I ricordi, Giuseppe Ungaretti

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 … echi brevi protratti,
senza voce echi degli addii
a minuti che parvero felici…

 

I ricordi, un inutile infinito,
ma soli e uniti contro il mare, intatto
in mezzo a rantoli infiniti..
Il mare,
voce d’una grandezza libera,
ma innocenza nemica nei ricordi,
rapido a cancellare le orme dolci
d’un pensiero fedele…
Il mare, le sue blandizie accidiose
quanto feroci e quanto, quanto attese,
e alla loro agonia,
presente sempre, rinnovata sempre,
nel vigile pensiero l’agonia…
I ricordi,
il riversarsi vano
di sabbia che si muove
senza pesare sulla sabbia,
echi brevi protratti,
senza voce echi degli addii
a minuti che parvero felici…

 

Giuseppe Ungaretti, I ricordi in Vita d’un uomo, I Meridiani,  Mondadori, 1969

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Los recuerdos, inútil infinito,
pero solos y unidos contra el mar, intacto,
en medio de estertores infinitos…

El mar,
voz de una libre grandeza
pero inocencia enemiga en los recuerdos,
tan rápido en borrar las huellas dulces
de un pensamiento fiel…

El mar, sus blanduras indolentes
tan feroces y esperadas tanto, tanto,
y en su agonía,
presente siempre, renovada siempre,
en el despierto pensamiento, la agonía.

Los recuerdos,
el revolverse vano
de arena que se mueve
sin pesar sobre la arena,

ecos breves y lentos,
sin voz, ecos de los adioses
a minutos que parecían felices…

Versión de Jesús López Pacheco

 

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[Foto: Ansel Adams, Sundown, The Pacific, ca. 1953]

Acqua scura, Ruth Padel

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… comincia così
la ricerca di un nuovo posto sulla terra
tra onde come anelli di un albero …

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la Grecia stava attraversando una grande recessione. I cittadini di Mitilene non riuscivano neppure a pagarsi un caffè ai bar del porto. Nelle strade secondarie le donne cercavano indumenti a poco prezzo. […]  Dappertutto notavo segni potenziali di risentimento nei confronti dei rifugiati. Eppure, nonostante la recessione, i caffè offrivano ai rifugiati la ricarica gratis dei cellulari, e la città era piena di graffiti che dicevano “rifuguati benvenuti”

Ruth Padel

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Ho scritto questo poemetto dopo una visita a Lesbo nel settembre 2016, a un anno dagli sbarchi di un ingente numero di rifugiati in Siria, a sei mesi dalla firma del trattato dell’Unione Europea con la Turchia, in base al quale per ogni rifugiato siriano tornato in Turchia dalle isole greche sarebbe stato accolto in Europa un richiedente asilo turco. Ma erano anche trascorsi due mesi dal tentativo di colpo di Stato in Turchia , che aveva dato il via allo stato di emergenza, all’arresto di migliaia di soldati, funzionari statali e uomini d’affari, e all’espulsione di ogni persona sospettata di avere legami con il movimento responsabile, secondo il governo turco, del tentato colpo di Stato. Vedevo la Turchia al di là del mare, un puntino violetto all’orizzonte. Mitilene, la città principale di Lesbo, dipendeva dal turismo turco, i menù davanti ai ristoranti e ai caffè erano in turco e in greco. Ma non c’era un turco che si azzardasse a partire per il momento e i caffè erano per lo più vuoti.
Scopo dell’accordo turco-europeo era di sospendere il flusso dei migranti attraverso l’Egeo: la Grecia avrebbe avuto il permesso di respingere in Turchia “tutti i nuovi migranti irregolari”. In cambio, gli Stati membri dell’Unione Europea avrebbero incrementato il collocamento dei rifugiati siriani in Turchia e accelerato la liberazione dei visti per i turchi e si erano impegnati a “rinvigorire” i colloqui ssull’ingresso nell’Unione Europea. Gli eventi in Turchia avevano fatto perdere ogni speranza. Il trattato aveva rallentato la di barconi ricolmi di rifugiati siriani, ma di notte continuavano gli sbarchi sulla costa. Le barche della Border Force aspettavano nel porto di Milete pronte a intercettarli […]

