La morte è un fiore, P. Celan

paul-celan

 

Per Yvan Goll

La morte è un fiore che solo una volta fiorisce.
Ma fiorisce come nient’altro fiorisce.
Fiorisce, appena lo vuole, non fiorisce nel tempo.

Essa viene, una grande falena, che adorna steli cedevoli.
Tu lasciami essere uno stelo, cosí forte, che la rallegri.

 

Paul Celan, da Conseguito silenzio (Einaudi, Torino, 1998)

[Foto: Paul Celan]

_______

Der Tod
Für Yvan Goll

Der Tod ist eine Blume, die blüht ein einzig Mal.
Doch so er blüht, blüht nichts als er.
Er blüht, sobald er will, er blüht nicht in der Zeit.

Er kommt, ein großer Falter, der schwanke Stengel schmückt.
Du laß mich sein ein Stengel, so stark, daß er ihn freut.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß” (Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997)

Gratitudine, Oliver Sacks

Non posso fingere di non aver paura.
A dominare, però, è un sentimento di gratitudine.

O. Sacks

 

Negli ultimi giorni sono riuscito a considerare la mia vita come da una grande altezza quasi fosse una sorta di paesaggio, e con una percezione sempre più profonda della connessione fra tutte le sue parti. Questo non significa che abbia chiuso con la vita. Al contrario, mi sento intensamente vivo, e nel tempo che mi resto ho la volontà, la speranza, di approfondire le mie amicizie, dire addio a coloro che amo, scrivere ancora, viaggiare se ne avrò la forza, raggiungere nuovi livelli di conoscenza e comprensione. […]

[…] Non posso fingere di non aver paura. A dominare, però, è un sentimento di gratitudine. Ho amato e sono stato amato; ho ricevuto molto, e ho dato qualcosa in cambio; ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Più di tutto sono stato un essere senziente, un animale pensante, su questo pianeta bellissimo, il che ha rappresentato di per sé un immenso privilegio e una grandissima avventura».

Oliver Sacks, Gratitudine (2015), tr. it. Adelphi, Milano, 2016, pp. 27-29.

 

[Libricino,  lettere di commiato sotto forma di brevi articoli, il saluto di un medico, ma ancor prima di un uomo, che certo può dirsi felice di aver lasciato un segno tangibile, di grande umanità, nei suoi libri.

Neurologo e scrittore per vocazione, destino ha voluto che fosse colpito, nove anni prima, da un tumore cerebrale, che gli procurò la perdita della vista da un occhi, del quale parlerindexà nei suoi successivi libro; destino ha voluto che potesse arrivare lucido fino in fondo per salutare i suoi lettori e se stesso con l’unico sentimento che ci si potrebbe auspicare per una vita ben vissuta: gratitudine, non per aver fatto tutto (cosa impensabile per quasiasi uomo), ma per aver fatto del proprio meglio: nel lavoro e in amore, le due cose che nella vita di Sacks (a suo dire) hanno contato di più.

Non si tratta quindi di uno di quei libri dove si troveranno tentativi di spiegarsi quell’immenso mistero che è la vita, ma un semplice saluto, un modo (il migliore probabilmente che conosceva) per salutare tutti, per fare un breve resoconto. E se si pensa che a scrivere è qualcuno che ha pochi mesi e istanti di vita, se ne comprende il valore di ogni passo, di ogni parola. Come il tempo da sempre dedicato ai suoi pazienti e alla cura con cui ha sempre raccontato le storie, alle volte ai limiti dell’immaginazione, in modo anche ironico,  storie altrimenti taciute.

Al centro di queste pagine la sua vita, e un sentimento quindi, di gratitudine:  parola solida quieta, compatta, armoniosa, una parola generosa perchè un dono per chi la coglie, autentica, perchè racchiude certamente un cammino, vero, umano, fatto su una terra tangibile. Una parola che ha le braccia forti del contadino, che semina vita e la leggerezza del vento che la diffonde, una parola contemplativa, perché con sè porta sempre almeno un pensiero, positivo, vivo, una parola contagiosa, che ha in sè una fede, un legame a qualcosa a qualcuno: una parola-radice.

Un libro quindi imprescindibile per chi abbia conosciuto questo autore, ma anche per chi voglia riflettere o ascoltare parole semplici, ma cariche di amore ed entusiasmo per la vita, quella vissuta e quella ancora da vivere.

Buon fine settimana a tutti!

