Asia, Percy Bysshe Shelley

Ceslovas Cesnakevicius

E noi salpiamo, via, lontano,
senza una rotta -senza stella-
ma trascinati dall’istinto della dolce musica
finché fra elisee isole-giardino
tu, mio bellissimo pilota, guidi
la navicella del mio desiderio
dove non mai corse scialuppa umana:
reami in cui l’aria che respiriamo è Amore
che s’agita nei venti e sulle onde,
armonizzando questa Terra con ciò che noi
sentiamo in alto.

P. Shelley

 

La mia anima è un vascello incantato
che, come un cigno sopito, fluttua
sulle onde argentee del tuo dolce canto,
e come un angelo la tua
siede al timone guidandolo,
e tutti i venti intanto di melodia risuonano.
Sembra che fluttui sempre, per sempre,
su quel sinuoso fiume,
fra monti, boschi, abissi,
un paradiso di deserti luoghi!
Finché, come uno, preso nei vincoli del sonno,
portato verso il mare, io scorro giù, intorno,
in un profondo oceano di suono che s’espande.

Frattanto il tuo spirito spiega le ali
nei limpidi domini della Musica,
cogliendo i venti che alitano in quel beato Cielo.
E noi salpiamo, via, lontano,
senza una rotta -senza stella-
ma trascinati dall’istinto della dolce musica
finché fra elisee isole-giardino
tu, mio bellissimo pilota, guidi
la navicella del mio desiderio
dove non mai corse scialuppa umana:
reami in cui l’aria che respiriamo è Amore
che s’agita nei venti e sulle onde,
armonizzando questa Terra con ciò che noi
sentiamo in alto.

Passato abbiamo gli antri gelidi della Vecchiaia,
dell’Età adulta le onde oscure e tempestose,
e il calmo oceano della Giovinezza, che infido
sorride;
fuggiamo oltre i vitrei golfi dell’Infanzia
d’ombre popolata, attraversando
Morte e Nascita, a un più divino giorno, un paradiso
di pergole a volta, illuminate
da fiori che guardano in basso
e liquidi sentieri che si snodano
tra solitudini tranquille e verdi,
popolate da forme così fulgide, abbaglianti,
che chi le ha viste non riposa -un po’ come te-
che camminano sul mare, e armoniosamente cantano!

[…]

Percy Bysshe Shelley, Asia da Prometeo liberato, in Opere poetiche, I Meridiani, 2018 e in Crocetti Poesia n. 342

 

[Foto: Ceslovas Cesnakevicius ]

Fuoco, Joy Harjo

156503011

 

Una donna non può sopravvivere
col solo suo
_                      respiro
deve conoscere
le voci delle montagne
deve riconoscere
l’eternità del cielo azzurro
deve fluttuare
con i corpi sfuggenti
dei venti della notte
che la conducono
dentro se stessa

Guardami
io non sono una donna divisa
io sono la continuità
del cielo azzurro
sono la gola
delle montagne
un vento notturno
che brucia
a ogni suo respiro.

 


FIRE

 

A woman can’t survive
by her own breath
_                          alone
she must know
the voices of mountains
she must recognize
the foreverness of blue sky
she must flow
with the elusive
bodies
of night wind woman
who will take her into
her own self

Look at me
i am not a separate woman
i am a continuance
of blue sky
i am the throat
of the sandia mountains
a night wind woman
who burns
with every breath
she takes.

 

Joy Harjo, Un delta nella pelle. Poesie scelte, 1975-2001 (Passigli editore)

[Video: This is my Heart ,Joy Harjo]

 


 

[Joy Harjo è nata il 9 maggio 1951 a Tulsa, Oklahoma. È poeta, musicista e attiva nei movimenti femministi. È inoltre importante voce del Rinascimento della Cultura Indigena dell’ America sorto negli anni settanta.
È in parte discendente della tribu dei Cherokee e fra i suoi antenati si contano molti capi tribali. ]

 

Ridere, F. Kahlo e Adoro, C. Vargas

Frida Kahlo e Chavela Vargas, foto di Lucienne Bloch

_

Ridere ci ha resi invincibili.
Non come coloro che vincono sempre,
ma come coloro che non si arrendono.

Frida Kahlo

 

_

Reír nos ha hecho invencibles.
No como los que siempre ganan,
sino como aquellos que nunca se rinden.

