Lascito, G. Ritsos

Bruno Dayan

Credo nella poesia, nell’amore, nella morte,
perciò credo nell’immortalità.

Ghiannis Ritsos

 

Disse: Credo nella poesia, nell’amore, nella morte,
perciò credo nell’immortalità. Scrivo un verso,
scrivo il mondo; esisto; esiste il mondo.
Dall’estremità del mio mignolo scorre un fiume.
Il cielo è sette volte azzurro. Questa purezza
è di nuovo la prima verità, il mio ultimo desiderio.

Traduzione di Nicola Crocetti

Ghiannis Ritsos, Pietre Ripetizioni Sbarre, Milano, Crocetti Editore, 2004

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Υποθήκη

Είπε: Πιστεύω στην ποίηση, στον έρωτα, στο θάνατο,
γι’ αυτό ακριβώς πιστεύω στην αθανασία. Γράφω ένα στίχο,
γράφω τον κόσμο˙ υπάρχω˙ υπάρχει ο κόσμος.
Από την άκρη του μικρού δαχτύλου μου ρέει ένα ποτάμι.
Ο ουρανός είναι εφτά φορές γαλάζιος. Τούτη η καθαρότητα
είναι και πάλι η πρώτη αλήθεια, η τελευταία μου θέληση.

 

Γιάννης Ρίτσος, “Πετρες επαναληψεις κιγκλιδωμα”, Κεδρος, 1972

Corpo Nudo, G. Ritsos

 

 

Genova, Cimitero di Staglieno_tomba di Orsini_Foto Leonardo Bistolfi

 

Queste minime cose
per noi due
come son grandi.
Tutte.

G. Ritsos

 

 

 

Neanche stanotte la luna piena.
Ne manca una parte.
Il tuo bacio.

Quando mi posavi la mano
sul ginocchio o sulla spalla,
o sul fianco
cambiava posa il mondo.

Ci spogliammo.
Chiudemmo fuori dalla porta
le case, i cani,
i giardini, le statue,
la morte.

Le mie mani ti ricordano
più profondamente della memoria.

Come mi sollevano in alto
i tuoi baci.
Mi perdo.
Tienimi.

Suonano alla porta.
Suona il telefono.
Niente.
Non ci siamo.
Noi due insieme
non ci siamo.
E la pioggia cospiratrice.

Circoli nel mio sangue,
mi riempi il corpo.
Contengo il mondo.

Non avevo da aggiungere
altro verso,
altra parola.
Nel tuo corpo vivevo
tutta la poesia.

Tutta notte
il tuo nome
mi cinguetta in bocca,
mi beve la saliva,
mi beve.
Il tuo nome.

Mi van strette le notti
in tua assenza.
Ti respiro.

Accendo fiammiferi,
mi taglio le unghie,
buco le lenzuola.
Manchi.

Queste minime cose
per noi due
come son grandi.
Tutte.

*

G. Ritsos, Erotica, “da  Corpo nudo

 

[Foto: Leonardo Bistolfi, Genova, Cimitero di Staglieno, tomba di Orsini]

Le poesie che ho vissuto, Ghiannis Ritsos

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La Poesia non ha mai camminato così
sotto i bianchissimi meli in fiore di nessun Paradiso.

 

Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo
mi chiederanno la loro voce un giorno, quando te ne andrai.
Ma io non avrò più voce per ridirle, allora. Perché tu eri solita
camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto,
gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le mani
sulle ginocchia, mettendo in mostra provocante
i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così – dicevi;
ricordarmi così, coi piedi sporchi; coi capelli
che mi coprono gli occhi – perché così ti vedo più profondamente. Dunque,
come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così
sotto i bianchissimi meli in fiore di nessun Paradiso.

Ghiannis Ritsos da Erotica (Crocetti, 1981)

 

[Foto: Frantisek Drtikol]

 

Anelando l’invisibile, Odisseas Elytis

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Uomo,

Se almeno davanti a un fiore sapessi
Comportarti
Giustamente, avresti tutto. Perché dal poco,
Anche dall’uno talvolta – come nell’amore –
Conosciamo il resto…

O. Elytis

 

 

Uomo, tuo malgrado
Malvagio – per poco non è altra la tua sorte.
Se almeno davanti a un fiore sapessi
Comportarti
Giustamente, avresti tutto. Perché dal poco,
Anche dall’uno talvolta – come nell’amore –
Conosciamo il resto. Ma la folla resta
Solo sulla superficie delle cose
Tutto vuole e prende e non le rimane nulla.

