Chino sulle sere, Pablo Neruda

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Solo conservi tenebre, donna distante e mia

P. Neruda

 

Chino sulle sere getto le mie tristi reti
ai tuoi occhi oceanici.

Lì si distende e arde nella più alta fiamma
la mia solitudine che muove le braccia come un
naufrago.

Faccio rossi segnali sui tuoi occhi assenti
che ondeggiano come il mare sulla riva di un faro.

Solo conservi tenebre, donna distante e mia,
dal tuo sguardo emerge a volte la costa del terrore.

Chino sulle sere lancio le mie tristi reti
in quel mare che scuote i tuoi occhi oceanici.

Gli uccelli notturni beccano le prime stelle
che scintillano come la mia anima quando ti amo.

Galoppa la notte sulla sua cavalla cupa
spargendo spighe azzurre sul prato.

da P. Neruda, Poesie, a cura di G. Bellini, Nuova Accademia,
Milano, 1960

_________________________________

 

Inclinado en las tardes tiro mis tristes redes
a tus ojos oceánicos.

Allí se estira y arde en la más alta hoguera
mi soledad que da vueltas los brazos como un náufrago.

Hago rojas señales sobre tus ojos ausentes
que olean como el mar a la orilla de un faro.

Sólo guardas tinieblas, hembra distante y mía,
de tu mirada emerge a veces la costa del espanto.

Inclinado en las tardes echo mis tristes redes
a ese mar que sacude tus ojos oceánicos.

Los pájaros nocturnos picotean las primeras estrellas
que centellean como mi alma cuando te amo.

Galopa la noche en su yegua sombría
desparramando espigas azules sobre el campo.

 

Pablo Neruda, Poema VII, in  20 poemas de amor y una canción desesperada

Ho bisogno del mare perchè m’insegna, Pablo Neruda

 

 

Ho bisogno del mare perché m’insegna:
non so se imparo musica o coscienza:
non so se è onda sola o essere profondo
o sola roca voce o abbacinante
supposizione di pesci e di navigli.
Il fatto è che anche quando sono addormentato
circolo in qualche modo magnetico
nell’università delle acque.
Non sono solo le conchiglie triturate
come se qualche pianeta tremante
partecipasse lenta morte,
no, dal frammento ricostruisco il giorno,
da una raffica di sale le stallattiti
e da una cucchiaiata il dio immenso.

Ciò che m’insegnò prima lo custodisco! È aria,
vento incessante, acqua e arena.
Sembra poca cosa per l’uomo giovane
che giunse a vivere qui con i suoi incendi,
e tuttavia il battito che saliva
e scendeva al suo abisso,
il freddo dell’azzurro che crepitava,
lo sgretolamento della stella,
il tenero dispiegarsi dell’onda
sperperando neve con schiuma,
il potere quieto, lì, determinato
come un trono di pietra nel profondo,
sostituì il recinto in cui crescevano
ostinata tristezza, oblio accumulato,
e bruscamente cambiò la mia esistenza :
diedi la mia adesione al puro movimento.

 

Pablo Neruda, Memoriale di Isla Negra, Milano, Nuova Accademia, 1965.

 

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Necesito del mar porque me enseña:
no sé si aprendo música o conciencia:
no sé si es ola sola o ser profundo
o sólo ronca voz o deslumbrante
suposición de peces y navios.
El hecho es que hasta cuando estoy dormido
de algún modo magnético circulo
en la universidad del oleaje.
No son sólo las conchas trituradas
como si algún planeta tembloroso
participara paulatina muerte,
no, del fragmento reconstruyo el día,
de una racha de sal la estalactita
y de una cucharada el dios inmenso.

Lo que antes me enseñó lo guardo! Es aire,
incesante viento, agua y arena.

Parece poco para el hombre joven
que aquí llegó a vivir con sus incendios,
y sin embargo el pulso que subía
y bajaba a su abismo,
el frío del azul que crepitaba,
el desmoronamiento de la estrella,
el tierno desplegarse de la ola
despilfarrando nieve con la espuma,
el poder quieto, allí, determinado
como un trono de piedra en lo profundo,
substituyó el recinto en que crecían
tristeza terca, amontonando olvido,
y cambió bruscamente mi existencia:
di mi adhesión al puro movimiento.

 

Pablo Neruda, Memorial de Isla Negra, 1964

 

[Herbert List,  Looking Out To Sea]

Silenzio, Pablo Neruda

lago di como

 

Per una volta sulla terra
non parliamo in nessuna lingua,
per un secondo fermiamoci

[…]
Se non potemmo essere unanimi

muovendo tanto le nostre vite,
forse non far nulla una volta,
forse un gran silenzio potrà
interrompere questa tristezza,
questo non intenderci mai,
e minacciarci con la morte

Ora conteremo fino a dodici
e rimaniamo tutti quieti.

