Caro Cesarino, Pier Paolo Pasolini

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“Caro Cesarino, scusa se intervengo così,
sconosciuto e irrichiesto, nella tua vita,
diciamo nella tua vita letteraria …”

Questa che vi presento è una delle lettere di un breve ma interessante carteggio, tra Pierpaolo Pasolini e Cesare Padovani, all’epoca scrittore e regista ormai affermato il  primo, ragazzo quindicenne tetraplegico e “prodigio” l’altro. Siamo nel 1953, e lo scrittore catturato da un articolo di “Oggi” dedicato al ragazzo lo contatta personalmente per metterlo in guardia dalla pericolosità di diventare facile merce. Un carteggio lungo nove lettere (alcune delle quali presenti in Lettere di Pasolini, pubblicato in unica edizione e ormai introvabile e Da uomo a uomo pubblicato dallo stesso Padovani molti anni dopo e contenente l’intero contenuto dello scambio) in un arco di tempo di tredici anni, che in qualche modo incideranno fortemente sul percorso del ragazzo, laureatosi poi in Lettere nel 1965 con una tesi su Pasolini, e proseguendo la sua vita di studi e scritture attento ed entusiasta.

Quello che mi colpisce maggiormente di queste lettere è il ritrovare sempre e comunque lo stesso combattivo, lucido, attento, e soprattutto autentico Pasolini, che mai ha fatto qualcosa per nascondere pareri discordanti o critiche anche sprezzanti persino ad amici colleghi (si veda quella a Lettera ad un bambino ma nato della Fallaci), ma con una sorta di intima attenzione e rilassatezza differente da altri testi, che ho ritrovato anche tra alcune pagine di diari personali presenti in “Diario Pasolini” (Mondadori, 2014 – libro immancabile per gli appassionati e buon punto di partenza per i curiosi).

Vi lascio una delle lettere, l’altra la pubblicherò in seguito per non appesantire i contenuti della pagina.

Roma, 16 maggio 1953

Caro Cesarino, scusa se intervengo così, sconosciuto e irrichiesto, nella tua vita, diciamo nella tua vita letteraria. Ho finito in questo momento di leggere (per caso, perché non leggo mai questa roba) un articolo che ti riguarda su “Oggi”: alquanto patetico, a dire il vero, e un po’ umiliante per te. Tu cerca di essere inattaccabile dal male di questa gente che per aumentare la tiratura di un giornale sarebbe capace di qualsiasi cosa, anche di fare (come nel tuo caso) degli indelicatissimi excursus in una vita interiore, approfittando del fatto ch’è la vita interiore di un ragazzo… Bada che la tua posizione è pericolosissima: non c’è niente di peggio di divenire subito della “merce”. Se tu dipingi e scrivi poesie sul serio, per una ragione profonda e non solo per consolarti delle tue disavventure fisiche (o magari, come dicono, per ragioni terapeutiche…), sii geloso di quello che fai, abbine un assoluto pudore: anche perché non sei che un ragazzo, e i tuoi disegni, le tue poesie non possono essere che il prodotto di un ragazzo. Eccettuati, ch’io sappia, Rimbaud e Mozart, tutti i ragazzi prodigio hanno avuto una mediocre riuscita, e io penso, appunto, che l’unico modo per preservartene è chiuderti in te stesso, e lavorare, ma lavorare sul serio. Non era per dirti queste cose, però, che ti scritto: ho voluto mettermi in contatto con te solo perché ho visto nel famigerato articolo che scrivi delle poesie in dialetto. Ciò m’incuriosisce tremendamente. Devi sapere che anche io a diciotto anni ho cominciato a scrivere dei versi in dialetto (friulano) (ma anch’io avevo cominciato a scrivere versi prestissimo, a sette anni: la mia malattia non era fisica né nervosa, ma psicologica); ho poi continuato a lavorare cercando, oltre che esprimermi, di capirmi. Sono passati una dozzina d’anni e ora, laureato in lettere e insegnante (insegno a dei ragazzi come te) sono nel pieno del mio lavoro letterario. Te ne mando alcuni documenti: non posso mandarti una grossa “antologia della poesia dialettale del ’900”, uscita presso l’editore Guanda di Parma quest’anno, perché non ne ho più che una copia per me.