È già arrivato il pomeriggio
Sereno come a Mitilene o in un quadro
Di Theofilos, fin là a Eze,a Cap-Estel,
Insenature dove il vento assesta bracciate
Una tale trasparenza
Che tocchi le montagne e continui a vedere l’uomo
Che era passato ore prima
indifferente e che ormai dev’essere arrivato.
Dico: sì, devono essere arrivati
Al loro termine la guerra e il Tiranno nella sua caduta
E la paura dell’amore davanti alla donna nuda.
Sono arrivati, sono arrivati e solo noi non vediamo
A tentoni ci scontriamo di continuo con i nostri fantasmi.

Angelo tu che voli qui intorno
Sofferente e invisibile, prendimi per mano
Sono dorate le trappole degli uomini
Ed io non posso che restare con quelli di fuori.

Perché anche l’Invisibile lo sento presente
L’unico che io chiami Principe, quando
La casa tranquillamente
Ancorata nel tramonto
Manda bagliori
E come in un assalto un pensiero
S’impone d’un tratto mentre altrove andavamo.

Odysseas Elytis, da Fratellastri,  1974

 

[Foto: Edouard Boubat]

 

Debito Autunnale, G. Ritsos

 

Ma tu, a dispetto della pioggia e dei venti, insisti
sotto la tua lampada, su questa sedia dura,
per lasciare qulacosa a chi verrà dopo – almeno
due versi,
scritti con la mano della pioggia, che indichino
tremanti
sempre, sempre, in direzione del sole
.

G. Ritsos

 

 

La casa profuma già di autunno. E una volta ancora
siamo impreparati,
senza pullover né sciarpe. Nuvole inattese
dal mattino oscurano le colline. Dobbiamo sbrigarci
a fare un po’ di provviste, perché tra poco arrivano
i venti sbraitanti. I vapori della cucina
occupano il primo posto nel silenzio del corridoio.
A uno a uno
chiudono i locali sul mare. Sul molo bagnato
pacchetti di sigarette vuoti, recipienti di plastica,
giornali
e i gatti randagi affamati che guardano
l’orologio della dogana privo di lancette. Domande
dimenticate
cigolano di nuovo come banderuole arrugginite
sui tetti di case abbandonate, i cui proprietari
sono morti di tisi anni fa senza lasciare eredi.
Ma tu, a dispetto della pioggia e dei venti, insisti
sotto la tua lampada, su questa sedia dura,
per lasciare qulacosa a chi verrà dopo – almeno
due versi,
scritti con la mano della pioggia, che indichino
tremanti
sempre, sempre, in direzione del sole
.

Karlòvasi, 14.VIII.87

 

G. Ritsos, Molto tardi nella notte, (2013 Crocetti Editore)

 

[Foto: Willy Ronis, Vincent et le chat, Paris, 1955]

Mi do ad ogni cosa, Nikos Kazantzakis

Michael G. Magin

Il nostro corpo è una nave e naviga sopra acque
color blu scuro.
Qual è il nostro scopo? Far naufragio!

N. Kazantzakis

 

Mi do ad ogni cosa. Amo, soffro, lotto.
L’universo mi sembra più ampio della mente,
il mio cuore un mistero oscuro e onnipotente.

Se puoi, Anima, sollevati sopra le onde mugghianti
e afferra tutto il mare
con una sola giravolta del tuo occhio.
Trattieni bene il tuo senno, che non vacilli.
E tutto d’un colpo torna a inabissarti nel mare e prosegui la lotta.
Il nostro corpo è una nave e naviga sopra acque
color blu scuro.
Qual è il nostro scopo? Far naufragio!

