Aftermarth, Julio Cortàzar

Kazuo Sumida

 

Dimmi perché ancora ti desidero, perché torna il tuo nome
come l’ascia alla ferita in un’amara visitazione della
         mezzanotte,
sulle rive di un campo minerario dove le larve si moltiplicano,
umide bave, resoconto infinito di imperizie,
dimmi da quel nulla dove ora ti trinceri, dimmi
perché mi basta comporre un meccanismo elementare di
        sillabe,
digitare nel grumolo di nebbia le cifre del tuo nome
perché solitariamente
mi opprima la speranza di una minuta migrazione di dita
_         sui miei capelli,
di una fragranza dove abita il muschio.

Di un silenzio più infuocato di tutte le vigilie.

Julio Cortàzar, Aftermarth

(Trad. di M. Fernàndez.)

 

 

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Dime por qué todavía te deseo, por qué tu nombre vuelve
como el hacha a la herida en una amarga visitación de la
_             medianoche,
a la vera de un campo funerario donde larvas se multiplican
húmedas babas, recuento interminable de torpezas,
dime desde esa nada donde ahora te atrincheras, dime
por qué me basta componer un mecanismo elemental de
–             sílabas,
discar en el cogollo de la niebla las cifras de tu nombre
para que solitariamente
me agobie la espranza de una menuda migración de dedos
–              por mi pelo,
de una fragancia donde habita el musgo.

De un silencio más fogoso que todas las vigilias.

Julio Cortàzar, Aftermarth

 

[Foto: Kazuo Sumida ]

 

Lascito, G. Ritsos

Bruno Dayan

Credo nella poesia, nell’amore, nella morte,
perciò credo nell’immortalità.

Ghiannis Ritsos

 

Disse: Credo nella poesia, nell’amore, nella morte,
perciò credo nell’immortalità. Scrivo un verso,
scrivo il mondo; esisto; esiste il mondo.
Dall’estremità del mio mignolo scorre un fiume.
Il cielo è sette volte azzurro. Questa purezza
è di nuovo la prima verità, il mio ultimo desiderio.

Traduzione di Nicola Crocetti

Ghiannis Ritsos, Pietre Ripetizioni Sbarre, Milano, Crocetti Editore, 2004

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Υποθήκη

Είπε: Πιστεύω στην ποίηση, στον έρωτα, στο θάνατο,
γι’ αυτό ακριβώς πιστεύω στην αθανασία. Γράφω ένα στίχο,
γράφω τον κόσμο˙ υπάρχω˙ υπάρχει ο κόσμος.
Από την άκρη του μικρού δαχτύλου μου ρέει ένα ποτάμι.
Ο ουρανός είναι εφτά φορές γαλάζιος. Τούτη η καθαρότητα
είναι και πάλι η πρώτη αλήθεια, η τελευταία μου θέληση.

 

Γιάννης Ρίτσος, “Πετρες επαναληψεις κιγκλιδωμα”, Κεδρος, 1972

Come essere un poeta (per mio promemoria), Wendell Berry

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… componi una poesia che non turbi
il silenzio da cui è nata.

Wendell Berry

 

 

I

Trova un posto per sederti.
Siediti. Resta in silenzio.
Dovrai fare affidamento su
affetti, letture, conoscenze,
abilità – più di quante
tu ne abbia – ispirazione,
impegno, maturità, pazienza,
perché la pazienza congiunge il tempo
all’eternità. Dubita
del giudizio
di chi elogia i tuoi versi.

II

Respira con respiro incondizionato
l’aria non condizionata.
Lascia perdere i fili elettrici.
Comunica con lentezza. Vivi
una vita a tre dimensioni;
stai lontano dagli schermi.
Stai lontano da tutto ciò
che offusca il luogo in cui si trova.
Non esistono luoghi che non siano sacri;
soltanto luoghi sacri
e luoghi profanati.

III

Accogli quanto viene dal silenzio.
Fanne il meglio che puoi.
Con le minute parole che a poco a poco nascono
dal silenzio, come preghiere
riverberate verso chi prega,
componi una poesia che non turbi
il silenzio da cui è nata.

Wendell Berry How to be a poet, New Collected Poems, Counterpoint Press, 2013

Trad. Vincenzo Perna (per la Lindau Edizioni: http://blog.lindau.it/ )

Geometria dei venti, Rachel de Queiroz

Rachel de Queiroz

Scorre come un fiume,
come il sangue nelle arterie,
così spontanea che neanche si sa come è stata scritta.

