(breviario di estetica), Gianfranco Ciabatti

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E quando l’imprecisione
tenta la tua indolenza, non eludere
la fatica del farsi capire,
cercando scappatoie tra i valenti nel discorrere
d’ogni cosa o di niente,
ma cerca la parola che ti occorre. 

G. Ciabatti

 

 

Non rispondere niente
alla domanda del pianto. Al suo invito
di risolvere facilmente
le ragioni del dolore
non aderire.

A chi esige clamori
dalla tua ribellione
e grida in nome di una libertà
che non gli costa niente
opponi la scienza di un’infima origine
e la prassi del risalire.

E quando l’imprecisione
tenta la tua indolenza, non eludere
la fatica del farsi capire,
cercando scappatoie tra i valenti nel discorrere
d’ogni cosa o di niente,
ma cerca la parola che ti occorre.

[Foto: Gilbert Garcin]

Prefazione, Czesław Miłosz

Cerca di capire questo linguaggio semplice, mi vergognerei di un altro
non possiedo, lo giuro, la magia della parola.
Ti parlo tacendo, come una nuvola o un albero.

Czesław Miłosz

 

Tu, che non ho potuto salvare,
ascoltami.
Cerca di capire questo linguaggio semplice, mi vergognerei di un altro
non possiedo, lo giuro, la magia della parola.
Ti parlo tacendo, come una nuvola o un albero.

Ciò che fortificava me, per te era mortale.
Hai scambiato il congedo di un’epoca per l’inizio di una nuova,
l’afflato dell’odio per bellezza lirica
la forza cieca per forma compiuta.

Ecco la valle dei bassi fiumi polacchi. E il ponte enorme
che avanza nella bianca nebbia. Ecco la città infranta
e il vento scaglia contro la tua tomba gli stridi dei gabbiani,
mentre parlo con te.

Cos’è la poesia che non salva
i popoli né le persone?
Una complicità di menzogne ufficiali
una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,
una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,
che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,
questo, e solo questo è la salvezza.

Spargevano sulle tombe miglio e semi di papavero
per nutrire i morti accorrenti in volo – gli uccelli.
Depongo qui questo libro per te, o trascorso,
perché d’ora innanzi tu smetta d’apparirci.

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Czesław Miłosz, da Poesie (a cura di Pietro Marchesani,  Adelphi, 1983)

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Ty, którego nie mogłem ocalić,
Wysłuchaj mnie.
Zrozum tę mowę prostą, bo wstydzę się innej.
Przysięgam, nie ma we mnie czarodziejstwa słów.
Mówię do ciebie milcząc, jak obłok czy drzewo.

To, co wzmacniało mnie, dla ciebie było śmiertelne.
Żegnanie epoki brałeś za początek nowej,
Natchnienie nienawiści za piękno liryczne,
Siłę ślepą za dokonany kształt.

Oto dolina płytkich polskich rzek. I most ogromny
Idący w białą mgłę. Oto miasto złamane
I wiatr skwirami mew obrzuca twój grób,
Kiedy rozmawiam z tobą.

Czym jest poezja, która nie ocala
Narodów ani ludzi?
Wspólnictwem urzędowych kłamstw,
Piosenką pijaków, którym ktoś za chwilę poderżnie gardła,
Czytanką z panieńskiego pokoju.

To, że chciałem dobrej poezji, nie umiejąc,
To, że późno pojąłem jej wybawczy cel,
To jest i tylko to jest ocalenie.

Sypano na mogiły proso albo mak
Żywiąc zlatujących się umarłych – ptaki.
Tę książkę kładę tu dla ciebie, o dawny,
Abyś nas odtąd nie nawiedzał więcej.

Czesław Miłosz, Ocalenie, 1945

[Foto: Kouji Tomihisa]

Da ieri per oggi, Rafael Alberti

photo Matthew Leonard

 

tutta vergine torni a me la parola precisa,
vergine il verbo esatto con il giusto aggettivo.

R. Alberti

 

Dopo questo disordine imposto, questa fretta,
questa urgente grammatica necessaria in cui vivo,
tutta vergine torni a me la parola precisa,
vergine il verbo esatto con il giusto aggettivo.

E quando dico che è verde il monte, il prato,
ral cielo confermando il suo azzurro come al mare,
il mio cuore si senta appena inaugurato
e la mia lingua avverta l’inedito stupore del creare.