G. M. ]

 

[Oliver Wolf Sacks (Londra, 9 luglio 1933 – New York, 30 agosto 2015) è stato un medico, neurologo e scrittore, tra i suoi libri: Risvegli (1973), dal quale l’omonimo film con Robin Williams e Robert De Niro, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, 1986; Allucinazioni, 2012]

All’amico che dorme, Cesare Pavese

Immagine correlata

 

Che diremo stanotte all’amico che dorme?
La parola più tenue ci sale alle labbra
dalla pena più atroce.
Guarderemo l’amico,
le sue inutili labbra che non dicono nulla,
parleremo sommesso.
La notte avrà il volto
dell’antico dolore che riemerge ogni sera
impassibile e vivo.
Il remoto silenzio soffrirà come un’anima, muto, nel buio.
Parleremo alla notte che fiata sommessa.
Udiremo gli istanti stillare nel buio
al di là delle cose, nell’ansia dell’alba,
che verrà d’improvviso incidendo le cose
contro il morto silenzio.
L’inutile luce svelerà il volto assorto del giorno.
Gli istanti taceranno.
E le cose parleranno sommesso

Cesare Pavese, Poesie, Einaudi, 2017

[Foto: Picasso, La morte di Casagemas]

 

[Visto tempo fa al Tyssen, questo è forse il quadro di Picasso che mi porterò sempre dentro, quello che mi ha rivelato -senza bisogno di nozioni di qualsiasi genere o precognizioni- la forza artistica  ed espressiva di questo pittore.  Si tratta di un’opera  realizzata durante il periodo Parigino, in seguito alla morte dell’amico catalano, Carlos Casagemas, anch’egli pittore, per suicidio dopo il rifiuto e la scoperta dei tradimenti della donna amata, Germaine. A causa della sua morte, ma soprattutto della disperazione del gesto, Picasso entrò in una crisi profondissima. Fu questo evento e il suo ossessivo tornare sui particolari di quella fine tragica, che lo portò al cosiddetto periodo blu.

L’mportanza di questo evento è testimoniata anche dal fatto che alla morte, nella residenza di Mougins, in Costa Azzurra, dove Picasso visse gli ultimi anni della sua vita,  insieme alle centinaia di opere che l’artista conservò gelosamente per sè, vi era  anche questo quadro.]

La dedica, Izet Sarajlić

 

 

Ti dedico i miei occhi, le mie labbra, i miei denti.
Le poesie? Che te ne fai delle mie poesie scritte perché non sapevo tacere?
Che te ne fai delle mie poesie che non ti possono amare?

Com’è bello che non siamo né uccelli né devoti all’imbrunire
e non abbiamo le ali ma le braccia.
L’ultima cosa che ci attende non può essere la nostra morte,
perché i desideri del nostro sangue da qualche parte devono continuare.

Tu sei una donna, piccola,
tu sei una piccola donna,
e un immortale agosto ti ha portato nelle mie ballate.
Resta col mio ti Amo che sopravviverà a tutte le mie
lamentevoli nenie, a tutte le mie trasformazioni.
Resta accanto ai miei occhi.

Sopravviveremo a noi stessi, non solo nel tumulo delle nostre tombe,
perché abbiamo saputo, abbiamo saputo, teneri e superbi,
fuggendo dai coltelli e dalle granate uccidere gli angeli in noi
continuando a restare angeli.

Posteri, cercateci qualche volta seguendo un filo rosso,
solo i nostri corpi giaceranno sotto la terra muta,
ma calpestate piano,
per non ferire le nostre labbra,
e per non pestare i nostri sguardi morti.

Izet Sarajlić, da Chi ha fatto il turno di notte, (Einaudi, 2012)

_____________________

 

Posveta

Posvećujem ti svoje oči, svoje usne, svoje zube.
Pjesme? Šta ćeš od mojih pjesama pisanih jer nisam znao ćutati?
Šta ćeš od mojih pjesama koje ne mogu da te ljube?

Tako je dobro što nismo ni ptice ni bogomoljci u predvečerje
i što nemamo krila već ruke.
Posljednje što nas čeka ne može biti naša smrt,
jer želje naše krvi negdje su moraju nastaviti.

Ti si žena, mala,
ti si mala žena,
i jedan besmrtni avgust donio te u moje balade.
Ostani s mojim Volim koje će nadživjeti sve moje tužaljke, sve moje promjene.
Kraj mojih očiju ostani.

Nadživjećemo sebe, ne samo u humci svojih grobova,
jer znali smo, znali smo, nježni i oholi,
bježeći od noževa i granata ubiti u sebi anđele
i opet ostati anđeli.

Budući, potražite nas nekad u nekom crvenom traganju,
samo tijela naša ležaće pod nijemom zemljom,
ali gazite tiho,
da ne ranite naše usne,
i naše mrtve poglede da ne zgazite.

