Tu non sai, Alda Merini

Te l’ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati
volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire.

I grandi poeti sanno fare questo stacco tra la loro morte
cerebrale, fisica e la vita di tutti, parlano come dall’aldilà.

A. Merini

 

Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici, e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano o diventano sogni. Pensa che in un albero c’è un violino d’amore. Pensa che un albero canta e ride. Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita. Te l’ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire.

Alda Merini, L’anima innamorata, Frassinelli, Milano 2000

[Video: Alda, Ricky Farina]

[Per  Discorsi per la poesia, un breve film di Ricky Farina dedicato ad Alda Merini, dove ci parla del mistero della poesia, e della sua poesia, e dove si ha la possibilità di passare qualche minuto con questa poetessa, dalla semplicità e carica umana unica.]

Sui patriarcalismi, Gilda M.

Mi trovo mio malgrado a dover sottrarre per un attimo un po’ di spazio a poesia e bellezza per questa riflessione, che avrei evitato se non ci fosse stata la necessità di dar voce ad un femminile che, nonostante gli enormi mutamenti, continua ad essere oggetto di denigrazione e prepotenza. Non si fosse richiamato al genere femminile la mia unica risposta sarebbe stata il silenzio. Dar  voce, quindi,  a quel femminile, spesso zittito persino da forme cronachistiche stereotipate (donna=vittima inconsapevole e passiva uomo=massacratore geloso e furioso), dietro le quali c’è invece un fenomeno molto più complesso che trova le sue radici in un retaggio antico: il patriarcato, ossia quel modello che vede il principio (arché) del nutrimento nel maschile. Un modello che fino a un secolo fa aveva un suo motivo conduttore, che ha portato le società a fondarsi sul potere, il comando, il primato e l’assunzione di tutti i principali ruoli pubblici negli uomini. Un principio che oggi ha perso di senso e che lascia quegli uomini e con essi un’intera società in parte smarrita, se non si ha la capacità di vedere come quel principio oggi non sia più valido e si stia affrontando un momento di forte mutamento (tutt’ora in corso) che molti studiosi definiscono post-patriarcato, ossia una fase di transizione che vede un cambiamento dell’antropologia umana per ciò che riguarda il rapporto tra i due sessi.

Purtroppo però, come ogni grande mutamento che si rispetti, anche questo porta con sè qualche ombra dal passato. Una sorta di ritorno in manifestazioni periferiche di quello stesso patriarcato ferito, che si ritrovano in forme denigratorie ed offensive nei confronti dello stesso genere femminile, e che partono proprio da un ritorno a ciò su cui quel principio ordinatore si fondava: il binomio maschile/femminile, maschio prepotente e superiore, femmina relegata allo spazio privato. Ed è così che purtroppo ci si ritrova ad essere oggetti di considerazioni, che dietro la retorica dell’innocenza e del vittimismo, nascondono in sè forme violente e prepotenti, nonché fuori luogo, di denigrazione:

https://amorefilosofico.wordpress.com/2018/11/04/riflessioni-personali-larte-femminile-della-denigrazione/

 

Sorvolo sul come e perché mi ritrovi oggetto di ciò, sul come e perchè mi ritrovi ad avere l’onore di rappresentare “l’arte femminile della denigrazione”, per due ragioni: la cosa non mi interessa, ossia giustificarmi di un confronto non richiesto -perchè fondato sulla mancata presenza dell’altro e quindi su una reale volontà di confronto; e perchè di fatto chi mi conosce sa quanto possa essere veritiero ciò che si dice tra queste righe- fortemente offensive e violente, e chi non sa può tranquillamente navigare tra queste pagine per capire quanta “arte della denigrazione” di fatto ci sia tra le mie azioni e parole.