Rafael Alberti, da Poesie: Tra il garofano e la spada, (a cura d’Ignazio de Logu, Roma, Newton Compton, 1977)

 

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De ayer para hoy

Después de este desorden impuesto, de esta prisa,
de esta urgente gramática necesaria en que vivo,
vuelva a mi toda virgen la palabra precisa,
virgen el verbo exacto con el justo adjetivo.
Que cuando califique de verde al monte, al prado,
repitiéndole al cielo su azul como a la mar,
mi corazón se sienta recién inaugurado
y mi lengua el inédito asombro de crear.

Rafael Alberti, Entre el clavel y la espada (1941)

[Foto: Matthew Leonard]

La prima parola di un verso… R. M. Rilke

 

 

 [… ]

Ma perché essere qui è molto, e perché sembra
che tutte le cose di qui abbiano bisogno di noi, queste effimere
che stranamente ci sollecitano. Di noi, i più effimeri.
Ogni cosa
una volta, una volta soltanto. Una volta e non più.
E anche noi
una volta. Mai più. Ma quest’essere
stati una volta, anche una volta sola,
quest’essere stati terreni pare irrevocabile [….]

R. M. Rilke, Elegie duinesi

 

Bisognerebbe saper attendere e raccogliere, per una vita intera e possibilmente lunga, senso e dolcezza, e poi, proprio alla fine, si potrebbero forse scrivere dieci righe valide. Perché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si acquistano precocemente), sono esperienze. Per scrivere un verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna capire il volo degli uccelli e comprendere il gesto con cui i piccoli fiori si schiudono al mattino. Bisogna saper ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e congedi previsti da tempo, a giorni dell’infanzia ancora indecifrati, ai genitori che eravamo costretti a ferire quando ci porgevano una gioia e non la comprendevamo (era una gioia per qualcun altro), a malattie infantili che cominciavano in modo così strano con tante profonde e gravi trasformazioni, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare sopratutto, ai mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano assieme alle stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto questo. Bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche accanto ai moribondi bisogna esser stati, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori a folate. E ancora avere ricordi non basta. Bisogna saperli dimenticare, quando sono troppi, e avere la grande pazienza d’attendere che ritornino. Perché i ricordi in sé ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, anonimi e non più distinguibili da noi stessi, solo allora può darsi che in una rarissima ora si levi dal loro centro e sgorghi la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge

In giorni come questi, spesso – E. Montale

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Anche oggi cercheremo una breccia.
Una parola che ci possa salvare

E. Montale

 

In giorni come questi, spesso
la tetraggine m’assale
e il vivere d’ora in ora
mi tortura. Ma arrivi tu
che sconfiggi la noia
coi tuoi discorsi variopinti.
Anche oggi cercheremo una breccia.
Una parola che ci possa salvare
e che ci tenga in bilico
sul confine ideale tra realtà
e fantasia potrà, anche
se per poco, cangiare l’esistenza.

Eugenio Montale, Diario postumo, Mondadori, 1997

 

[Foto:  Audrey Tautou, dal film Il favoloso mondo di Amelie, 2001]

Mandate a dire all’imperatore, Pierluigi Cappello

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da Mandate a dire all’imperatore, P. Cappello

 

Cosí come oggi tanti anni fa
mandate a dire all’imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall’acqua
orientate le vostre prore dentro l’arsura
perché qui c’è da camminare nel buio della parola
l’orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall’occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.

[Come accennato qualche giorno fa, dedicherò un po’ più di spazio nei prossimi giorni alla silloge del poeta Pierluigi Cappello, “Mandate a dire all’imperatore“, in attesa di poter leggere, a distanza di sei anni, il suo ultimo lavoro.

https://laterraeblucomeunarancia.wordpress.com/2016/12/12/restare-pierluigi-cappello/?iframe=true&theme_preview=true

Il testo ha inizio con la poesia  “Mandate a dire all’imperatore“che da il titolo all’intera raccolta e che è insieme suo prologo e sunto. Titolo ispirato a un racconto di Franz Kafka, “Il messaggio dell’imperatore”, ma nella sua versione speculare: non più un messaggio da un imperatore  al suddito, ma un messaggio da recapitare proprio all’imperatore; del quale non si ha altro riferimento, e la cui presenza appare quasi astratta,  a rappresentare probabilmente proprio l’intercedere di un potere che pur lasciando indelebili tracce non mostra mai pienamente il suo volto.