Izet Sarajlić, da Knjiga oproštaja, (Rabić, Sarajevo, 1998)

 

[Foto: Erwin Blumenfeld]

Totale S.E. & O., Elio Pagliarani

ellen rogers_3

 

A dirli questi mesi sembra agevole
con il margine di rischio necessario
a chiamare la vita col suo nome:
primavera invocata tempestiva
fu tempesta, e in vista della terra
il naufragio balordo; giugno vissi
per rassegnarmi a perderti; è di luglio
la più cupa speranza di riuscire
a fare della morte un’abitudine.

 

Elio Pagliarani, da “Inventario Privato” (1959)

 

[Foto: Ellen Rogers]

Il cuore che ride, Charles Bukowski

 

… non puoi sconfiggere la morte
ma puoi sconfiggere la morte in vita, qualche volta.

you can’t beat death but
you can beat death in life, sometimes.

C. Bukowski

 

 

La tua vita è la tua vita.
non lasciare che le batoste la sbattano nella cantina dell’arrendevolezza.
Stai in guardia.
Ci sono delle uscite.
Da qualche parte c’è luce.
forse non sarà una gran luce
ma la vince sulle tenebre.
Sai in guardia.
Gli dei ti offriranno delle occasioni.
riconoscile,
afferrale.
Non puoi sconfiggere la morte
ma puoi sconfiggere la morte in vita, qualche volta.
E più impari a farlo di frequente,
Più luce ci sarà.
La tua vita è la tua vita.
Sappilo finché ce l’hai.
Tu sei meraviglioso
gli dei aspettano di compiacersi
in te.

 

Charles Bukowski, Il cuore che ride

 

 

 

your life is your life
don’t let it be clubbed into dank submission.
Be on the watch.
There are ways out.
There is light somewhere.
It may not be much light but
it beats the darkness.
Be on the watch.
The gods will offer you chances.
Know them,
take them.
You can’t beat death but
you can beat death in life, sometimes.
And the more often you learn to do it,
the more light there will be.
Your life is your life.
Know it while you have it.
You are marvelous
the gods wait to delight
in you.

Charles Bukowski, The Laughing Heart

George Gray, da Antologia di Spoon River, E. Lee Master

8d480b49be625312efeccc7c18709ef2

 

Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio-
è una barca che anela al mare eppure lo teme.

Edgar Lee Master

 

 

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perchè l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio-
è una barca che anela al mare eppure lo teme.

Edgar Lee Master, Antologia di Spoon River, Einaudi, 1943

 

______________________________________

 

I have studied many times
The marble which was chiseled for me–
A boat with a furled sail at rest in a harbor.
In truth it pictures not my destination
But my life.
For love was offered me and I shrank from its disillusionment;
Sorrow knocked at my door, but I was afraid;
Ambition called to me, but I dreaded the chances.
Yet all the while I hungered for meaning in my life.
And now I know that we must lift the sail
And catch the winds of destiny
Wherever they drive the boat.
To put meaning in one’s life may end in madness,
But life without meaning is the torture
Of restlessness and vague desire–
It is a boat longing for the sea and yet afraid.

 Edgar Lee Master , Spoon River Anthology

 

[Foto: Fan Ho, 1954]

 

[Questa poesia-epitaffio, che in modo incisivo ci conduce alla vita dettata attraverso la voce di un morto, ci immerge in una delle letture tuttora più originali e coinvolgenti della storia della letteratura.L’Antologia di Spoon River, scritta e pubblicata tra il 1914 e il 1915 in America, e solo molto dopo grazie al lavoro e all’interesse di due grandi scrittori-traduttori: Cesare Pavese e l’allora giovanissima Fernanda Pivano, arriva qui in Italia, non senza difficoltà per via del regime fascista. La sua originalità è data dal registro linguistico: una poesia che si fa narrazione, o una narrazione in forma di poesia, e dall’aver con tanta vitalità raccontato la vita attraverso la morte, dando nel contempo un chiara e incisiva testimonianza del pensiero del suo autore.

Fernanda Pivano è stata sicuramente la curatrice e traduttrice italiana più appassionata ed attenta, ma tante sono le traduzioni, trasposizioni, opere che si sono ispirate a questo libro, tra queste l’album di De Andrè, Non al denaro non all’amore né al cielo: una sorta di rivisitazione di alcuni testi  dell’opera in chiave moderna.