Ciò che invece mi interessa è quel femminile, senza del quale probabilmente questo post non avrebbe nemmeno avuto ragione d’essere. Perchè quel femminile racconta del disagio che alcuni uomini (quelli lageti ancora a valori patriarcali) provano nei confronti degli attuali mutamenti, nei confronti dei quali prendono le distanze, utilizzando questa logica binaria maschio/femmina, (“mi son chiesto se in certi casi sia davvero importante l’appartenenza di genere e cioè, se invece di chiamarmi NICO, mi fossi chiamato NICA, sarebbe stata una discussione dal tono diverso”), come se il dialogo con una donna, o tra donna e donna, dovesse partire da presupposti differenti; per poi passare a forme aggressive, prepotenti e soffocanti (che nelle forme poi estreme si traducono nei cosiddetti femminicidi, fenomeni appunto molto più complessi di come l’odierna cronaca vuole descriverceli). Un disagio dovuto al fatto che quel femminile: affascinante, misterioso, amato e temuto insieme, divinizzato e mistificato, esaltato e messo al rogo nei secoli dei secoli, rappresenta ancora ciò che da sempre è: quella mer che è per i francesi madre e mare insieme, materia oscura e fonte di vita e cura. Un mistero di fronte al quale nei secoli si è cercato di prendere le distanze: chiudendo, rinchiudento, ostacolando, zittendo, che oggi (in seguito si movimenti femminili e agli enormi mutamenti avvenuti) trova finalmente nuovi spazi, nuova linfa, ma che nel contempo si fa fatica a leggere per ciò che realmente è, e nel contempo si fa fatica a dargli voce.

Questo post vuole essere, per un attimo, quella voce. Perché forme di violenza e reale denigrazione -per quanto misere e piccole possano essere- non restino senza una voce, una voce rinnovata e che si rinnovi ad ogni confronto e che non sia invece condannata- come un’Eco senza speranza, a ripetere ciò che è derivazione e nel contempo deriva di una visione della realtà offuscata e deviante, e che la imprigioni ancora una volta nella rete del non esserci, del mancato confronto.

 

Gilda M.

La precisione della poesia, Chandra Livia Candiani

La poesia è un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino

P. Celan

 

Ci sono tutti, tutti quanti,
non in fila, e nemmeno
in cerchio,
ma mescolati come farina e acqua
nel gesto caldo
che fa il pane:
io è un abbraccio.

C. L. Candiani

 

Ho sperato tanto nelle parole e ho bussato tanto dentro le parole, ho anche spalancato le parole, fracassato le parole, accarezzato le parole. La parola è in via d’estinzione, penso che dovremmo svegliarci e accorgercene che tra le tante cose del nostro pianeta che stanno morendo ci sono anche le parole, e averne tanta cura, coltivare una vera passione per le parole che ancora possono raggiungere l’altro. Le parole sono un ponte tra io e tu, e spesso servono invece per dividere.

 

La poesia per me è una non specialità, non sapere niente di speciale, non sapere, ma un immergersi nel non lo so, un ricevere le parole come arrivassero da una grande bocca misteriosa e farsi tutt’orecchi. Diceva Paul Celan “La poesia è un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino”, e io sento una grande gratitudine perché la poesia è venuta a trovarmi quando avevo dieci anni, e spero che non mi abbandonerà mai, perché è la mia religione, è quella cosa che mi lega alla vita, che mi lega anche a tutti gli invisibili, soprattutto ai bambini che non vengono visti né ascoltati, che grazie alla poesia possono trovare una lingua madre. La poesia è la lingua di chi non sa parlare.

Chandra Livia Candiani

 

 

[Parole per riflettere, parole per sorridere, parole per tacere e ascoltare: età. radici, parole, poesia, oggetti, casa, luna, notte, luce, maestri, connessioni, mappa… Sono tante le parole rievocate in questo breve documentario dove, con semplicità e delicatezza, Livia Chandra Candiani racconta a noi -e forse un po’ a se stessa- il mistero della vita, l’esperienza della poesia, il non detto delle cose, ad offrirci, in un pomeriggio qualunque, una tazza di té al momento giusto.]

 

 

(Ai Bambini Siriani), Amarji

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C’è, mentre morite, una codirossa
che depone gioiosa, nel buco di un pioppo nero,
il suo primo uovo blu.

Mentre morite, il mio cuore entra con voi
nell’ultima nuvola di un mondo nato già morto,– entro con voi
nel papavero bianco, nel mare allentato.