[…] la Grecia stava attraversando una grande recessione. I cittadini di Mitilene non riuscivano neppure a pagarsi un caffè ai bar del porto. Nelle strade secondarie le donne cercavano indumenti a poco prezzo. Ma la sera i ristoranti si riempivano dei funzionari delle organizzazione che gestivano gli aiuti internazionali e che, a differenza degli isolani,  potevano permettersi il vino, il cibo e le serate fuori. Dappertutto notavo segni potenziali di risentimento nei confronti dei rifugiati. Eppure, nonostante la recessione, i caffè offrivano ai rifugiati la ricarica gratis dei cellulari, e la città era piena di graffiti che dicevano “rifuguati benvenuti”. Mi resi conto che non si trattava solo di un senso di umanità, come quello manifestato dalle comunità siciliane e dell’Italia del sud verso le barche cariche di rifugiati, ma c’era anche il precedente di Smirne.

Nel 1922, nel corso del conflitto tra Grecia e Turchia, la popolazione greca della città turca di Smirne. ora Izmir, fu massacrata e gran parte della città fu data alle fiamme. La catastrofe di Smirne è incisa profondamente nella coscienza popolare grecaMolti greci fuggirono in barca verso Lesbo, l’isola vicina, e diventarono i nonni della generazione adulta di oggi. Hoparlato con una giornalista che aveva atteso per ore al buio e aveva aiutato a tirar fuori dalle onde i siriani scossi dai brividi, traumatizzati. Mi ha detto che le loro storie erano identiche a quelle raccontate da sua nonna, fuggita bambina da Smirne. [..]

[…] Sul muro di una moschea abbandonata ho letto dei graffiti che dicevano: “I nostri nonni erano rifugiati, noi siamo migranti, perchè dovremmo essere razzisti?

Ruth Padel

 

_

Dove non c’era ninete
tutta la notte

dove non c’era niente
solo nebbia grigia

c’è ora una forma
abbandonata da Creonte

che avanza al tenue luccichìo
di un cellulare

esplode sulle rocce
frantumando la sabia – trafiggendo la pelle

tirali fuori Stige
segui il ritmo

fracidi fino al midollo
si abbracciano

e rabbrividiscono – e piangono
pietre aguzze

alberi che bisbigliano
la nostra lingua strana – senza dubbio

e le nostre mani – ruvide
scivolose – che li tirano fuori

dall’ultimo strappo delle onde
a un gorgogliare pigro di colombe

volti bagnati
nel fulgore sgualcito dell’alba

accesi – l’un l’altro
come se l’acquamantenesse la forma

dopo che la bocca si è rotta
un attimo impietrito e splendente

prima che i frantumi
cadano via

 

Ruth Padel, dalla rivista Poesia  n. 343 , Crocetti Editore, 2018

 

[C’è un’unica cosa che non mi trova d’accordo con questa bellissima testimonianza, la considerazione relativa agli aiuti fatti sulle isole italiane. Perchè sebbene  non ci sia una Smirne italiana, è però lo stesso identico sentimento – che immagino attraversi ogni isolano, ogni abitante di porti:  luoghi di incontri e scambi, a portare gli abitanti- che porta, tra timori e sentimenti contrastanti, ad accogliere e riscaldre i cuori di questi uomini migranti, intenti a trovare il modo di costruire una nuova vita. Un filo che in fondo lega tutti noi, che portimo inciso nel nostro baglio eistenziale: il nostro viaggio, noi che siamo viaggio, percorso, migrazione; noi che sappiamo il mare in quanto popolo che si affaccia per i due terzi sul mare; e noi in quanto specie, che se non avesse un giorno deciso di mettersi in viaggio, affrontando il mare, la paura, gli ostacoli, le discriminazioni, probabilmente non sarebbe qui a popolare la Terra. Ognuna di quelle migrazioni ci riguarda, perchè in ognuna di esse, in ogni singola esistenza migrante c’è sempre un po’ della nostra migrazione esistenziale.

 

Gilda M.]

Ho bisogno del mare perchè m’insegna, Pablo Neruda

 

 

Ho bisogno del mare perché m’insegna:
non so se imparo musica o coscienza:
non so se è onda sola o essere profondo
o sola roca voce o abbacinante
supposizione di pesci e di navigli.
Il fatto è che anche quando sono addormentato
circolo in qualche modo magnetico
nell’università delle acque.
Non sono solo le conchiglie triturate
come se qualche pianeta tremante
partecipasse lenta morte,
no, dal frammento ricostruisco il giorno,
da una raffica di sale le stallattiti
e da una cucchiaiata il dio immenso.