Trovere quindi altri testi, prossimamente, di un’opera che ha colpito la mia attenzione: la prima lettura di quest’anno e il primo libro del mese di questo blog. ]

 

Cartoline dai morti, Franco Arminio

Jan Pypers

 

Se non credi alla vita dopo la morte, devi credere di piú
alla vita dentro la vita. La mia fede io la chiamo intensità.

F. Arminio

 

 

Se non credi alla vita dopo la morte, devi credere di piú alla vita dentro la vita. La mia fede io la chiamo intensità. L’intensità a me viene dal guardare: non si ottiene con la vacanza né col lavoro, è l’avventura dei tuoi nervi nei tuoi luoghi ma anche altrove, con questa avventura devi essere indulgente, devi proteggerla come se fosse la sola verità che possiedi. Allora dillo quando pensi che stai morendo e il pensiero si ferma. Dillo quando pensi che ti stai ammalando e parlando ti curi e senti che gli altri sono un farmaco. Il bene sta negli alberi, nell’acqua, nelle facce, il bene è sempre dalla parte di chi è intenso, si interessa meno a chi si spaccia in estasi o in disperazione.

 

Franco Arminio, Cartoline dai morti 2017-17 (Nettetempo, 2017)

 

[Un atto di fede per la vita nella vita, mi piace pensarlo così questo piccolo libro che a guardarlo dal titolo sa molto di morte, ma che in realtà parla tanto di vita: vita vissuta, con le sue domande, i molteplici sensi, i vizi, l’ironia, l’assurdo,  il  suo beffardo e qualche volta buffo nonsense. Un modo per esorcizzare la morte attraverso la morte, un modo simpatico ma anche profondo di raccontare il mistero della morte attraverso il mistero della vita. Sono bastati pochi passi per convincermi che si tratti di uno di quei libri “necessari”, dove per “necessario” intendo ciò che fa bene all’anima, ciò che è capace di lasciare un’impronta, un segno, di fare bene il bene, di raccontare, di svelare l’uomo all’uomo. Un libro che – come spiega lo stesso Arminio – promette di diventare opera teatrale in cui gli stessi spettatori si faranno un po’ attori, chiamati a vivere la propria personale dimensione della morte. Un libro che troverete da queste parti, un libro bello.]

 

Qualche informazione in più la trovate qui: http://www.edizioninottetempo.it/media/news/files/15/arminio-e-le-sue-cartoline-d2625.pdf

e qui: http://www.leparoleelecose.it/?p=30219#more-30219%5D

 

[Foto: Jan Pypers]

Morì all’alba, Federico Garcia Lorca

Nicolas Yantchevsky

 

Notte di quattro lune
e un albero solo.
Con un’ombra sola
e un solo uccello.
Cerco nella mia carne
l’impronte delle tue labbra.
Bacia il vento la fonte
senza sfiorarlo.
Porto il No che mi desti
sulla palma della mano,
come un limone di cera
quasi bianco.
Notte di quattro lune
e un albero solo.
Sulla punta d’un ago
sta il mio cuore, girando!

Federico Garcia Lorca, Morì all’alba

Foto: Nicolas Yantchevsky

E tuttavia, tra tutte queste amanti…

Ziegfeld girl

 

E tuttavia, tra tutte queste amanti, ce n’è almeno una che ho deliziosamente amata. Era al tempo stesso più delicata e più salda, più tenera e più dura delle altre; quel suo torso esile e pieno faceva pensare a una canna. Mi è piaciuta sempre la bellezza delle capigliature, quell’onda serica e fluttuante; ma, nella maggior parte delle nostre donne, le chiome sono torri, labirinti, barche, o grovigli di vipere. La sua, consentiva a essere quel che mi piace che siano: il grappolo d’uva delle vendemmie, o un’ala. Distesa sul dorso, appoggiando su di me la piccola testa altera, mi parlava dei suoi amori con mirabile inverecondia. Amavo in lei il furore e il distacco nel piacere, i gusti raffinati, la smania di tormentarsi l’anima. Sapevo che aveva dozzine d’amanti; ne perdeva il conto; io non ero che una comparsa che non esigeva la fedeltà. S’era innamorata d’un danzatore chiamato Batilla, così bello da giustificare qualsiasi follia. Tra le mie braccia, singhiozzava il suo nome; la mia approvazione la incoraggiava. In altri momenti, quanto abbiamo riso insieme! Morì, giovane, in un’isola malsana dove l’aveva esiliata la famiglia, in seguito a un divorzio che fece scandalo. Me ne rallegro per lei, perché aveva paura d’invecchiare: ma è un sentimento che non proviamo mai verso coloro che abbiamo veramente amato.

 Marguerite Yourcenar , Memorie di Adriano

Foto: Alfred Cheney Johnston