Sera, Federico Garcia Lorca

lorca

Sera piovosa in grigio stanco.
E va la vita.

F. G. Lorca

 

 

Sera piovosa in grigio stanco.
Tutto è così.
Gli alberi secchi
la mia stanza solitaria.
E i ritratti vecchi
e il libro intonso…
Trasuda la tristezza dai mobili
e dall’anima.
Forse
la Natura ha per me
il cuore di cristallo.
E mi duole la carne del cuore
e la carne dell’anima.
E parlando
le mie parole restano nell’aria
come sugheri sull’acqua.
Solo per i tuoi occhi
soffro questo male;
tristezze del passato
tristezze che verranno.
Sera piovosa in grigio stanco.
E va la vita.

Federico Garcia Lorca

 

[Uno dei tanti esempi di quello che ogni giorno la stupidità umana ci toglie. Fucilato il 19 agosto del 1936 dalla polizia franchista, perchè “massone appartenente alla loggia Alhambra”, ma il mancato ritrovamento del suo corpo ne traduce la reale motivazione: “praticava l’omosessualità e altre aberrazioni”. Ecco che l’intera umanità si vede privata per sempre di uno dei più grandi poeti del ‘900, per intolleranza, follia o magari pura stupidità. Ecco perchè quando penso a lui non riesco a non pensare a questo: a quando, a soli 38 anni, piangendo come un bambino fu condotto al luogo di esecuzione. Ed ecco perché tra queste pagine occuperà sempre un posto speciale.]

Alfonso Gatto e gli amori di Xavier Dolan

Le grandi notti d’estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.

Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare,
dal vento che pare l’anima.

E baci perdutamente
sino a che l’arida bocca
come la notte è dischiusa,
portata via dal suo soffio.

Tu vivi allora, tu vivi,
il sogno ch’esisti è vero.
Da quanto t’ho cercata.

Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi occhi.

E il bacio che cerco è l’anima.

Alfonso Gatto da Nuove poesie, 1941-1949, (Lo Specchio Mondadori, 1950)

 

[Video: Dalida, Bang bang  e  Noir Désir, Vive la fête]

*[Les amours imaginaires e J’ai tué ma mère sono i due film d’esordio come regista del giovanissimo Xavier Dolan, entrambi dal taglio autobiografico e dall’influsso evidente della Nouvelle Vague, spiccano per ricercatezza di stile in ogni suo aspetto (dalla musica, alla fotografia, alla tecnica, ai costumi) e per una semplicità nella trama (mai comunque banale), che nell’insieme non dispiace. Il primo racconta lo strano triangolo che si crea intorno a Nicolas, personaggio che per fattezze e aura ricorda il giovane Tadzio de La morte a Venezia ( di Thomas Mann, finemente dipinto nell’omonimo film da Luchino Visconti); il secondo l’incapacità di un figlio nel riuscire nell’atto che nell’immaginario collettivo sembrerebbe il più banale: amare la propria madre. Un’impossibilità che forse sta più nella incomunicabilità tra i due.

P.S. Nonostante i numerosi riferimenti cinematografici, artistici e letterari sparsi in entrambi i film, la poesia da me citata di Alfonso Gatto non rientra tra questi,  si tratta di un mio personale accostamento. ]

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Sulle scale, Costantino Kavafis

Frank Yamrus

 

Scendevo quella maledetta scala;
tu entravi dalla porta; per un attimo
vidi il tuo viso ignoto e mi vedesti.
Poi, per non essere rivisto, mi nascosi, e tu
passasti in fretta, nascondendoti il viso,
e t’infilasti in quella maledetta casa
dove non avresti trovato il piacere, come anch’io del resto.
.
Pure, l’amore che volevi l’avevo io da darti;
l’amore che volevo – lo dissero i tuoi occhi
sciupati e diffidenti – l’avevi tu da darmi.
Si sentirono, si cercarono i nostri corpi;
compresero la pelle e il sangue.
.
Ma ci nascondemmo, tutt’e due sconvolti.

Costantino Kavafis, Sulle scale ( da “Il senso del desiderio, Poesie gay dell’età moderna”)

(Foto: Frank Yamrus)