Frida Kahlo

 

 


__

 

 

[Foto: Lucienne Bloch, Frida Kahlo e Chavela Vargas]

[Video: Chavela Vargas, Adoro]

Alla mia maestra di laicità: lettera di Don Gallo a Fernanda Pivano

 

Amo la Fernanda, che mi amava teneramente. A me personalmente, come prete che ama la sua Chiesa cattolica, la Fernanda ha insegnato a usare anche un linguaggio antropologico tale da essere comprensibile agli altri e capace di mostrare le «ragioni umane». […]

È la mia maestra di laicità, intesa come uno spazio etico in cui tutte le religioni possano essere capite e rispettate, per il superamento di tutti gli integralismi.

Don Gallo, lettera per Fernanda Pivano

 

 

 

Genova, 21 agosto 2009

Se andate sul sito ufficiale della Fernanda, vedrete che l’11 settembre scriveva: «Con molto dolore per i morti e per la tragedia, devo dichiararmi perdente e sconfitta, perché ho lavorato settant’anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della nonviolenza e vedo il pianeta cosparso di sangue».
Cara Fernanda, non sei né perdente né sconfitta.
Intanto, come tu desideravi, sono qui come povero prete a portarti le rose bianche, i tuoi fiori preferiti. I ragazzi della mia comunità li hanno cercati per tutto il giorno.
Quando Dori Ghezzi mi ha comunicato la notizia della morte di Fernanda, a ottantun anni mi sono sentito «smarrito». Mi son detto: «Ho perso un altro punto di riferimento».

Nel luglio scorso, in occasione del compleanno, ho letto il suo ultimo articolo, in cui si rammaricava della scomparsa di Arthur Miller. Diceva: «Un genio come lui se n’è andato troppo presto», e di anni ne aveva ottantanove.
Forse il segreto di Nanda è lo stesso del vecchio suonatore Jones di Spoon River, che «giocò con la vita per tutti i novant’anni».
Siamo nella stessa chiesa dove abbiamo salutato e abbracciato Fabrizio. C’era don Antonio Balletto, un’altra mancanza, che diceva: «Grazie Fabrizio, ci hai insegnato l’alfabeto dell’amore».
La Fernanda possiamo definirla un’«antologia dell’amore».
Al termine di una lunga intervista, nel 1971, lo stesso Fabrizio disse a Fernanda: «Ti sei dimenticata di rivolgermi una domanda: “Chi è Fernanda Pivano?”». «Per me – continua Fabrizio – è una ragazza di vent’anni che inizia la sua professione traducendo il libro di un libertario, mentre la società italiana ha tutt’altra tendenza. È successo tra il ’37 e il ’44, quando questo ha significato coraggio.»

Cara Fernanda, mi hai insegnato a osare la speranza.
Fernanda gioiva, ormai novantenne, per la visita dei ragazzi che andavano ancora a farsi autografare il libro di Hemingway, di Kerouac, di Gregory Corso, di Allen Ginsberg e di tutti gli autori che hanno permesso loro di sognare, ed era così orgogliosa di poter dire d’aver contribuito a farli conoscere. A questi sognatori ricordava sempre che dovevano ringraziare la follia di Gregory, la visione di Ti Jean, le preghiere di Allen.
In queste ore la rete è piena di messaggi di ragazzi di venti, trent’anni che la ricordano come una di loro. No, la Fernanda non se n’è andata. Guardate quanta gente la ricorda in tutto il mondo, sui giornali, in tv. Ieri anche «L’Osservatore Romano» le ha dedicato un ottimo articolo. Ancora una volta il colle di Carignano, come nel gennaio del 1999, è un lago d’amore. Non se ne va Fernanda, il passato dei ricordi si insinua nel presente con una immanenza che è insieme dolente e grata.

Altre persone ne prenderanno il testimone per proseguire l’impegno a lottare, con le armi della parola, della poesia, della coerenza, della pace, contro questo sistema che produce violenza, sfruttamento e infamità, che ostenta volgarità e ignoranza.
Una volta la Fernanda sottolineava come fu colpita dalla «rivoluzionaria tenerezza» dei versi di Masters. «Una rivoluzione moderna» diceva.
La Fernanda non ha mai creduto alla violenza e la sua vita è sempre stata avvolta in una rivoluzionaria tenerezza, per questo la ricordiamo col volto solare e un sorriso radioso.
Come si divertiva quando traduceva con me un passo dell’enciclica Pacem in terris di papa Giovanni. Sapeva il latino meglio di me e nel tradurre «alienum est a ratione, bellum iam aptum esse ad violata iura sarcienda» esultava: «Chi dice di portare la democrazia con le armi è pazzo».
Nel liceo classico D’Azeglio di Torino arrivò un supplente, Cesare Pavese, e consegnò a Fernanda alcuni libri: Addio alle armi di Ernest Hemingway e l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Subito Fernanda se ne innamorò.