Per una volta sulla terra
non parliamo in nessuna lingua,
per un secondo fermiamoci,
non muoviamo tanto le braccia.

Sarebbe un minuto fragrante,
senza fretta, né locomotive,
saremmo tutti uniti
in un’inquietudine istantanea.

I pescatori del freddo mare
non farebbero male alle balene
e il lavoratore del sale
guarderebbe le sue mani rotte.

Quelli che preparan guerre verdi,
guerre di gas, guerre di fuoco,
vittorie senza superstiti,
si metterebbero un vestito puro
camminerebbero coi loro fratelli
nell’ombra, senza far nulla.

Non si confonda ciò che voglio
con l’inazione definitiva:
la vita è solo ciò che si fa,
non voglio saperne della morte.

Se non potemmo essere unanimi
muovendo tanto le nostre vite,
forse non far nulla una volta,
forse un gran silenzio potrà
interrompere questa tristezza,
questo non intenderci mai,
e minacciarci con la morte,
forse la terra c’insegnerà
quando tutto sembra morto
e poi tutto era vivo.

Ora conterò fino a dodici,
tu tacerai e io me ne andrò.

P. Neruda, Silenzio, da Stravagario (Nuova Accademia, 1963)

 

A callarse

Ahora contaremos doce
y nos quedamos todos quietos.

Por una vez sobre la tierra
no hablemos en ningún idioma,
por un segundo detengámonos,
no movamos tanto los brazos.

Sería un minuto fragante,
sin prisa, sin locomotoras,
todos estaríamos juntos
en una inquietud instantánea.

Los pescadores del mar frío
no harían daño a las ballenas
y el trabajador de la sal
miraría sus manos rotas.

Los que preparan guerras verdes,
guerras de gas, guerras de fuego,
victorias sin sobrevivientes,
se pondrían un traje puro
y andarían con sus hermanos
por la sombra, sin hacer nada.

No se confunda lo que quiero
con la inacción definitiva:
la vida es solo lo que se hace,
no quiero nada con la muerte.

Si no pudimos ser unánimes
moviendo tanto nuestras vidas,
tal vez no hacer nada una vez,
tal vez un gran silencio pueda
interrumpir esta tristeza,
este no entendernos jamás
y amenazarnos con la muerte,
tal vez la tierra nos enseñe
cuando todo parece muerto
y luego todo estaba vivo.

Ahora contaré hasta doce
y tu te callas y me voy.

 

Pablo Neruda, A callarse, Estravagario, 1958

[Video: Letture di Luigi Corsanico]

[Foto: Lago di como]

 

[In un’epoca che ha perso la dimensione del sacro e dove il “dire” è diventato un atto prevaricatore e selvaggio, il tacere, a volte, può essere rivoluzionario: e dunque per una volta, al cospetto della vita o della morte, della gioia o del dolore, dell’irrequietezza o dell’immobilità, della quiete o dell’ilarità: Silenzio! ]

 

 

 

 

Certa stanchezza, Pablo Neruda

 

Lasciate tranquilli quelli che nascono!
Fate posto perché vivano!
Non gli fate trovare tutto pensato,
non gli leggete lo stesso libro,
lasciate che scoprano l’aurora
e che diano un nome ai loro baci.

P. Neruda

 

 

 

Non voglio esser stanco solo,
voglio che ti stanchi con me.
Come non esser stanco
di certa cenere che cade
sulle città in autunno,
qualcosa che più non vuol ardere,
che s’accumula sui vestiti
e a poco a poco
va cadendo
scolorando i cuori.
Son stanco del duro mare
E della terra misteriosa:
Son stanco delle galline:
mai abbiamo saputo cosa pensano,
e ci guardano con occhi asciutti
senza concederci importanza.
Ti invito perché finalmente
ci stanchiamo di tante cose,
dei cattivi aperitivi
e della buona educazione:
Stanchiamoci di non andare in Francia,
stanchiamoci perlomeno
d’uno o due giorni la settimana
che sempre si chiamano a un modo
come i piatti sulla tavola
e che ci destano,perché?
E che ci coricano senza gloria.
Diciamo alfine la verità
che mai siamo stati d’accordo
con questi giorni paragonabili
alle mosche e ai cammelli.
Ho visto i monumenti
innalzati ai titani,
agli asini dell’energia
Li tengono lì immobili
con le loro spade in mano
sopra quei tristi cavalli:
Sono stanco delle statue.
Non ne posso più di tanta pietra.
Se continuiamo a riempire così con gli immobili il mondo,
come potranno vivere i vivi?
Sono stanco del ricordo.
Voglio che l’uomo quando nasce
respiri i fiori nudi,
la terra fresca,il fuoco puro,
non ciò che tutti respirano.
Lasciate tranquilli quelli che nascono!
Fate posto perché vivano!
Non gli fate trovare tutto pensato,
non gli leggete lo stesso libro,
lasciate che scoprano l’aurora
e che diano un nome ai loro baci.
Voglio che ti stanchi con me
Di tutto ciò che è ben fatto.
Di tutto ciò che ci invecchia.
Di ciò che han preparato per affaticare gli altri.
Stanchiamoci di ciò che uccide
E di ciò che non vuol morire.