Mentre morite, Dio e l’assassino,
sullo stesso balcone, bevono il nescafé e ridono.
Solo; bevono il nescafé e ridono.

Amarji – poeta siriano | inediti © 2017

 

[Amarji o Amargi, pseudonimo di Rami Farid Youness, è un poeta e autore siriano, nato a Latakia nel 1980. ]

 

[In questi giorni ci arrivano immagini devastanti della distruzione lenta e profonda di un popolo e della su terra, la Siria. Pochi giorni fa ho visto una scena (purtroppo una di quelle alle quali siamo lentamente abituati a vedere in televisione o sul web) che mi ha agghiacciata: bombardamenti, donne in fuga, ragazzi di appena 10 anni che portano in salvo fratellini di meno di due, morti, feriti, distruzione di un intero mondo, di una radice, un’altra delle infinite ferite che questo sistema (a prescindere da chi sarà vinto o vincitore, da chi ne uscirà buono o cattivo), fa da diversi secoli. Umberto Eco in A passero di gambero le chiamava guerre cuscinetto: quelle guerre  cioè inevitabili e”necessarie” affinchè non ci siano guerre da noi e ci sia invece ricchezza e prosperità (apparente). Guerre che non fanno altro che allargare a macchia d’olio (sarebbe meglio dire di petrolio) l’orrore nel mondo. Perché è inevitabile non pensare a coloro che dalla Siria (come da altri luoghi feriti) arrivano da noi, per trovare riparo, salvezza, una via di fuga, una luce; e, invece, attraversando deserti infiniti e infinite torture, attraversando letteralmente la morte arrivano in luoghi per loro ostili, e spesso vengono rispediti a casa che, tradotto, è rispediti nell’oblio perché una casa lì per loro non esiste più.

Questa bellissima poesia mi ha fatto pensare a questo, e a molte altre cose, è una poesia profonda, triste, dolorosa, ma che ha in sè una luce, un canto di speranza ancora per quei bambini che un giorno saranno (o non saranno mai) adulti, i nostri bambini occorrerebbe imparare a pensare, che un giorno saranno (o non saranno mai) i nostri adulti: ossia adulti felici sereni, o adulti feriti, turbati e in molti casi turbanti, perché le ferite, i dolori profondi, hanno questo di particolare: si ramificano, si diffondono e distruggono anche ciò che è lontano da loro, questa guerra (come altre) non riguarda solo la Siria, non riguarda solo i loro bambini, ma riguarda anche noi e il nostro futuro, quel futuro che un giorno sarà dei nostri bambini. Non lo dimentichiamo. ]

Tra le mosche del mercato, di F. Nietzsche e La pace delle cose selvagge, W. Berry

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Tutte le sorgenti profonde vivono con lentezza la loro esperienza: esse debbono attendere a lungo prima di sapere che cosa è caduto nella loro profondità.

F. Nietzsche

 

Entro nella pace delle cose selvagge
che non si complicano la vita per il dolore che verrà.

W. Berry

 

 

 

Amico mio, fuggi nella tua solitudine! Io ti vedo assordato dal fracasso dei grandi uomini e punzecchiato dai pungiglioni degli uomini piccoli.
La foresta e il macigno sanno tacere dignitosamente con te. Sii di nuovo simile all’albero che tu ami, dalle ampie fronde: tacito e attento si leva sopra il mare.
Là dove la solitudine finisce, comincia il mercato; e dove il mercato comincia, là comincia anche il fracasso dei grandi commedianti e il ronzio delle mosche velenose. […]Tutte le sorgenti profonde vivono con lentezza la loro esperienza: esse debbono attendere a lungo prima di sapere che cosa è caduto nella loro profondità. […]
I tuoi prossimi saranno sempre mosche velenose; ciò che in te è grande – proprio questo non può non renderli che più velenosi e sempre più mosche.
Amico mio, fuggi nella tua solitudine e là dove spira un’aria forte e inclemente. Non è tuo destino essere uno scacciamosche.

