Haraga, Ingrid de Kok

 

giovannoni_Ombre oscure

 

Fino a quando il DNA non ti riporterà
alla città ferita, ai parenti morti,
questa porta rimarrà  aperta.
Resta fuori, se non credi a queste parole,
oppure vieni, anche se per poco, dentro.

Ingrid de Kok

 

 

Per Sandro, amico di migranti

Italia, 2009

Sei arrivato da lontano.
Hai attraversato frontiere, distrutto documenti,
sepolto il tuo nome prima del passaggio.
Poi hai cancellato la pelle dei polpastrelli
che hanno toccato madre, amante,
e la tua terra quando era più dolce.
Nella cera bollente. Haraga: quelli che si sono  bruciati.
Quel fuoco sarà sempre più forte
Ora di quello che ti pulsa in petto.
Solo impronte e storie rimaste

a tracciare i passi del tuo addio
al di là dell’ altopiano, del bassopiano
fino alla barca che fa acqua, al container asfissiante, al campo di filo spinato,
fino al tuo arrivo qui, dove
vogliono a ogni costo sapere chi eri prima
per rispedirti indietro.
Senza documenti sei tutto e niente,
tornasole per la prova  di un altro paese.
Senza tregua ora, tabula rasa, nemico senza stato
di quanti hanno  labbra e dita leggibili.

Xeno: straniero, estraneo, ospite,
anche se il mio paese ti dà la caccia,
benvenuto a casa mia.
I miei amici ti difenderanno in tribunale
ma poco si potrà fare
per la memoria ustionata delle dita
e il tuo cuore di frontiera.
Fino a quando il DNA non ti riporterà
alla città ferita, ai parenti morti,
questa porta rimarrà  aperta.
Resta fuori, se non credi a queste parole,
oppure vieni, anche se per poco, dentro.

Ingrid de Kok, da Other Signs (Kwela Book, 2011)

 

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For Sandro, friend to many migrants

Italy, 2009

You have come a long way.
Crossed frontiers, burnt documents,
buried your name before the passage.
Then you stripped your fingertips
which had touched mother, lover,
your land when it was kinder.
In boiling wax. Haraga: those who have burnt.
That pulse will alway now
beat deeper than the throbbling in your chest.
Only footprints and stories left

to trace your farawell steps
across high land, low land,
to leaking boat, airless container, barbed camp,
till you reached here, where
they badly want to know who you once were
in order to send you back.
Without ID you are nothing and everything,
litmus for another country’s acid test.
No rest now, blank slate, stateless enemy
of those whose lips and fingers can be read.

Xeno: foreigner, stranger, guest,
though my country hunts you down,
welcome to my hearth.
My friends will plead for you in court
but there is little we can do
for finger’s seared memory
and your frontier heart.
Until DNA traces you to
scarred city, dead kin,
this door is open.
Stay out, if you mistrust these words,
or come, however briefly, in.

Ingrid de Kok, from Other Signs (Kwela Book, 2011)

trad.  Paola Splendore

 

[Foto: Ombre scure, Alessandra Giovannoni]

 

[Apartheid: una parola che Ingrid de Kok ha conosciuto tardi, ma bene, e contro la quale nel suo cammino di poetessa ha inciso la sua poesia. Lei: africana, ma di un’Africa altra:  quella privileggiata, bianca, ricca, ma anche saccheggiata, sdradicata, separata appunto; una ferita ancora sanguinante, nonostante tutto, nonostante Mandela, nonostate l’Ubuntu. Tra le sue terre sempre più deprivate, povere, frammentate si combattono guerre senza nome, lotte senza bottini, persone senza volti. E da lì, anche da lì (come dai tanti luoghi, sempre più numerosi e sconosciuti) partono i migranti: quegli stranieri che non meritano un volto, un nome, una terra, dai quali ci si deve guardare bene nonostante non siano loro a inquinare, derubare, sporcare, ferire questa Terra come questo Cielo, questo Mare comune, nonostante non siano “loro” il vero nemico, ma forse noi stessi, la nostra cecità.
Ed ecco che nel frastuono di parole urlate, imposte, taciute, negate… arriva ben oltre se stessa: la Poesia, con la sua placida e folgorante luce – a spezzare una verità e a lasciar  cadere frammenti di assoluto. Un piccolo canto alla vita, alla giustizia, una porta aperta all’Altro come mano tesa e in attesa di un domani fatto si strade, vie, case e dove le porte restistono aperte.]