 

Certa stanchezza, Pablo Neruda

Chiedo il permesso di nascere, Pablo Neruda

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Ma perché chiedo silenzio
non crediate che io muoia

P. Neruda

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La morte
si sconta
vivendo

G. Ungaretti

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Ora, lasciatemi in pace.
Ora, abituatevi alla mia assenza.
Io chiuderò gli occhi
e dirò solo cinque cose,
cinque radici preferite.

Una è l’amore senza fine.
La seconda è vedere l’autunno.
Non posso vivere senza che le foglie
volino e tornino alla terra.

La terza è il grave inverno,
la pioggia che ho amato, la carezza
del fuoco nel freddo silvestre.

La quarta cosa è l’estate
rotonda come un’anguria.

La quinta sono i tuoi occhi.
Non voglio dormire senza i tuoi occhi,
non voglio esistere senza che tu mi guardi:
io tramuto la primavera
affinché tu continui a guardarmi.

Amici, questo è quanto voglio.
E’ quasi nulla ed è quasi tutto.

Ora se volete andatevene.
Ho vissuto tanto che un giorno
dovrete per forza dimenticarmi,
cancellarmi dalla lavagna:
il mio cuore è stato interminabile.
Ma perché chiedo silenzio
non crediate che io muoia:
mi accade tutto il contrario:
succede che sto per vivere.
Mai sentito così sonoro,
mai avuto tanti baci.
Ora, come sempre, è presto.
La luce vola con le sue api.

Lasciatemi solo con il giorno.
Chiedo il permesso di nascere.
(Trad. di M.Fernàndez.)

_____________

Ahora me dejen tranquilo.
Ahora se acostumbren sin mí.

Yo voy a cerrar los ojos

Y sólo quiero cinco cosas,
cinco raices preferidas.

Una es el amor sin fin.

Lo segundo es ver el otoño.
No puedo ser sin que las hojas
vuelen y vuelvan a la tierra.

Lo tercero es el grave invierno,
la lluvia que amé, la caricia
del fuego en el frío silvestre.

En cuarto lugar el verano
redondo como una sandía.

La quinta cosa son tus ojos,
Matilde mía, bienamada,
no quiero dormir sin tus ojos,
no quiero ser sin que me mires:
yo cambio la primavera
por que tú me sigas mirando.

Amigos, eso es cuanto quiero.
Es casi nada y casi todo.

Ahora si quieren se vayan.

He vivido tanto que un día
tendrán que olvidarme por fuerza,
borrándome de la pizarra:
mi corazón fue interminable.

Pero porque pido silencio
no crean que voy a morirme:
me pasa todo lo contrario:
sucede que voy a vivirme.

Sucede que soy y que sigo.

No será, pues, sino que adentro
de mí crecerán cereales,
primero los granos que rompen
la tierra para ver la luz,
pero la madre tierra es oscura:
y dentro de mí soy oscuro:
soy como un pozo en cuyas aguas
la noche deja sus estrellas
y sigue sola por el campo.

Se trata de que tanto he vivido
que quiero vivir otro tanto.

Nunca me sentí tan sonoro,
nunca he tenido tantos besos.

Ahora, como siempre, es temprano.
Vuela la luz con sus abejas.

Déjenme solo con el día.
Pido permiso para nacer.

 

Pablo Neruda, Chiedo il permesso di nascere

[Foto: Mat Mackenzie]

Il postino: Ode al Mare, Pablo Neruda

Una tra le scene più belle de Il postino (1994, regia: Michael Radford, Massimo Troisi), film  dove si racconta l’incontro tra  Mario Ruoppolo, che vive su un’isola del sud Italia, e Pablo Neruda, nella quale il poeta ha trovato asilo politico. E proprio in questa occasione Mario viene assunto come postino con l’unico compito di consegnare la posta al poeta. Nascerà  un incessante dialogo tra i due che diverrà metafora dell’incontro della poesia con la vita, una scena e un film in grado di raccontare (come pochi altri) l’essenza della poesia con semplicità e autenticità.