 

Nikos Kazantzakis, da Ascetica o i salvatori di Dio, Crocetti

[Foto: Michael G. Magin ]

Inno di lode per le donne che amiamo, Nikos Engonopoulos

donne alla finestra

Dans les peuples vraiment libres,
les femmes sont lebres et adorées
Saint-Just T.

le donne che amiamo sono come melograno
vengono a trovarci
di notte
quando piove
con il loro seno annullano la nostra solitudine
entrano in profondità nei nostri capelli
e li adornano
come lacrime
come rive luminose
come melograne

le donne che amiamo sono cigni
i loro parchi
vivono solo nel nostro cuore
le loro ali sono
le ali degli angeli
le loro statue sono il nostro corpo
loro sono i bei filari di alberi
loro erette sulle punte dei piedi
leggeri
si avvicinano a noi
ed è come se ci baciassero
negli occhi
cigni

le donne che amiamo sono laghi
nei loro canneti
le nostre labbra ardenti fischiano
i nostri begli uccelli nuotano nelle loro acque

e poi
come volassero
li rispecchiano
orgogliosi come sono –
i laghi
e sulle loro rive le bianche lire
con la loro musica soffocano
la nostra amarezza
e come inondano il nostro essere
di gioia
di calma
le donne che amiamo sono
laghi

le donne che amiamo sono come bandiere
ondeggiano ai venti del desiderio
i loro lunghi capelli
brillano
la notte
nelle loro calde mani tengono
la nostra vita
il loro soffice ventre
la volta celeste
le nostre porte
le nostre finestre
le flotte
le nostre stelle vivono sempre a loro vicine

i loro colori sono
le parole d’amore
le loro labbra
sono il
sole la luna
e la loro vela è la nostra sindone:
le donne che amiamo sono come bandiere

Nikos Engonopoulos, Inno di lode per le donne che amiamo (in La donna, la libertà, l’amore, Mondadori, 2008)

[Foto: dal web]

[Non abbiamo qui bisogno di una giornata specifica per celebrare la donna, o per manifestare in suo favore: tra queste pagine la donna, la sua essenza, il suo essere  è più che presente, e potrei citare decine e decine di post a riguardo. Però, perchè non cogliere l’occasione per ricordarvi e abbracciarvi una ad una, anche oggi! 😉 ]

Altre poesie:

https://laterraeblucomeunarancia.wordpress.com/2016/09/27/donna-ascia-susana-chavez/

https://laterraeblucomeunarancia.wordpress.com/2016/06/12/ritratto-di-donnawislawa-szymborska/

https://laterraeblucomeunarancia.wordpress.com/2016/12/11/le-passanti-pol-brassens-de-andre/

Ritorno, Nanà Isaia

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           Ritornando
_                      per trovare certi pensieri.
____________    __   Parole che non avevo pensato di dirti.
_                           Pomeriggi di silenzio nel viale.
           Ritornando con un finestrino di treno
per vedere il mondo.
_            So che troverò al loro posto
                                           religiosi gli oggetti
                                                               dell’addio.
_                                         Il ritorno al posto della mia fuga.
_                         Ma nelle mie mani non ci sarà
_     alcuna materia di volti
_                                 e di ultimi momenti.
_                                            Immagini solo dei singhiozzi.
_                                 E un pizzico di cenere dalla vita.
                      Come dolore inutile.

 

Nanà Isaia,  Antologia della poesia greca contemporanea (Crocetti, 2004)

[Foto: Greta Garbo]

Amore, Piero Bigongiari

panchine

 

C’è poco spazio per l’amore, tra una
chiamata telefonica, un viaggio,
un grido, a malapena un esser qui
tra un sorriso, un morire del sorriso,
ma questo è amore, questo poco spazio
che viene meno: screzio del possibile,
strazio dell’impossibile che può.

Se è intatta la coppa, l’incrinata
coppa ma che non versa, è che l’amore
che l’incrina la tiene, che la sbriciola
la rifonde in un tutto. Nulla passa:
la ferita non versa, par guarita.
Ma non l’amore, esso non è guaribile.

Non guarisce l’amore, l’inguaribile
scende stilla a stilla dagli occhi, e uno dice: vedo;
stilla a stilla dal cuore, e uno dice: sento,
sento un vuoto, un dolore, sento venir meno
la notte o l’alba che dovrebbero seguirsi
a breve distanza, caute, tacendo.