 

Non in nome mio, Andrea Camilleri

i porti devono essere aperti a tutti,
mai chiusi, perchè i porti spesso sono
la riva sognata dalla gente, da migliaia di persone

 

Ci tengo quale cittadino italiano, a dire questa frase: “NON IN NOME MIO”. Mi spiego meglio, lo sgombero avvenuto a Castelnuovo di Porto di una comunità di 540 migranti che erano riusciti perfettamente a integrarsi nella società italiana, con i bambini che da due anni frequentavano le scuole italiane, con gente che lavorava e pagava le tasse, in Italia questo sgombero è persecutorio, cioè a dire attenzione stiamo entrando assolutamente in un regime di violenza, di prepotenza; non solo di difesa contro l’emigrazione, oscena, perchè i porti devono essere aperti a tutti, mai chiusi, perchè i porti spesso sono la riva sognata dalla gente, da migliaia di persone, gli si chiude la porta in faccia; non solo ma si comincia a perseguitare coloro che ormai sono italiani, integrati perfettamente. Questa è un’ossessione, rendetevene conto. NON IN NOME IO: io mi rifiuto di essere cittadino italiano complice di questa nazista volgarità.

 

 

[Così vorrei ricordare questa importante giornata, la Giornata della memoria, perchè la storia non si ripeta, perchè si aprano finalmente gli occhi e ci si accorga che la storia la si fa vivendo e che le parole sono importanti, e queste parole lo sono più di tante altre. Ma non solo per questo, Camilleri, grande intellettuale ma soprattutto uomo longevo e saggio, parla con grande passione di una questione umana a cui tiene molto lo si vede, lo si sente. Ricordiamo dunque, il nostro primo dovere: essere umani. NON IN NOME MIO!]

Acqua scura, Ruth Padel

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… comincia così
la ricerca di un nuovo posto sulla terra
tra onde come anelli di un albero …

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la Grecia stava attraversando una grande recessione. I cittadini di Mitilene non riuscivano neppure a pagarsi un caffè ai bar del porto. Nelle strade secondarie le donne cercavano indumenti a poco prezzo. […]  Dappertutto notavo segni potenziali di risentimento nei confronti dei rifugiati. Eppure, nonostante la recessione, i caffè offrivano ai rifugiati la ricarica gratis dei cellulari, e la città era piena di graffiti che dicevano “rifuguati benvenuti”

Ruth Padel

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Ho scritto questo poemetto dopo una visita a Lesbo nel settembre 2016, a un anno dagli sbarchi di un ingente numero di rifugiati in Siria, a sei mesi dalla firma del trattato dell’Unione Europea con la Turchia, in base al quale per ogni rifugiato siriano tornato in Turchia dalle isole greche sarebbe stato accolto in Europa un richiedente asilo turco. Ma erano anche trascorsi due mesi dal tentativo di colpo di Stato in Turchia , che aveva dato il via allo stato di emergenza, all’arresto di migliaia di soldati, funzionari statali e uomini d’affari, e all’espulsione di ogni persona sospettata di avere legami con il movimento responsabile, secondo il governo turco, del tentato colpo di Stato. Vedevo la Turchia al di là del mare, un puntino violetto all’orizzonte. Mitilene, la città principale di Lesbo, dipendeva dal turismo turco, i menù davanti ai ristoranti e ai caffè erano in turco e in greco. Ma non c’era un turco che si azzardasse a partire per il momento e i caffè erano per lo più vuoti.
Scopo dell’accordo turco-europeo era di sospendere il flusso dei migranti attraverso l’Egeo: la Grecia avrebbe avuto il permesso di respingere in Turchia “tutti i nuovi migranti irregolari”. In cambio, gli Stati membri dell’Unione Europea avrebbero incrementato il collocamento dei rifugiati siriani in Turchia e accelerato la liberazione dei visti per i turchi e si erano impegnati a “rinvigorire” i colloqui ssull’ingresso nell’Unione Europea. Gli eventi in Turchia avevano fatto perdere ogni speranza. Il trattato aveva rallentato la di barconi ricolmi di rifugiati siriani, ma di notte continuavano gli sbarchi sulla costa. Le barche della Border Force aspettavano nel porto di Milete pronte a intercettarli […]

