Parole, Alfonso Gatto

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[…] pure,
dileguerai, e sarà sempre oblio
di noi nel mondo.

A Gatto

 

«Ti perderò come si perde un giorno
chiaro di festa: – io lo dicevo all’ombra
ch’eri nel vano della stanza – attesa,
la mia memoria ti cercò negli anni
floridi un nome, una sembianza: pure,
dileguerai, e sarà sempre oblio
di noi nel mondo.»
–                                  Tu guardavi il giorno
svanito nel crepuscolo, parlavo
della pace infinita che sui fiumi
stende la sera alla campagna.

 

Alfonso Gatto da Arie e ricordi, Tutte le poesie (Mondadori, 2017)

[Foto: Gilda M.]

La precisione della poesia, Chandra Livia Candiani

La poesia è un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino

P. Celan

 

Ci sono tutti, tutti quanti,
non in fila, e nemmeno
in cerchio,
ma mescolati come farina e acqua
nel gesto caldo
che fa il pane:
io è un abbraccio.

C. L. Candiani

 

Ho sperato tanto nelle parole e ho bussato tanto dentro le parole, ho anche spalancato le parole, fracassato le parole, accarezzato le parole. La parola è in via d’estinzione, penso che dovremmo svegliarci e accorgercene che tra le tante cose del nostro pianeta che stanno morendo ci sono anche le parole, e averne tanta cura, coltivare una vera passione per le parole che ancora possono raggiungere l’altro. Le parole sono un ponte tra io e tu, e spesso servono invece per dividere.

 

La poesia per me è una non specialità, non sapere niente di speciale, non sapere, ma un immergersi nel non lo so, un ricevere le parole come arrivassero da una grande bocca misteriosa e farsi tutt’orecchi. Diceva Paul Celan “La poesia è un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino”, e io sento una grande gratitudine perché la poesia è venuta a trovarmi quando avevo dieci anni, e spero che non mi abbandonerà mai, perché è la mia religione, è quella cosa che mi lega alla vita, che mi lega anche a tutti gli invisibili, soprattutto ai bambini che non vengono visti né ascoltati, che grazie alla poesia possono trovare una lingua madre. La poesia è la lingua di chi non sa parlare.

Chandra Livia Candiani

 

 

[Parole per riflettere, parole per sorridere, parole per tacere e ascoltare: età. radici, parole, poesia, oggetti, casa, luna, notte, luce, maestri, connessioni, mappa… Sono tante le parole rievocate in questo breve documentario dove, con semplicità e delicatezza, Livia Chandra Candiani racconta a noi -e forse un po’ a se stessa- il mistero della vita, l’esperienza della poesia, il non detto delle cose, ad offrirci, in un pomeriggio qualunque, una tazza di té al momento giusto.]

 

 

Per te non ci sono parole, Maruja Vieira

Monica Biancardi

 

Per te non ci sono parole.
Ci sono solo mute pagine bianche
e questo lento cadere
delle mani inutili
che dimenticarono e trovarono
lettere
sogni
e alberi.

Ci furono parole prima.
Come il mare,
come il grido luminoso
degli ultimi fari.

Per te c’è solo il tempo,
non ci sono parole.
E il tempo è infinito
ora che ti amo.
Maruja Vieira, Per te non ci sono parole
Trad. Emilio Capaccio

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Para ti no hay palabras.
Hay sólo mudas páginas en blanco
y este lento caer
de las manos inútiles
que olvidaron y hallaron
letras
sueños
y árboles.

Hubo palabras antes.
Cuando el mar,
cuando el grito luminoso
de los últimos faros.

Para ti sólo hay tiempo,
no hay palabras.
Y el tiempo es infinito
ahora que te amo.

Maruja Vieira, Para ti no hay palabras

 

[Foto: Monica Biancardi]

Estate, Cesare Pavese

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Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.

C. Pavese

 

C’è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. È una luce che sa di mare.
Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.

Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un’erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.

Ascolti.
Le parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.

Cesare Pavese

Frammenti, V. Majakovskij

 

Io conosco la forza delle parole, 
                                 conosco delle parole il suono a stormo.
Non di quelle
                 che i palchi applaudiscono.
A tali parole
                 le bare si slanciano
per camminare
                    sui propri
                                quattro piedini di quercia.
Sovente
          le buttano via,
                              senza strapparle, senza pubblicarle.
Ma la parola galoppa
                                con le cinghie tese,
tintinna per secoli,
                          e i treni strisciando s’appressano
a leccare
          le mani callose
                              della poesia.
Io conosco la forza delle parole.
                                              Parrebbe un’inezia.
Un petalo caduto
                       sotto i tacchi d’una danza.
Ma l’uomo 
        con l’anima,
                        con le labbra,
                                        con lo scheletro…

Mi ama – non mi ama.
                              Io mi torco le mani
e sparpaglio
                 le dita spezzate.
Così si colgono,
                   esprimendo un voto,
                                             così si gettano in maggio
corolle di margherite sui sentieri.
La rasatura
             e il taglio dei capelli
                                     svelino la canizie.
Tintinni a profusione
                          l’argento degli anni!
Spero,
      ho fiducia
                  che non verrà mai
da me
       l’ignominioso bonsenso.