“perché qui c’è da camminare nel buio della parola”,

Di qui un percorso che sarà senza punti di riferimento, “né zenit né nadir“, se non uno, forse, ed è il poeta che si affaccia alla realtà attuale ma con la consapevolezza di ciò che è parola: che nulla può se non raccontare, o meglio ricordare e fissare quella bolla che è Chiusaforte  – a racchiudere non solo il ricordo di una infanzia trascorsa in un paesino di confine , quasi sospeso nel mondo– ma quella di un intero periodo storico ormai squarciato in due da un’autostrada, simbolo dell’inevitabile mutamento che arriva a toccare persino in un luogo in apparenza quasi dimenticato. Centrale è proprio questo luogo, come ci spiega l’autore stesso:

Chiusaforte è il mio paese d’origine, una sottile linea di case infilata in un canale – il Canal del ferro – situato nella punta estrema nord-orientale d’Italia. Poco più a Nord, i confini di Austria e Slovenia. Immediatamente a monte di Chiusaforte il Canale assume la forma di una gola: le falde delle montagne che lo chiudono si alzano distando l’una dall’altra “lo trazer de un bon brazho”, poco più di un tiro di sasso, come scrisse in un suo rapporto uno sconcertato ispettore dei boschi della Serenissima Repubblica di Venezia. Grosso modo parallela al paese corre la statale pontebbana, più in là il fiume Fella e, dagli anni Ottanta, letteralmente stipata, l’autostrada che conduce in Austra”.

E con esso la parola e  il silenzio, che insieme fanno poesia:

“Scrivere poesia è una caccia al buio. Devi, prima di tutto, dotarti degli strumenti della caccia, conoscere il più estesamente possibile tutte le malizie retoriche, sapere quale è la sostanza fonica dei versi (sì, parloproprio di “sostanza”), cogliere la linea di conflitto che si sviluppa tra “istituzione” (il metro) e “individuo” (il ritmo). E anche quando hai imparato tutto questo sei solo, nella tua caccia, sprofondato nel buio. Perché la poesia è un fenomeno, né più né meno che una grandinata, una tempesta, una brezza sottile. Noi ‘parliamo’ sempre, sia quando lo facciamo in forma di dialogo, sia quando il colloquio avviene entro noi stessi, dentro un silenzio che è soltanto nostro. È dentro quel silenzio che le parole si dispongono alle relazioni più intime, che fruttificano in forma di intuizione. Una volta ho definito quell’ininterrotto parlarsi dentro il polmone verde delle nostre coscienze, la nostra ricchezza più segreta.”]

La porta è socchiusa, A. Achmatova

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Sai, ho letto
che le anime sono immortali.

A. Achmatova

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La porta è socchiusa,
dolce respiro dei tigli…
Sul tavolo, dimenticati,
un frustino ed un guanto.

Giallo cerchio del lume…
Tendo l’orecchio ai fruscii.
Perché sei andato via?
Non comprendo…

Luminoso e lieto
domani sarà il mattino.
Questa vita è stupenda,
sii dunque saggio, cuore.

Tu sei prostrato, batti
più sordo, più a rilento…
Sai, ho letto
che le anime sono immortali.

Anna Achmatova, La corsa del tempo, trad. di M. Colucci, Einaudi, Torino 1992

 

Foto: André Kertész

Lezioni Americane: #3 Esattezza, Italo Calvino

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Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvii? Credo che la mia prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.

Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio. Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine.

Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1984

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[Lo stesso fastidio intollerabile che provo io ogni volta che noto come sempre più spesso la parola, anzicché essere lucida immediatezza e nel contempo ricercatezza conoscitiva, diventa trama tra cui nascondere e nascondersi, ammaliante cullare o ancor peggio infinito sproloquio su tizio o su caio… raramene ho avuto (e sempre più raramente ho) il piacere di scontrarmi con la limpidezza della parola che resta, quell’autenticità della parola che  non fugge via quale puro miraggio del momento. E, purtroppo, le forme attuali di comunicazione – anche e soprattutto quelle scritte – svuotano sempre più la parola di autenticità e significato. ]