[…] la Grecia stava attraversando una grande recessione. I cittadini di Mitilene non riuscivano neppure a pagarsi un caffè ai bar del porto. Nelle strade secondarie le donne cercavano indumenti a poco prezzo. Ma la sera i ristoranti si riempivano dei funzionari delle organizzazione che gestivano gli aiuti internazionali e che, a differenza degli isolani,  potevano permettersi il vino, il cibo e le serate fuori. Dappertutto notavo segni potenziali di risentimento nei confronti dei rifugiati. Eppure, nonostante la recessione, i caffè offrivano ai rifugiati la ricarica gratis dei cellulari, e la città era piena di graffiti che dicevano “rifuguati benvenuti”. Mi resi conto che non si trattava solo di un senso di umanità, come quello manifestato dalle comunità siciliane e dell’Italia del sud verso le barche cariche di rifugiati, ma c’era anche il precedente di Smirne.

Nel 1922, nel corso del conflitto tra Grecia e Turchia, la popolazione greca della città turca di Smirne. ora Izmir, fu massacrata e gran parte della città fu data alle fiamme. La catastrofe di Smirne è incisa profondamente nella coscienza popolare grecaMolti greci fuggirono in barca verso Lesbo, l’isola vicina, e diventarono i nonni della generazione adulta di oggi. Hoparlato con una giornalista che aveva atteso per ore al buio e aveva aiutato a tirar fuori dalle onde i siriani scossi dai brividi, traumatizzati. Mi ha detto che le loro storie erano identiche a quelle raccontate da sua nonna, fuggita bambina da Smirne. [..]

[…] Sul muro di una moschea abbandonata ho letto dei graffiti che dicevano: “I nostri nonni erano rifugiati, noi siamo migranti, perchè dovremmo essere razzisti?

Ruth Padel

 

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Dove non c’era ninete
tutta la notte

dove non c’era niente
solo nebbia grigia

c’è ora una forma
abbandonata da Creonte

che avanza al tenue luccichìo
di un cellulare

esplode sulle rocce
frantumando la sabia – trafiggendo la pelle

tirali fuori Stige
segui il ritmo

fracidi fino al midollo
si abbracciano

e rabbrividiscono – e piangono
pietre aguzze

alberi che bisbigliano
la nostra lingua strana – senza dubbio

e le nostre mani – ruvide
scivolose – che li tirano fuori

dall’ultimo strappo delle onde
a un gorgogliare pigro di colombe

volti bagnati
nel fulgore sgualcito dell’alba

accesi – l’un l’altro
come se l’acquamantenesse la forma

dopo che la bocca si è rotta
un attimo impietrito e splendente

prima che i frantumi
cadano via

 

Ruth Padel, dalla rivista Poesia  n. 343 , Crocetti Editore, 2018

 

[C’è un’unica cosa che non mi trova d’accordo con questa bellissima testimonianza, la considerazione relativa agli aiuti fatti sulle isole italiane. Perchè sebbene  non ci sia una Smirne italiana, è però lo stesso identico sentimento – che immagino attraversi ogni isolano, ogni abitante di porti:  luoghi di incontri e scambi, a portare gli abitanti- che porta, tra timori e sentimenti contrastanti, ad accogliere e riscaldre i cuori di questi uomini migranti, intenti a trovare il modo di costruire una nuova vita. Un filo che in fondo lega tutti noi, che portimo inciso nel nostro baglio eistenziale: il nostro viaggio, noi che siamo viaggio, percorso, migrazione; noi che sappiamo il mare in quanto popolo che si affaccia per i due terzi sul mare; e noi in quanto specie, che se non avesse un giorno deciso di mettersi in viaggio, affrontando il mare, la paura, gli ostacoli, le discriminazioni, probabilmente non sarebbe qui a popolare la Terra. Ognuna di quelle migrazioni ci riguarda, perchè in ognuna di esse, in ogni singola esistenza migrante c’è sempre un po’ della nostra migrazione esistenziale.

 

Gilda M.]