Sono già le due.
                  Forse ti sei coricata.
Nella notte
             la Via Lattea
                           è come un’Oka d’argento.
Io non m’affretto
                      e non ho ragione
di svegliarti
              e turbarti
                         coi lampi dei telegrammi.
Come suol dirsi,
                     l’incidente è chiuso.
La barca dell’amore
                            s’è infranta contro la vita.
Tu ed io
          siamo pari.
                        A che scopo riandare
afflizioni,
         sventure
                   ed offese reciproche.
Guarda
       che pace nel cosmo.
La notte
         ha imposto al cielo
                                  un tributo di stelle.
In ore come questa
                         ci si leva
                                     e si parla
ai secoli,
           alla storia
                      e all’universo…

 

Vladimir Majakovskij, Poesie (Garzanti, 1972)

 

[Foto:  Vincent van Gogh, La notte stellata, 1889]

la Porta che si chiude, Antonia Pozzi

Lisa Fonssagrives, by Fernand Fonssagrives, Rue de Varennes, Paris, 1949

 

E poi,
dietro la porta per sempre chiusa,
sarà la notte intera,
la frescura,
il silenzio.

A. Pozzi

 

Oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell’anima
e la porta dell’anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
ed ogni giorno l’assalto è più duro.
E l’ultimo giorno
– io lo so –
l’ultimo giorno
quando un’unica lama di luce
pioverà dall’estremo spiraglio
dentro la tenebra,
allora sarà l’onda mostruosa,
l’urto tremendo,
l’urlo mortale
delle parole non nate
verso l’ultimo sogno di sole.
E poi,
dietro la porta per sempre chiusa,
sarà la notte intera,
la frescura,
il silenzio.
E poi,
con le labbra serrate,
con gli occhi aperti
sull’arcano cielo dell’ombra,
sarà
– tu lo sai –
la pace.

 

[Foto: Lisa Fonssagrives, di Fernand Fonssagrives, Parigi, 1949]

Il diritto all’allegria, Mario Benedetti

mario benedetti

Abbiamo diritto all’allegria. A volte è fumo, nebbia o un cielo velato, ma dietro questi contrattempi c’è lei, in attesa. Nell’anima c’è sempre una fessura a cui l’allegria si affaccia con le pupille vispe. E allora il cuore si fa più vivace, abbandona la quiete ed è quasi uccello. L’allegria sopraggiunge dopo le assenze, alla fine delle nostalgie. Quando ritroviamo ciò che amiamo e la sua unanime rivelazione, è normale che la gioia ci abbracci e ci venga voglia di cantare. Anche se non abbiamo voce, anche se siamo rauchi dei dolori passati.
Dopotutto l’allegria è in prestito, non ci appartiene. E una piccola follia, un premio passeggero, ma ne godiamo come se fosse nostra, come un guadago, come una primavera della vita. Si aggrappa al tempo, trascina quel suo po’ d’infanzia e infila con un soffio nella vecchiaia.
Settimana dopo settimana l’allegria riempie, anno dopo anno, l’allegria rimpie i vuoti. Fino a quando non ce la fa più e diventa tristezza.

Mario Benedetti, Il diritto all’allegria, Nottetempo

Girovagando tra gli scaffali di una libreria, ho trovato all’improvviso questo libro, sul retro queste parole “Abbiamo diritto all’allegria. A volte è fumo, nebbia o un cielo velato, ma dietro questi contrattempi c’è lei, in attesa.”, e subito una carezza lieve e il sorriso quieto e indimenticabile di Benedetti. Ci sono parole che per diverse ragioni hanno un potere particolare, sono ancore, pietre miliari, compagne fedeli, ognuno ha le sue: per me Allegria è una di quelle, così come Dolore, Viaggio, Mistero, Desiderio,  Amore. Rivelano uno o mille mondi, ti attraversano a volte e ti convincono per qualche istante della loro inconfutabile verità. Ero in libreria nella speranza di trovare qualcosa, un attimo, un rigo puntato contro di me, come si puntano oggi i cannocchiali contro le stelle (come direbbe Kafka). Non sono più allegra di prima, ma è stato un bel momento. Non ho preso il libro,  per gioco ho preferito lasciarlo lì, sospeso, e con una foto rubarne una sola pagina.
Un giorno ci rincontreremo. E, ne sono certa, sarà un giorno felice.