È notte o l’alba, non so: il fiume qui è grosso
ma pur fine, fatto di stille di temporali miti.
Gridano di andarsene dal cuore le poche cose che lo posseggono
ma come una stiva che una tempesta mette a soqquadro,
quanto spazio là, quanto spazio tra le cose mercanteggiate, in qualche pericolo
qualcuno grida lassù in alto con un urlo lacerante qualcosa.

Ha veduto, o non ha veduto, il pack aprirsi
a un’ improvvisa primavera che ha percorso le acque fredde
in canali profondi; ha veduto, o non ha veduto,
anche il carico aprirsi, sbandare, ritrovare quel disordine
antico che all’improvviso provoca non udito,

ultrasuono infrasuono, non una voce per chi è sordo a ogni ordine estremo
o forse all’opposto di ogni ordine. Se tutto, dentro e fuori,
ugualmente e tutto insieme si apre, attento
attento a non cadere in questa grafia fine che l’amore crea tra le cose
come se volesse descriverle, lui l’indescrivibile,
attento a non scinderti in un significato che non può significare l’insignificabile
perché l’amore può stritolarti là in mezzo dove ti lascia dolcemente cadere
se tu non ne sei la tenaglia ma il mallo amaro.

 

Piero Bigongiari, da Antimateria  (Mondadori, 1972)

 

Eppure – chissà… da “Elena” – G. Ritsos

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… Eppure – chissà –
là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia
la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo …

G. Rotsos

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Ah, sí, quante battaglie, eroismi, ambizioni, superbie senza senso,
sacrifici e sconfitte e sconfitte, e altre battaglie, per cose
che ormai erano state decise da altri in nostra assenza. E gli uomini, innocenti,
a infilarsi le forcine negli occhi, a sbattere la testa
contro il muro altissimo, ben sapendo che il muro non cede
né men si fende, per consentirgli di vedere almeno da una fessura
un po’ di azzurro non offuscato dalla loro ombra e dal tempo. Eppure – chissà –
là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia
la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo
tra ferri arrugginiti e ossi di tori e di cavalli,
tra antichissimi tripodi su cui arde ancora un po’ d’alloro
e il fumo sale nel tramonto sfilacciandosi come un vello d’oro.

 

Ghiannis Ritsos da Elena (“Quarta dimensione”, Crocetti Editore, 2013)

[Foto: Kertész André]

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Ἅ, ναί, πόσες ἀνόητες μάχες, ἡρωϊσμοί, φιλοδοξίες, ὑπεροψίες,
θυσίες καὶ ἧττες καὶ ἧττες, κι ἄλλες μάχες, γιὰ πράγματα ποὺ κιόλας
ђἴταν ἀπὸ ἄλλους ἀποφασισμένα, ὅταν λείπαμε ἐμεῖς. Καὶ οἱ ἄνθρωποι, ἀθῶοι,
νὰ χώνουν τὶς φουρκέτες τῶν μαλλιῶν μὲς στὰ μάτια τους, νὰ χτυποῦν τὸ κεφάλι
στὸν πανύψηλο τοῖχο, γνωρίζοντας βέβαια πὼς ὃ τοῖχος δὲν πέφτει
οὔτε ραγίζει κάν, νὰ δοῦν τουλάχιστον μὲς ἀπὸ μιὰ χαραμάδα
λίγο γαλάζιο ἀσκίαστο ἀπ’ τὸ χρόνο καὶ τὴ σκιά τους, Ὡστόσο – ποιὸς ξέρει –
ἴσως ἐκεῖ ποὺ κάποιος ἀντιστέκεται χωρὶς ἐλπίδα, ἴσως ἐκεῖ νὰ ἀρχίζει
ἡ ἀνθρώπινη ἱστορία, ποὺ λέμε, κι ἡ ὀμορφιὰ τοῦ ἀνθρώπου
ἀνάμεσα σὲ σκουριασμένα σίδερα καὶ κόκκαλα ταύρων καὶ ἀλόγων,
ἀνάμεσα σὲ πανάρχαιους τρίποδες ὅπου καίγεται ἀκόμα λίγη δάφνη
κι ὁ καπνὸς ἀνεβαίνει ξεφτώντας στὸ λιόγερμα σὰ χρυσόμαλλο δέρας.

 

Γιάννης Ρίτσος da “Τέταρτη διάσταση”, Αθήνα, εκδόσεις Κέδρος, 1972