Rachel de Queiroz

 

Ebbene abbiamo qui la Poesia,
la grande Poesia.
Che non offre segni
né linguaggio specifico, non rispetta
neppure i confini linguistici. Scorre come un fiume,
come il sangue nelle arterie,
così spontanea che neanche si sa come è stata scritta.
E al tempo stesso, così elaborata —
fatta come un fiore nella sua minuziosa perfezione,
un cristallo che si stacca dalla terra
già dentro la geometria impeccabile
della sua lapidazione.
Dove si racconta una storia,
dove si vive un delirio; dove la condizione umana si esaspera,
fino al confine della follia,
insieme a Vincent e ai suoi girasoli di fuoco,
all’ombra di Eva Braun, avvolta nel mistero
al contempo
facile e irrisolvibile della sua tragedia.
Sì, è l’incontro con la Poesia.

Rachel de Queiroz (1910-2003), Geometria dei venti

(Poesia scritta in omaggio alla poesia Geometria dei venti di Alvaro Pacheco)


Trad. Emilio Capaccio

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Eis que temos aqui a Poesia,
a grande Poesia.
Que não oferece signos
nem linguagem específica, não respeita
sequer os limites do idioma. Ela flui, como um rio,
como o sangue nas artérias,
tão espontânea que nem se sabe como foi escrita.
E ao mesmo tempo tão elaborada —
feito uma flor na sua perfeição minuciosa,
um cristal que se arranca da terra
já dentro da geometria impecável
da sua lapidação.
Onde se conta uma história,
onde se vive um delírio; onde a condição humana exacerba,
até à fronteira da loucura,
junto com Vincent e os seus girassóis de fogo,
à sombra de Eva Braun, envolta no mistério ao
mesmo tempo
fácil e insolúvel da sua tragédia.
Sim, é o encontro com a Poesia.

Rachel de Queiroz, Geometria dos ventos

(Poesia feita em homenagem ao poema Geometrida dos Ventos de Álvaro Pacheco)

Poesia, Alfonso Gatto

Harold Feinstein

Universo che mi spazia e m’isola, poesia.

A. Gatto

 

In ogni gioia breve e netta scorgo il mio pericolo.
Circolo chiuso ad ogni essere è l’amore che lo regge.
Tendo a questo dubbio intero, a un divieto in cui
cogliere il sospetto e la lusinga del mio movimento.
Universo che mi spazia e m’isola, poesia.

Alfonso Gatto, da Isola in Tutte le poesie (Mondadori, 2017)

 

[Foto: Harold Feinstein]

Silenzio, Pablo Neruda

lago di como

 

Per una volta sulla terra
non parliamo in nessuna lingua,
per un secondo fermiamoci

[…]
Se non potemmo essere unanimi

muovendo tanto le nostre vite,
forse non far nulla una volta,
forse un gran silenzio potrà
interrompere questa tristezza,
questo non intenderci mai,
e minacciarci con la morte

Ora conteremo fino a dodici
e rimaniamo tutti quieti.

Per una volta sulla terra
non parliamo in nessuna lingua,
per un secondo fermiamoci,
non muoviamo tanto le braccia.

Sarebbe un minuto fragrante,
senza fretta, né locomotive,
saremmo tutti uniti
in un’inquietudine istantanea.

I pescatori del freddo mare
non farebbero male alle balene
e il lavoratore del sale
guarderebbe le sue mani rotte.

Quelli che preparan guerre verdi,
guerre di gas, guerre di fuoco,
vittorie senza superstiti,
si metterebbero un vestito puro
camminerebbero coi loro fratelli
nell’ombra, senza far nulla.

Non si confonda ciò che voglio
con l’inazione definitiva:
la vita è solo ciò che si fa,
non voglio saperne della morte.

Se non potemmo essere unanimi
muovendo tanto le nostre vite,
forse non far nulla una volta,
forse un gran silenzio potrà
interrompere questa tristezza,
questo non intenderci mai,
e minacciarci con la morte,
forse la terra c’insegnerà
quando tutto sembra morto
e poi tutto era vivo.

Ora conterò fino a dodici,
tu tacerai e io me ne andrò.

P. Neruda, Silenzio, da Stravagario (Nuova Accademia, 1963)

 

A callarse

Ahora contaremos doce
y nos quedamos todos quietos.

Por una vez sobre la tierra
no hablemos en ningún idioma,
por un segundo detengámonos,
no movamos tanto los brazos.

Sería un minuto fragante,
sin prisa, sin locomotoras,
todos estaríamos juntos
en una inquietud instantánea.

Los pescadores del mar frío
no harían daño a las ballenas
y el trabajador de la sal
miraría sus manos rotas.

Los que preparan guerras verdes,
guerras de gas, guerras de fuego,
victorias sin sobrevivientes,
se pondrían un traje puro
y andarían con sus hermanos
por la sombra, sin hacer nada.