L’Antologia di Spoon River opponeva al cinismo che attraversava l’America materialistica di quel tempo la fiducia e la serenità nell’amore, nella lealtà e nella vita vera. Negli anni Cinquanta Fernanda è desiderosa d’incontrare dal vivo i maestri di una narrativa che in Italia si era appena cominciata a conoscere, grazie a Pavese e a Vittorini. Più tardi, a Cortina, incontra Hemingway. Scopre un mondo di sogni, di ideali, valori che non si stancherà più di celebrare: dal pacifismo di Henry Miller, amato e contemporaneamente odiato dalla Beat Generation degli anni Sessanta, a Ginsberg, Kerouac, Corso, Ferlinghetti, che a lui e al suo antimperialismo si rifece, all’esempio di inesausta sete di nuovo, di autenticità di Hemingway.

In nome di un’idea di ritorno all’essenzialità dell’uomo, in contrasto con i pregiudizi del consumismo capitalista, tutti hanno vissuto e scritto senza distinguere tra arte e vita, da Don DeLillo ai minimalisti.
Mi chiamano «prete di strada», è vero, a me piace la strada. E mi piace pure il romanzo On the road di Kerouac. È l’autore di Fernanda che ho amato di più. Era un genio, ha inventato tutto.
Sulla strada è il libro della libertà. I giovani amano la libertà autentica e noi li massacriamo con il proibizionismo. Per la mia esperienza il fenomeno delle droghe è come una strage mafiosa.
Per Fernanda la traduzione era un continuo trasfigurarsi per trasformare il mondo. Per lei Hemingway equivaleva all’intima conoscenza delle debolezze umane.

Ma qual era la tecnica della Pivano? Lo scrive «L’Osservatore Romano»: «Dimenticare il proprio modo di scrivere per capire e riportare il modo di scrivere dell’autore tradotto, in piena umiltà, se pur con acribia, con scrupolo filosofico, non esente da necessaria immaginazione». Una personalità sensibile, generosa, affettuosa e un’ingenuità di fondo. Una donna rigorosa, severa e scherzosa. In una festa alle Cinque Terre, dichiarò ai giornalisti: «Mi sono fidanzata con don Gallo stasera e sono già incinta». Amo la Fernanda, che mi amava teneramente. A me personalmente, come prete che ama la sua Chiesa cattolica, la Fernanda ha insegnato a usare anche un linguaggio antropologico tale da essere comprensibile agli altri e capace di mostrare le «ragioni umane». Lo ha dichiarato Dori Ghezzi: «Fernanda ha eliminato le distanze tra le generazioni». Ha creato ponti per unire.

È la mia maestra di laicità, intesa come uno spazio etico in cui tutte le religioni possano essere capite e rispettate, per il superamento di tutti gli integralismi. Mi diceva: «Il cristianesimo di Gesù, caro Andrea, è sempre al servizio dell’umanizzazione di ogni persona e della collettività; al servizio della costruzione di un mondo più abitabile e segnato da giustizia, pace, rispetto del creato e della dignità umana. Questo significa cieli nuovi, terre nuove. Il regno è già, non ancora».

Insisteva: «I cristiani, ispirati dalla loro fede, sappiano proporre sempre i loro principi senza arroganza e intolleranza, senza crociate. Il primato della coscienza nella Chiesa cattolica è dottrina certa. Se i cristiani volessero imporre a ogni costo i loro principi, allora finirebbero per contribuire ad alimentare l’inimicizia tra loro e nella società».

Un giorno si fece seria e mi chiese: «Perché alcuni cristiani negano la possibilità di un’etica a chi non è credente in Dio? Quando si vedono nella società odierna solo frammentazioni di valori, nichilismo e culture di morte non si contribuisce al confronto ma allo scontro. Fermiamo la barbarie che avanza!». Risposi: «Il male grida forte, ma la speranza grida più forte».
Riportiamo la Fernanda nel 1965, nell’incontro con Bob Dylan, in mezzo ai figli dei fiori, e dopo anni con la Pfm, Ligabue e l’ultimo dei ribelli, l’amico Vasco; e con il suo grande De André, che l’ha attratta a questa musica. Con De André, artista, poeta, antifascista, non violento e, devo dire questa parola, anarchico. L’anarchico. Sì, anarchia è libertà, un atteggiamento profondo dell’anima che aspira alla libertà.

