibile. È un’impressione giusta? C’è qualche cosa dello stupire e della beatitudine puerperale in una campagna di settembre.

 

Il Piacere di Gabriele D’Annunzio (Donna Maria e Andrea Sperelli)

Aspettando la pioggia, Attilio Bertolucci

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Che ne sarà di noi se nuvole
non se ne presenteranno più
in questa terra amata proprio
per la sua verde umidità,

se le scorte finiranno prima
dell’inverno per noi e per
gli animali e il tempo bello
umetterà ogni mattina gli orli

delle finestre come un veleno
e la luna ogni notte entrerà
nelle nostre stanze impedendoci
di dormire, se non sapremo più

che fiori portare a coloro
che ci aspettano per chiederci
come mai ancora non li ha
svegliati verso l’alba il rumore

della pioggia sui coppi bruniti
così che possa riprendere
il discorso interrotto un altro
autunno quando l’amore

durava sino alla consumazione del dolore?

 

Attilio Bertolucci, Aspettando la pioggia (da Le poesie, Garzanti, 2014)

 

[Foto: dal Web]

Ma tu, perfetto fiore, Ida Vallerugo

 

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Ma tu, perfetto fiore, non farti subito trovare,
è tempo di vivere, di appendere un sole.

Ida Vallerugo

Ira di vento e sono al muro.
Portati il pensiero che mi sequestra
riportalo aria, desiderio o non sono.

E t’incrocio. Non ora, luna
non ora, e mi è più cara quella luce, lei sola nel buio.
Ma sei così limpida tu, serena.
Che vista sei, luna, ai rami d’inverno
e li rifletti su di me al muro e tutte si muovono su di me
queste forme e diverse sono da quelle.
Questa è un’ascella. Quello che là si fa, un profilo.
Quello un sentiero a un giardino improvviso.

Chi cammina, chi cammina in questo giardino
chi spezza i rami e si fa affanno il respiro?
Ma tu, perfetto fiore, non farti subito trovare,
è tempo di vivere, di appendere un sole.

Sarà una pesca questo punto d’ombra
nel palmo della mano, la stessa pesca che tu a tavola
sollevi alla luce e la ruoti piano seguendo le sfumature
e sì, dici, aspirando il profumo
è sempre quella pesca, gettato nell’erba la guardavo
oscillare sul ramo alla luna di guerra.
E tu chi sei che impollini ombre?
Levati di torno.

E non dire andando non sono reali

ma cosa non è vero?

Né che tanto saremo, luna.

 

Ida Vallerugo, da Stanza di Confine (Crocetti, 2013)

 

 

Amore, Piero Bigongiari

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C’è poco spazio per l’amore, tra una
chiamata telefonica, un viaggio,
un grido, a malapena un esser qui
tra un sorriso, un morire del sorriso,
ma questo è amore, questo poco spazio
che viene meno: screzio del possibile,
strazio dell’impossibile che può.

Se è intatta la coppa, l’incrinata
coppa ma che non versa, è che l’amore
che l’incrina la tiene, che la sbriciola
la rifonde in un tutto. Nulla passa:
la ferita non versa, par guarita.
Ma non l’amore, esso non è guaribile.

Non guarisce l’amore, l’inguaribile
scende stilla a stilla dagli occhi, e uno dice: vedo;
stilla a stilla dal cuore, e uno dice: sento,
sento un vuoto, un dolore, sento venir meno
la notte o l’alba che dovrebbero seguirsi
a breve distanza, caute, tacendo.

È notte o l’alba, non so: il fiume qui è grosso
ma pur fine, fatto di stille di temporali miti.
Gridano di andarsene dal cuore le poche cose che lo posseggono
ma come una stiva che una tempesta mette a soqquadro,
quanto spazio là, quanto spazio tra le cose mercanteggiate, in qualche pericolo
qualcuno grida lassù in alto con un urlo lacerante qualcosa.

Ha veduto, o non ha veduto, il pack aprirsi
a un’ improvvisa primavera che ha percorso le acque fredde
in canali profondi; ha veduto, o non ha veduto,
anche il carico aprirsi, sbandare, ritrovare quel disordine
antico che all’improvviso provoca non udito,

ultrasuono infrasuono, non una voce per chi è sordo a ogni ordine estremo
o forse all’opposto di ogni ordine. Se tutto, dentro e fuori,
ugualmente e tutto insieme si apre, attento
attento a non cadere in questa grafia fine che l’amore crea tra le cose
come se volesse descriverle, lui l’indescrivibile,
attento a non scinderti in un significato che non può significare l’insignificabile
perché l’amore può stritolarti là in mezzo dove ti lascia dolcemente cadere
se tu non ne sei la tenaglia ma il mallo amaro.

 

Piero Bigongiari, da Antimateria  (Mondadori, 1972)

 

Come deve, Mario Luzi

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Che vuoi che vieni da così lontano
ed entri a volo cieco nella nebbia
fin qua dove gli uccelli anche di nido
da ramo a ramo perdono la traccia?

La vita come deve si perpetua,
dirama in mille rivoli. La madre
spezza il pane tra i piccoli, alimenta
il fuoco; la giornata scorre piena
o uggiosa, arriva un forestiero, parte,
cade neve, rischiara o un’acquerugiola
di fine inverno soffoca le tinte,
impregna scarpe ed abiti, fa notte.

E’ poco, d’altro non vi sono segni.

Mario Luzi, da Onore del vero ( in Le Poesie, Garzanti)

[Foto: Luis Beltran]