Tutte queste cose te le scrivo perché tu sappia regolarti sul mio conto, e mi risponda sinceramente: perché scrivi in dialetto? o se proprio il perché non lo sai (è un difficile atto critico il saperlo) perché ami il dialetto? Ti sarei molto grato se tu mi rispondessi e mi mandassi magari qualche saggio delle tue poesie dialettali, su cui io potrei darti un giudizio assolutamente privo delle sdolcinature giornalistiche che ti dicevo, e darti magari qualche consiglio di tecnica o di lettura. Una stretta di mano dal tuo

Pier Paolo Pasolini

 

[Foto: Pier Paolo Pasolini, Dino Pedriali]

E intanto era aprile, P.P. Pasolini

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E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco…

P.P. Pasolini

 

… e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire.

Prepotente, feroce
rinasci, e di colpo, in una notte, copri
un’intera parete appena alzata, il muro
principesco di un ocra
screpolato al nuovo sole che lo cuoce …
E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco:
e non lo voglio, mi rivolto – arido
nella mia nuova rabbia,
a puntellare lo scrostato intonaco
del mio nuovo edificio.

Tu che brutale ritorni,
non ringiovanito, ma addirittura rinato,
furia della natura, dolcissima,
mi stronchi uomo già stroncato
da una serie di miserabili giorni,
ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,
profumi vergine sul mio eclissi,
antica sensualità

Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo (Garzanti, 1961)

[Foto: P.P. Pasolini]

Crisi di felicità, Pier Paolo Pasolini

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No, non si resiste al troppo amore, ai baci
avuti e dati in una sera sola!

P. P. Pasolini

 

Poi e’ il silenzio a darmi il piu’ divino
moto di gratitudine pel mondo.
Ferma il cuore l’occhio del bambino
grato, con la sua crudeltà’ giocosa

No, non si resiste al troppo amore, ai baci
avuti e dati in una sera sola!
Vorrei svenarmi, pezzo d’amore, audace
di beltà’, fermare il cuore che vola.

O pazza crisi di felicita’
notte di Malafiesta, in una volta
io fui fanciullo e dio: più’ non sa
la mia vita che volere la sua morte.

 

Pier Paolo Pasolini, Crisi di felicità da Carne e Cielo (Salani Editore, 2015)

 

[Foto: Tina Modotti]

Le nuvole, P. P Pasolini

 

Le nuvole si sprofondano lucide
dentro le pozze roventi d’azzurro
e i rami si perdono nel sole.
Questo è il tempo in cui rido, in cui piango,
questo è il tempo in cui attendo la grazia,
questo è il tempo in cui sono felice,
questo è il tempo in cui vago per i campi,
questo è il tempo in cui guardo i cieli…
( Io ho gridato? E non si spegne l’eco?
e il mio grido non è più lontano
delle nubi? Non potevo soffocare
la mia gioia ingenua, intrattenuta?)

Pier Paolo Pasolini, da ‘ Carne e cielo (Salani, 2015)
[Foto: Franco Fontana]

Ai redattori di Officina, Pier Paolo Pasolini

 

Ora sento, in me, un sapore di pioggia appena caduta,
ogni vivacità della vita ha uno sfondo di pianto:
Solo una forza confusa mi dice che un nuovo tempo
comincia per tutti e ci obbliga ad essere nuovi.

P.P. Pasolini

 

Caro Leonetti, e Roversi, e Scalia, e Romanò e Fortini,
chi ha meno diritto di me di scrivere questi versi?
Chi ha meno di me pensato,in queste nostre annate?
Chi meno di me ha letto e di me meno sofferto?
Lieto soggetto di alienazione, servo d’una ricchezza
-buttata da avventurieri milanesi,da puttanieri napoletani-
passo come un morto tra i vivi, o un vivo tra i morti:
tradimento incerto, rimandato, disperato,
frutto di ambizioni inesistenti, di necessità non vere.
E non ne sono stato neanche pagato…
Ora sento, in me, un sapore di pioggia appena caduta,
ogni vivacità della vita ha uno sfondo di pianto:
Solo una forza confusa mi dice che un nuovo tempo
comincia per tutti e ci obbliga ad essere nuovi.
Forse -per chi ha sentito e si è dato- è l’impegno
non più a sentire e a darsi, ma a pensare e cercarsi,
se il mondo comincia a finire d’essere il mondo
in cui già suoi, siamo nati, prima creduto eterno,
poi fertile oggetto di storia: sempre riconosciuto.
Ma anche il tempo della vita è pensare, non vivere,
e poichè il pensare è ora senza metodo e verbo,
luce e confusione, prefigurazione e fine,
si sta dissolvendo nel mondo anche la pura vita.
Donchisciotteschi e duri, aggrediamo la nuova lingua
che ancora non conosciamo, che dobbiamo tentare.