Vorrei terminare con la domanda della Pivano a Kerouac: «Ma perché sei così disperato, che cosa vorresti? Cos’è che vuoi per non essere così disperato?». Kerouac rispose: «Voglio che Dio mi mostri il suo volto».
Era anche il sogno di Fernanda. Lo dichiarò in un’intervista. Alla domanda: «Qual è, Fernanda, il tuo sogno?», rispose: «Voglio che Dio mi mostri il suo volto». E aggiunse: «Quasi, forse».
Cara Fernanda, né quasi né forse. Nel Discorso della montagna, alla nona beatitudine troviamo: «Beati i costruttori di pace perché saranno chiamati Figli di Dio». Fernanda, Shalom, Salam, Pace!
Ciao, Signora America. Ciao, Signora Libertà.
Ciao, Signorina Anarchia.

Don Gallo, da In cammino con Francesco (Chiarelettere editore, 2013)

 

[Foto e Video: De André e F. Pivano, al Premio Tenco, 1997]

[Come promesso, un’altra testimonianza e insieme dichiarazione di amore e stima da parte di Don Gallo a un’altra grande mente del nostro ‘900: Fernanda Pivano. So che sullo schermo può sembrare interminabile, e molti di voi probabilmente non arriveranno nemmeno a leggerle queste mie parole; però è un testo intenso, carico, che in poche righe riesce con tenerezza e lucidità a cogliere molti aspetti della vita di una grande traduttrice e intellettuale nonché di una donna dall’animo raffinato e profondo. Ne vale perciò mille volte il tempo che avrete speso, e anzi a chi si interessa di letteratura, analisi critiche, filologia ecc, consiglio: leggete di questi testi, di queste testimonianze, invece di testi spesso asettici e scarni di “critici” che nemmeno probabilmente hanno davvero capito quanta carnalità c’è dietro le pagine dei grandi letterati. Lasciatevi contagiare dalla passione, dalla fiducia, la stima il vissuto profondo di queste vite, solo così potrete davvero attraversare le migliori pagine della nostra letteratura.

Un altro aspetto di questa lettera che mi piace sottolineare è la capacità da entrambe le parti (Pivano-Don Gallo) il tema religioso, il credo, così come dovremmo iniziare a parlarne forse oggi, da laici, atei, credenti, miscredenti: senza dogmi o chiusure aprioristiche, come spesso e dall’uno e dall’altro arrivano; ma fondendo e confondendo le proprie visioni, le proprie diverse inclinazioni per arrivare a qualcosa di nuovo: la fede nella vita e la capacità di poter vedere ad essa con uno sguardo non accecato dalla prepotenza di un credo millenario, capace ancora di imporre dogmi omai superati; ma nemmeno con la lama affilata e la luce abbagliante di una razionalità che non è in grado  di cogliere nemmeno se stessa. Attraverso quindi parole e insieme ideali come gioia, amore, pace, non-violenza, tenerezza, lealtà, rispetto, fratellanza, comunità. Un grande insegnamento, quindi, da due grandi anime che hanno attraversato questi territori con l’esempio e l’impegno concreto.

 

Nel video l’incontro di Fernanda Pivano e De André al Premio Tenco del 1997. Come ricorda De André nel video, i due sono amici dal ’70, quando il cantautore nell’album Non al denaro non all’amore né al cielo riscrisse in canzone alcuni testi dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, tradotto in Italia  per la prima volta, nel 1943, dalla giovanissima e appassionata Fernanda Pivano ]

 

 

Lettera a Fabrizio Dè Andrè, di Don Gallo

Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

De Andrè, Canzone di Maggio

Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

F. De Andrè, Inverno

 

 

Genova, 14 gennaio 1999

Caro Faber,

da tanti anni canto con te, per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti. Canto con te e con tanti ragazzi in Comunità.
Quanti «Geordie» o «Michè», «Marinella» o «Bocca di Rosa» vivono accanto a me, nella mia città di mare che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, «verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame». Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione.
E ho scoperto con te, camminando in via del Campo, che «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».
La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza.