No se confunda lo que quiero
con la inacción definitiva:
la vida es solo lo que se hace,
no quiero nada con la muerte.

Si no pudimos ser unánimes
moviendo tanto nuestras vidas,
tal vez no hacer nada una vez,
tal vez un gran silencio pueda
interrumpir esta tristeza,
este no entendernos jamás
y amenazarnos con la muerte,
tal vez la tierra nos enseñe
cuando todo parece muerto
y luego todo estaba vivo.

Ahora contaré hasta doce
y tu te callas y me voy.

 

Pablo Neruda, A callarse, Estravagario, 1958

[Video: Letture di Luigi Corsanico]

[Foto: Lago di como]

 

[In un’epoca che ha perso la dimensione del sacro e dove il “dire” è diventato un atto prevaricatore e selvaggio, il tacere, a volte, può essere rivoluzionario: e dunque per una volta, al cospetto della vita o della morte, della gioia o del dolore, dell’irrequietezza o dell’immobilità, della quiete o dell’ilarità: Silenzio! ]

 

 

 

 

La prima parola di un verso… R. M. Rilke

 

 

 [… ]

Ma perché essere qui è molto, e perché sembra
che tutte le cose di qui abbiano bisogno di noi, queste effimere
che stranamente ci sollecitano. Di noi, i più effimeri.
Ogni cosa
una volta, una volta soltanto. Una volta e non più.
E anche noi
una volta. Mai più. Ma quest’essere
stati una volta, anche una volta sola,
quest’essere stati terreni pare irrevocabile [….]

R. M. Rilke, Elegie duinesi

 

Bisognerebbe saper attendere e raccogliere, per una vita intera e possibilmente lunga, senso e dolcezza, e poi, proprio alla fine, si potrebbero forse scrivere dieci righe valide. Perché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si acquistano precocemente), sono esperienze. Per scrivere un verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna capire il volo degli uccelli e comprendere il gesto con cui i piccoli fiori si schiudono al mattino. Bisogna saper ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e congedi previsti da tempo, a giorni dell’infanzia ancora indecifrati, ai genitori che eravamo costretti a ferire quando ci porgevano una gioia e non la comprendevamo (era una gioia per qualcun altro), a malattie infantili che cominciavano in modo così strano con tante profonde e gravi trasformazioni, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare sopratutto, ai mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano assieme alle stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto questo. Bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche accanto ai moribondi bisogna esser stati, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori a folate. E ancora avere ricordi non basta. Bisogna saperli dimenticare, quando sono troppi, e avere la grande pazienza d’attendere che ritornino. Perché i ricordi in sé ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, anonimi e non più distinguibili da noi stessi, solo allora può darsi che in una rarissima ora si levi dal loro centro e sgorghi la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge

La Musa, A. Achmatova

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Quando la notte attendo il suo arrivo,
la vita sembra sia appesa a un filo.
Che cosa sono onori, libertà, giovinezza
di fronte all’ospite dolce
col flauto nella mano? Ed ecco è entrata.
Levato il velo, mi guarda attentamente.
Le chiedo: «Dettasti a Dante tu
le pagine dell’Inferno?» Risponde: «Io».

 

A. Achmatova, La Musa (da Il giunco, 1925)

 

 

Abbiamo dentro, Mario Benedetti

 

 

Abbiamo dentro un buffone e un angelo
un santo e un carnefice
un ubriaco e un saggio

abbiamo tutti un addio con pianto
un pioppo incontrollato
due tre benvenuti

tutti guardiamo attraverso il sogno
di vetri opacizzati
o di amori autunnali

la tramontana ci spettina in un attimo
se ancora conserviamo
un fiordo di calvizie

siamo alla mercé delle mercedi
delle parole dette
di quelle mai più dette

c’è una fortuna che ci viene data
e un’altra che noi stessi sviluppiamo
con un po’ di fortuna

quando di notte ci inventiamo
il risultato è così splendido
che non ci riconoscono

 

Mario Benedetti, da Il mondo che respiro (in Inventario, a cura di Martha L.Canfield, Le Lettere)
Todos llevamos un bufón y un ángel
un santo y un verdugo
un borracho y un sabio

todos tenemos un adiós llorado
un álamo nervioso
dos o tres bienvenidas

todos miramos a través del sueño
de cristales con vaho
o de amores de otoño

el cierzo nos despeina en un instante
si es que aún conservamos
un fiordo de calvicie

estamos a merced de las mercedes
de las palabras dichas
y las no pronunciadas

hay una suerte que nos viene hecha
y otra que desplegamos
con un poco de suerte

cuando nos inventamos en la noche
quedamos tan espléndidos
que no nos reconocen.

 

Mario Benedetti, da El mundo que respiro

 

[ Foto: Robert Mapplethorpe ]