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi

 

Quando la disperazione per il mondo
cresce dentro di me
e mi sveglio di notte al minimo rumore
col timore di ciò che sarà della mia vita
e di quella dei miei figli,
vado a stendermi là dove l’anatra di bosco
riposa sull’acqua in tutto il suo splendore
e si nutre il grande airone.
Entro nella pace delle cose selvagge
che non si complicano la vita per il dolore che verrà.
Giungo al cospetto delle acque calme.
E sento su di me le stelle cieche di giorno
che attendono di mostrare il loro lume. Per un po’
riposo tra le grazie del mondo e sono libero.

Traduzione di Paolo Severini

Wendell Berry. L’ordine della natura

in Poesia n. 258 Marzo 2011, Crocetti Editore

[Foto: Beth Moon]

 

[Proprio in questi giorni pensavo alla ipocrisia di quei mercati delle mosche che sono i social network, e soprattutto mi riferisco a due aspetti di questi: e cioè l’ammassare (letteralmente) contatti, e la filosofia del “mi piace”. A chi crede di aver fatto un salto di qualità spegnendo la tv e connettendosi a questi, mi dispiace disilluderli, la filosofia è la stessa, il loro linguaggio simile: “è perfettamente pragmatico e non ammette reppliche, alternative, resistenze” (Pasolini). Ovviamente si potrebbe obiettare che di fatto sui social si comunica, anzi sembrano quasi essere il territorio della comunicazione per eccellenza! Ma se comunicare – come ci suggerisce il termine stesso – è un mettere in comune, e cioè condividere qualcosa di proprio con l’altro, soprattutto qualcosa di diverso all’altro, all’interno di un terreno condiviso, cosa abbiamo da spartire con la maggior parte dei nostri contatti, e, soprattutto, di così urgente? La nostra felicità? I nostri pensieri? La nostra follia? La nostra solitudine? Parlavo di ipocrisia, questo perché da che mondo è mondo, a parte rare eccezioni, le persone purtroppo sono spesso alimentate da un senso particolare di invidia verso l’altro, com’è possibile  invece che, da quando è arrivato Facebook nelle nostre case, abbiamo così tante persone felici della nostra felicità, interessate ai nostri pensieri, attente ai nostri progressi? E soprattutto: d’accordo con noi! Dove il massimo dell’alternativa, del contrasto sono i cosiddetti hater (di fatto malati) , mai una comunicazione basata sul dialogo, sul presentare prospettive diverse per poi lasciarsi contaminare dall’altro. Solo persone che girano su se stesse e si autocompiacciono della loro bontà o saggezza da “copia e incolla”. qualcosa non torna… e a non tornare ahimé siamo proprio noi, dove? a casa! Nella nostra dimora, nella nostra anima, nei pensieri, nei nostri interessi, attraverso la nostra corporeità, quella che ci permette di assaporare il gusto della vita e il piacere di ciò che ci circonda, un ritorno alla nostra solitudine, un ritorno alla pace delle cose selvagge, un ritorno all’autenticità dell’altro.

 

P.S. Ovviamente il discorso non è rivolto a quel 2-5% di mondo social che invece rappresenta una fonte inesauribile di condivisione e scambio; lo stesso vale per la televisione, della quale se ne fa un cattivissimo uso per lo più, ma che rappresenta (come ha rappresentato) un grande mezzo di condivione e formazione, il problema non sono i mezzi, anzi, ma l’uso ( o il cattivo uso) che se ne fa.]

Ti scrivo dal balcone…

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Ti scrivo dal balcone
dove resto ancora un poco questa sera
a guardare l’orto al sole di settembre
a mangiare pane e olio e foglie piccole di basilico
ti scrivo meno fiera di quello che vorresti
sono una donna forte sì
ma con anche continue tentazioni di non esserlo
di lasciarmi sciogliere d’amore al sole
e carezzarti e baciarti un po’ di più di quello che tu vuoi
ti scrivo dal balcone
guardando il fico pieno di frutti
e il pero con le foglie malate
ho qualche pensiero triste
e due o tre sereni.

(Vivian Lamarque)