Abbiamo riscoperto tutta la tua «antologia dell’amore», una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà.
E soprattutto, il tuo ricordo, le tue canzoni, ci stimolano ad andare avanti.
Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza.
La Comunità di san Benedetto ha aperto una porta in città. Nel 1971, mentre ascoltavamo il tuo album, Tutti morimmo a stento, in Comunità bussavano tanti personaggi derelitti e abbandonati: impiccati, migranti, tossicomani, suicidi, adolescenti traviate, bimbi impazziti per l’esplosione atomica.

Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente (che era ed è la nostra vita quotidiana) abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, alla solitudine può seguire l’amore, come a ogni inverno segue la primavera [«Ma tu che vai, ma tu rimani / anche la neve morirà domani / l’amore ancora ci passerà vicino / nella stagione del biancospino», da L’amore, ndr].
È vero, Faber, di loro, degli esclusi, dei loro «occhi troppo belli», la mia Comunità si sente parte. Loro sanno essere i nostri occhi belli.
Caro Faber, grazie!

Ti abbiamo lasciato cantando Storia di un impiegato, Canzone di Maggio. Ci sembrano troppo attuali. Ti sentiamo oggi così vicino, così stretto a noi. Grazie.

E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Caro Faber, parli all’uomo, amando l’uomo. Stringi la mano al cuore e svegli il dubbio che Dio esista.
Grazie.
Le ragazze e i ragazzi con don Andrea Gallo,
prete da marciapiede

 Don Gallo, da  In Cammino con Francesco (Chiarelettere Editore, 2013)

___________________________________

[Questa lettera è di una tenerezza e calore così forte che è impossibile non pubblicarla. Siamo forse la generazione meno adatta a capire tutto ciò, noi, che non ci sporchiamo le mani nemmeno più per scrivere, figuriamoci tra gli ultimi come faceeva Gallo, per gli ultimi come faceva Da Andrè.Di seguito le due canzoni citate da Don Gallo.

Nel prossimo articolo condividerò l’altra meravigliosa lettera scritta da Don Gallo, a un’altra meravigliosa artista, Fernanda Pivano. ]

 

 

 

Un giardino verde in inverno, Jarosław Iwaszkiewicz e Roads, Portishead

 

Oh, can’t anybody see
We’ve got a war to fight
Never found our way
Regardless of what they say

Portishead, Roads

 

Il mio mondo è il mio mondo
non posso aprirlo davanti a voi

E se anche descrivessi
le statue dei dodici mesi
celate nel fìtto verde

ognuno di voi vedrebbe
un verde diverso
una statua diversa
e non questo verde

E se descrivessi la mia tristezza
apparirebbe ridicola
e infantile

perché la mia tristezza
è piena d’incanto

come un giardino verde
in inverno

 

_____________

Ogród zielony w zimie

 

Mój świat jest moim światem
nie mogę go przed wami otworzyć

A gdybym nawet opisał
te posągi dwunastu miesięcy
schowane w gęstej zieleni

to każdy z was zobaczy
inną zieleń
posąg inny
i nie taką zieleń

A gdybym opisał mój smutek
wydałby się śmieszny
i dziecinny

bo mój smutek
jest pełen uroku

jak ogród zielony
w zimie

 

Jarosław Iwaszkiewicz, da Xenie i elegie (in La mappa del tempo,  Ponte Sisto, 2010)

Traduzione di Francesco Groggia

 

[Video: Portishead, Roads (dall’album Dammy, 1994

Ho scelto questa versione per la qualità audio, ma in rete è presente la versione
live,molto più emozionante e coivolgente.]

 

 

Forse ho tremato, Franco Loi

 

Forse ho tremato come di ghiaccio fanno le stelle,
no per il freddo, no per la paura,
no del dolore, del rallegrarsi o per la speranza,
ma di quel niente che passa per i cieli
e fiata sulla terra che ringrazia…
Forse è stato come trema il cuore,
a te, quando nella notte va via la luna,
o viene mattina e pare che il chiarore si muoia
ed è la vita che ritorna vita…
Forse è stato come si trema insieme,
cosí, senza saperlo, come Dio vuole…

 

_____

Forsi û tremâ cume de giass fa i stèll,
no per el frègg, no per la pagüra,
no del dulur, legriâss o la speransa,
ma de quel nient che passa per i ciel
e fiada sü la tèra che rengrassia…
Forsi l’è stâ cume che trèma el cör,
a tí, quan’ne la nott va via la lüna,
o vegn matina e par che ‘l ciar se mör
e l’è la vita che la returna vita…
Forsi l’è stâ cume se trèma insèm,
inscí, sensa savèl, cume Diu vör…