La poesia recitata nel film, dal titolo Ode al mare, è scritta dallo stesso Neruda .

La grande gioia, Pablo Neruda

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Verrà il momento in cui una riga, l’aria
che sconvolse la mia vita, giungerà alle sue orecchie…

P. Neruda

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L’ombra che indagai più non m’ appartiene.
lo ho la gioia duratura dell’albero maestro,
l’eredità dei boschi, il vento del cammino
e un giorno deciso sotto la luce terrestre.

Non scrivo perché altri libri mi imprigionino
né per accaniti apprendisti di giglio,
ma per semplici abitanti che chiedono
acqua e luna, elementi dell’ordine immutabile,
scuole, pane e vino, chitarre e arnesi.

Scrivo per il popolo anche se non potrà
leggere la mia poesia coi suoi occhi rurali.
Verrà il momento in cui una riga, l’aria
che sconvolse la mia vita, giungerà alle sue orecchie,
allora il contadino alzerà gli occhi,
il minatore sorriderà spaccando pietre,
il frenatore si pulirà la fronte,
il pescatore vedrà meglio il bagliore
di un pesce che palpitando gli brucerà le mani,
il meccanico, pulito, appena lavato, pieno
di aroma di sapone gua!derà i miei poemi,
ed essi forse diranno: «Fu un compagno».

Questo è sufficiente: questa è la corona che voglio.
Voglio che all’uscita delle fabbriche e delle miniere
la mia poesia sia aderente alla terra,
all’aria, alla vittoria dell’uomo maltrattato.

Voglio che un giovane trovi nella durezza
che ho costruito con lentezza e con metalli
come una scatola, aprendola, faccia a faccia, la vita,
e affondandovi l’anima tocchi le raffiche che fecero
la mia gioia, nell’altitudine tempestosa.

 

Pablo Neruda, da Tra le labbra e la voce (Trad. Giuseppe Bellini)

Auguri, Poesia!

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___

L’AMORE

T’ho amato senza perché, senza dove, t’ho amato senza
guardare, senza misura,
e non sapevo che udivo la voce della ferrea distanza,
l’eco che chiama la creta che canta tra le cordigliere,
non supponevo, cilena, che tu fossi le mie stesse radici,
senza sapere che tra idiomi estranei lessi l’alfabeto
che i tuoi piedi minuscoli lasciavan camminando sulla sabbia
e tu senza toccarmi accorrevi al centro del bosco invisibile
a incidere l’albero dalla cui corteccia volava l’aroma perduto.

da Todo el Amor, Pablo Neruda

[Foto: Neruda e Matilde Urrutia ]

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[Compie oggi gli anni il nostro caro poeta cileno Pablo Neruda! E persino per me che non amo molto le ricorrenze- soprattutto perché raramente me ne ricordo- questo è davvero un giorno speciale! Auguri Poesia!]

Ho segnato via via con croci a fuoco, Pablo Neruda

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Ho segnato via via con croci a fuoco
l’atlante bianco del tuo corpo.
La mia bocca era un ragno che passava nascosto.
In te, dietro te, timorosa, assetata.

Cose da narrarti sulla riva del crepuscolo,
perché tu non fossi triste, bambola triste e dolce.
Un cigno, un albero, qualcosa che sia lontano e gioioso.
La stagione dell’uva, la stagione matura e piena di frutti.

Io che ho vissuto in un porto e da lì ti amavo.
La solitudine solcata di sogno e di silenzio.
Rinchiuso tra il mare e la tristezza.
Silenzioso, delirante, tra due gondolieri immobili.

Tra le labbra e la voce, qualcosa va morendo.
Qualcosa che ha ali d’uccello, fatto d’angoscia e d’oblio.
Così come e reti non trattengono l’acqua.
Bambola mia, restano solo gocce tremanti.
Eppure, qualcosa canta tra queste parole fugaci.
Qualcosa canta, qualcosa sale fino alla mia avida bocca.
Oh poterti celebrare con tutte le parole della gioia.
Cantare, bruciare, fuggire, come un campanile nelle mani di un folle.
Mia triste tenerezza, in cosa muti all’improvviso?
Quando o raggiunto il vertice più ardito e freddo
il mio cuore si chiude come un fiore notturno.

Pablo Neruda, da Venti poesie d’amore e una canzone disperata