 

Da Umiliato e offeso, in  La religione del mio tempo, (Garzanti, 1958)

 

Il fatto che questa poesia si trovi in rete prima e (integralmente) solo su siti spagnoli con versione spagnola seguita da quella italiana, basta a dire cosa sia stato Pasolini per gli italiani? Basta a metterci di fronte a un fatto evidente: che l’Italia ancora continui a vergognarsi di uno degli artisti  più grandi che ha avuto? Una delle voci, scomoda certamente, ma anche più autentica?

L’intelligenza non avrà mai peso… P.P. Pasolini

 

Alzare la mia sola puerile voce –
non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.

P.P. Pasolini

 

 

L’intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

da uno dei milioni d’anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l’ha mai liberato.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza –
alzare la mia sola puerile voce –
non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

 

Pier Paolo Pasolini, da La Guinea, In Poesia in forma di rosa, Garzanti, 1993

Segna-libro: Pier Paolo Pasolini: la tolleranza, in Lettere Luterane

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Ebbene: in tal senso io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono, cioè, un «tollerato».

P. P. Pasolini

 

Ebbene: in tal senso io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono, cioè, un «tollerato».
La tolleranza, sappilo, è solo e sempre puramente nominale. Non conosco un solo esempio o caso di tolleranza reale. E questo perché una «tolleranza reale» sarebbe una contraddizione in termini. Il fatto che si «tolleri» qualcuno è lo stesso che lo si «condanni» La tolleranza è anzi una forma di condanna più raffinata Infatti al «tollerato» – mettiamo al negro che abbiamo preso ad esempio – si dice di far quello che vuole, che egli ha il pieno diritto di seguire la propria natura, che il suo appartenere a una minoranza non significa affatto inferiorità eccetera eccetera. Ma la sua «diversità» – o meglio la sua «colpa di essere diverso» – resta identica sia davanti a chi abbia deciso di tollerarla, sia davanti a chi abbia deciso di condannarla. Nessuna maggioranza potrà mai abolire dalla propria coscienza il sentimento della «diversità» delle minoranze. L’avrà sempre, eternamente, fatalmente presente. Quindi – certo – il negro potrà essere negro, cioè potrà vivere liberamente la propria diversità, anche fuori – certo – dal «ghetto» fisico, materiale che, in tempi di repressione, gli era stato assegnato.
Tuttavia la figura mentale del ghetto sopravvive invincibile. Il negro sarà libero, potrà vivere nominalmente senza ostacoli la sua diversità eccetera eccetera, ma egli resterà sempre dentro un «ghetto mentale», e guai se uscirà da lì.
Egli può uscire da lì solo a patto di adottare l’angolo visuale e la mentalità di chi vive fuori dal ghetto, cioè della maggioranza.
Nessun suo sentimento, nessun suo gesto, nessuna sua parola può essere «tinta» dall’esperienza particolare che viene vissuta da chi è rinchiuso idealmente entro i limiti assegnati a una minoranza (il ghetto mentale). Egli deve rinnegare tutto se stesso, e fingere che alle sue spalle l’esperienza sia un’esperienza normale, cioè maggioritaria.

(Pier Paolo Pasolini, da Gennariello (in Lettere Luterane, 1976, Garzanti)

Siamo stanchi di diventare giovani seri, P.P. Pasolini (da Lettere luterane)

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Siamo stanchi di diventare giovani seri,
o contenti per forza, o criminali, o nevrotici:
vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare
qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare.

P.P. Pasolini

________

 

Signor Maestro, abbiamo visto il Diavolo dell’Angelo
nero come Luciano ‘o Sarracino: «Gridate Viva
Benjamin Spock», ci fa. Occorre la bacchetta.
Basta con l’Agàpe, vogliamo l’Anànke.