 

Franco Loi (da Lünn, Firenze, Il Ponte, 1982)

 

[con Gary B.B. Coleman, The Sky is Crying]

 

De André-Fossati: Anime salve, l’elogio della solitudine

_
… mi sono guardato piangere in uno specchio di neve
mi sono visto che ridevo
mi sono visto di spalle che partivo
ti saluto dai paesi di domani
_
che sono visioni di anime contadine
in volo per il mondo
mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia
_
e che grande questo tempo che solitudine
che bella compagnia.
_
De André-Fossati, da Anime Salve

 _

<< Anime salve  trae il suo significato dall’origine, dall’etimologia delle due parole “anime” “salve”, vuol dire spiriti solitari. È una specie di elogio della solitudine.

Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito. Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con se stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.

Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che si debba fare gli eremiti, o gli anacoreti; è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita (non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità), credo di averla vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura. >>

Elogio della solitudine, F. De Andrè

[ Da Ed avevamo gli occhi belli (2001), con canzoni e parole tratte da “Anime Salve, realizzato con l’amico Ivano Fossati.]

_

È questo il blues delle cose che non si vedono, Stefano Benni e Robert Johnson

 

È questo il blues delle cose che non si vedono
della mia fatica nel tuo vestito di cotone
del ragno nei tuoi bei capelli biondi
della pallottola che vola verso il cuore.

È questo il blues delle cose che non si vedono
dell’uccello che canta nella chioma dell’albero
delle parole con cui ti sto pensando
del dolore di questa follia in strada.

È questo il blues delle cose che non si vedono
del verme nel ceppo, della bacca nel gin
dei martelletti dentro al pianoforte
dei morti che ridono in fondo al cimitero.

È questo il blues delle cose che non si vedono…
delle parole che ti dissi, mentre si faceva buio.

Snailhand Slim*, Invisible Blues

Stefano Benni, in Elianto

 

[ *Snailhand Slim è il personaggio d’invenzione a cui Stefano Benni, in Elianto,  affida le parole di questo suo testo. In realtà il personaggio di Benni si ispira a Robert Leroy Johnson: una tra le massime leggende del blues ed uno dei più grandi e influenti musicisti del XX. Il video da me scelto racconta brevemente quella che è stata la sua storia, dalla povertà al successo, e la leggenda secondo la quale il cantante fece un patto col diavolo per poter suonare la chitarra come nessun’altro al mondo. ]

Ipotesi per una Maria, Giorgio Gaber

… e nell’angoscia della vita
ho in mente ancora l’eco
della tua risata

Perché per vivere davvero
bisogna spesso andarsene lontano
e ridere di noi
come da un aereoplano

G. Gaber

E io che ancora mi innamoro come uno scemo
perché l’innamorarsi è uno specifico dell’uomo
spudorato mi accosto all’incerto dei tuoi richiami
sono io che deliro e tu che ami

Non so dove ora tu sia giunta
cara indimenticabile Maria
che all’inizio degli anni settanta
conoscesti la rabbia e l’ironia

Avevi il dono assi inconsueto
di ridere persino del tuo mito
e l’intuizione di una strana fede
per cui una cosa è vera soltanto
quando non ci si crede

Perché per credere davvero
bisogna spesso andarsene lontano
e ridere di noi
come da un aereoplano

Se tu fossi davvero esistita
cara indimenticabile Maria
fin da allora potevo imparare
a congiungere il vero e la bugia

E nelle notti massacranti
riempite di parole intelligenti
e nell’angoscia della vita
ho in mente ancora l’eco
della tua risata

Perché per vivere davvero
bisogna spesso andarsene lontano
e ridere di noi
come da un aereoplano

Forse sei solo un’ipotesi di donna
forse sono esagerati i sentimenti
e i mille spunti che mi dai
se è vero che si tratta
di una Maria che non conobbi mai

Ma so che a me piace pensarti
cara indimenticabile Maria
come fossi davvero esistita
col tuo gusto di amare e andare via
Perché persino nell’amore
nell’eccellenza del soffrire
nella violenza di una litigata
eri così coinvolta e così distaccata

Perché per credere all’amore davvero
bisogna spesso andarsene lontano
e ridere di noi
come da un aereoplano

E che la logica assurda del tempo
questo tempo che tutto porta via
riesca almeno salvare il tuo nome
Maria

Giorgio Gaber, (da Se io fossi Gaber- 1984-85)