Vorrei poter soffocare, Cesare Pavese

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Vorrei poter soffocare
nella stretta delle tue braccia
nell’amore ardente del tuo corpo
sul tuo volto, sulle tue membra struggenti
nel deliquio dei tuoi occhi profondi
perduti nel mio amore,
quest’acredine arida
che mi tormenta.
Ardere confuso in te disperatamente
quest’insaziabilità della mia anima
già stanca di tutte le cose
prima ancor di conoscerle
ed ora tanto esasperata
dal mutismo del mondo
implacabile a tutti i miei sogni
e dalla sua atrocità tranquilla
che mi grava terribile
e noncurante
e nemmeno più mi concede
la pacatezza del tedio
ma mi strazia tormentosamente
e mi pungola atroce,
senza lasciarmi urlare,
sconvolgendomi il sangue
soffocandomi atroce
in un silenzio che è uno spasimo
in un silenzio fremente.
Nell’ebbrezza disperata
dell’amore di tutto il tuo corpo
e della tua anima perduta
vorrei sconvolgere e bruciarmi l’anima
sperdere quest’orrore
che mi strappa gli urli
e me li soffoca in gola
bruciarlo annichilirlo in un attimo
e stringermi a te
senza ritegno più
ciecamente, febbrile,
schiantandoti, d’amore.
Poi morire, morire,
con te.

Il giorno tetro
in cui dovrò solitario
morire (e verrà, senza scampo)
quel giorno piangerò
pensando che potevo
morire così nell’ebbrezza
di una passione ardente.
Ma per pietà d’amore
non l’ho voluto mai.
Per pietà del tuo povero amore
ho scelto, anima mia,
la via del più lungo dolore

12 dicembre 1927

Cesare Pavese, da Prima di «Lavorare stanca» 1923 – 1930, in  (Le poesie, Einaudi, 1998)

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Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo? E ricordarti che, per via del lavoro che ho fatto, ho avuto i nervi sempre tesi, e la fantasia pronta e precisa, e il gusto delle confidenze altrui? E che sono al mondo da quarantadue anni? Non si può bruciare la candela dalle due parti – nel mio caso l’ho bruciata da una parte sola e la cenere sono i libri che ho scritto.

Tutto questo te lo dico non per impietosirti – so che cosa vale la pietà, in questi casi – ma per chiarezza, perché tu non creda che quando avevo il broncio lo facessi per sport o per rendermi interessante. Sono ormai di là dalla politica. L’amore è come la grazia di Dio – l’astuzia non serve. Quanto a me, ti voglio bene, Pierina, ti voglio un falò di bene. Chiamiamolo l’ultimo guizzo della candela. Non so se ci vedremo ancora. Io lo vorrei – in fondo non voglio che questo – ma mi chiedo sovente che cosa ti consiglierei se fossi tuo fratello. Purtroppo non lo sono. Amore.

 

Lettera del 1950

Cesare Pavese, Vita attraverso le lettere, a cura di Lorenzo Mondo, Einaudi, Torino 1973, pp. 254-255

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[Grazie a Luigi Maria Corsarico, e al suo blog che mi ha fatto scoprire questi meravigliosi versi, qui trovate una sua personale interpretazione:

https://luigimariacorsanicositeblog.wordpress.com/2016/09/27/cesare-pavese-vorrei-poter-soffocare ]

Le passanti, Pol-Brassens-De Andrè

 

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Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà…
_
Antoine Pol
_
Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più

A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l’hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto
e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità

Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l’unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano

A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato

Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino

Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità interviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti

Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.

 

Antoine Pol, Le passanti (traduzione di Fabrizio De Andrè)

[Video : Les passantes, George Brassens]

 

[le Passanti, cantata da De André si ispirata alla canzone di francese George Brassens (1972). Le parole  del testo non sono né dell’uno né dell’altro, ma di Antoine Pol, poeta fino ad allora sconosciuto. Poesia della quale Brassens si innamorò fin da subito facendone un  meravigliso testo, musicale e poetica insieme .
Antoine Pol, che all’ epoca aveva 85 anni, morì di vecchiaia una  settimana prima della data del loro incontro. Uno dei più grandi rimpianti di Brassens sarà proprio quello di non aver conosciuto quest’ uomo.]

Antoine Pol  (Douai nel 1888-1971), fu  capitano d’ artiglieria. Solo al  suo pensionamento si dedicò alle sue vere passioni ed in particolare alla poesia. Les passantes è tratta dalla raccolta Emotions poétiques, del 1918.