Siamo stanchi di diventare giovani seri,
o contenti per forza, o criminali, o nevrotici:
vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare
qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare.

Non vogliamo essere subito già così sicuri.
Non vogliamo essere subito già così senza sogni.
Sciopero, sciopero, compagni! Per i nostri doveri.

Signor Maestro, la smetta di trattarci come scemi
che bisogna sempre non offendere, non ferire,
non toccare. Non ci aduli, siamo uomini, Signor Maestro!

(Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane)

 

[Foto: P.P. Pasolini, Lettere luterane, p. 76]

 

Al Principe, P. P. Pasolini

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Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
ore e ore di solitudine sono il solo modo
perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono,
vizio, libertà, per dare stile al caos.

P.P. Pasolini

 

 

Se torna il sole, se discende la sera,
se la notte ha un sapore di notti future,
se un pomeriggio di pioggia sembra tornare
da tempi troppo amati e mai avuti del tutto,
io non sono più felice, né di goderne né di soffrirne:
non sento più, davanti a me, tutta la vita…
Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
ore e ore di solitudine sono il solo modo
perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono,
vizio, libertà, per dare stile al caos.
Io tempo ormai ne ho poco: per colpa della morte
che viene avanti, al tramonto della gioventù.
Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano,
che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.

Pier Paolo Pasolini, Al Principe, (da La religione del mio tempo, 1961)

[Foto: Pier Paolo Pasolini (soggetto)]

Ritratti in versi: Dario Bellezza

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Forse mi prende malinconia a letto
se ripenso alla mia vita tempesta e di
mattina alzandomi s’involano i vani
sogni e davanti alla zuppa di latte
annego i miei casi disperati.

Gli orli senza miele della tazza
screpolata ai quali mi attacco a bere
e nella gola scivola piano il mio
dolore che s’abbandona alle
immagini di ieri, quando tu c’eri.

Che peccato questa solitudine, questo
scrivere versi ascoltando il peccatore
cuore sempre nella stessa stanza

con due grandi finestre, un tavolo
e un lettino di scapolo in miseria.

E se l’orecchio poso al rumore solo
delle scale battute dal rimorso
sento la tua discesa corrosa
dalla speranza.

Dario Bellezza da Invettive e licenze, Garzanti, 1971

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Sleale è insistere su chi sono io.
Il punto partenza è scontato
l’arrivo è certo nello stato
attuale: morte come sostanza
o strato finale di un cuore malato.
Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro
ma non posso. Troppo ho peccato
di peccati non miei, attribuiti
a posteri, mancati inganni.
Cerco amori nuovi, violente sere.
Perdono chiedo a chi non amai.
Forse verrò domani ad un prato
verde, – e non sarò più solo.

Dario Bellezza, da L’avversario (Mondadori, 1994)

[Foto: Dino Ignani]

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[Quasi sempre quando pubblico un articolo parto dai versi a cui associo un’immagine, questa volta è proprio l’immagine ad avermi ispirato queste due poesie di Dario Bellezza, un ritratto d’autore che riesce secondo me a cogliere l’essenza di questo poeta, “il miglior poeta di questa generazione”, come lo definì Pasolini negli anni ’70. Ua voce per molto tempo dimenticato, anche e soprattutto in virtù della sua stessa esistenza: omosessuale in quegli anni e malato di AIDS, che gli procurarono (a parte i più stretti amici e gli intellettuali che mai si dimenticarono di lui) un grande isolamento. La solitudine ma insieme il bisogno di narrare del suo io, gli amori anch’essi quasi sempre solitari, una vita all’insegna di valori “anti-borghesi”, un verso che è  insieme tradizionale e sperimentale insieme: sono questi i punti di forza dell sua poesia, riproposta recentemente e per la prima volta nella sua interezza nella raccolta Tutte le poesie (Mondadori, 2015)]

La foto di Dino Ignani è solo una tra i tanti ritratti di poeti che questo fotografo è riuscito a cogliere, spesso nella loro essenza. Una bella galleria della poesia contemporanea che vi consiglio di sfogliare:  http://www.dinoignani.net/poeti.html ]