Ciò che m’insegnò prima lo custodisco! È aria,
vento incessante, acqua e arena.
Sembra poca cosa per l’uomo giovane
che giunse a vivere qui con i suoi incendi,
e tuttavia il battito che saliva
e scendeva al suo abisso,
il freddo dell’azzurro che crepitava,
lo sgretolamento della stella,
il tenero dispiegarsi dell’onda
sperperando neve con schiuma,
il potere quieto, lì, determinato
come un trono di pietra nel profondo,
sostituì il recinto in cui crescevano
ostinata tristezza, oblio accumulato,
e bruscamente cambiò la mia esistenza :
diedi la mia adesione al puro movimento.

 

Pablo Neruda, Memoriale di Isla Negra, Milano, Nuova Accademia, 1965.

 

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Necesito del mar porque me enseña:
no sé si aprendo música o conciencia:
no sé si es ola sola o ser profundo
o sólo ronca voz o deslumbrante
suposición de peces y navios.
El hecho es que hasta cuando estoy dormido
de algún modo magnético circulo
en la universidad del oleaje.
No son sólo las conchas trituradas
como si algún planeta tembloroso
participara paulatina muerte,
no, del fragmento reconstruyo el día,
de una racha de sal la estalactita
y de una cucharada el dios inmenso.

Lo que antes me enseñó lo guardo! Es aire,
incesante viento, agua y arena.

Parece poco para el hombre joven
que aquí llegó a vivir con sus incendios,
y sin embargo el pulso que subía
y bajaba a su abismo,
el frío del azul que crepitaba,
el desmoronamiento de la estrella,
el tierno desplegarse de la ola
despilfarrando nieve con la espuma,
el poder quieto, allí, determinado
como un trono de piedra en lo profundo,
substituyó el recinto en que crecían
tristeza terca, amontonando olvido,
y cambió bruscamente mi existencia:
di mi adhesión al puro movimiento.

 

Pablo Neruda, Memorial de Isla Negra, 1964

 

[Herbert List,  Looking Out To Sea]

Cupo Agosto, Derek Walcott

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Non sai che io ti amo ma non ho potere
di fermare la pioggia? Però a poco a poco sto imparando

ad amare i giorni cupi, i colli vaporanti,
l’aria con le zanzare che spettegolano,
e a sorbire la medicina amara

D. Walcott

 

 

Tanta pioggia, tanta vita come il cielo gonfio
di questo nero agosto. Mia sorella, la luce del sole,
sta assorta nella sua stanza gialla e non esce.

Tutto va all’inferno; i monti fumano
come una caldaia, straripano i fiumi; eppure
lei non vuole alzarsi e spegnere la pioggia.

È nella sua stanza, ad accarezzare vecchie cose,
le mie poesie, a sfogliare il suo album. Anche se il tuono cade
con fragore di piatti giù dal cielo,

lei non esce.
Non sai che io ti amo ma non ho potere
di fermare la pioggia? Però a poco a poco sto imparando

ad amare i giorni cupi, i colli vaporanti,
l’aria con le zanzare che spettegolano,
e a sorbire la medicina amara,

così che quando, sorella mia, ti affacci,
separando i grani della pioggia,
con la fronte di fiori e occhi di perdono,

tutto non sarà più com’era, ma sarà vero
(vedi che non mi lasciano amare
quanto vorrei), perché, sorella, allora

avrei imparato ad amare i giorni neri come quelli chiari,
la pioggia nera, i colli bianchi, quando un tempo
amavo solamente la mia felicità e te.

Derek Walcott, Cupo Agosto, da Mappa del nuovo mondo (Adelphi, 1987)

 

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So much rain, so much life like the swollen sky
of this black August. My sister, the sun,
broods in her yellow room and won’t come out.

Everything goes to hell; the mountains fume
like a kettle, rivers overrun; still,
she will not rise and turn off the rain.

She is in her room, fondling old things,
my poems, turning her album. Even if thunder falls
like a crash of plates from the sky,

she does not come out.
Don’t you know I love you but am hopeless
at fixing the rain ? But I am learning slowly

to love the dark days, the steaming hills,
the air with gossiping mosquitoes,
and to sip the medicine of bitterness,

so that when you emerge, my sister,
parting the beads of the rain,
with your forehead of flowers and eyes of forgiveness,

all with not be as it was, but it will be true
(you see they will not let me love
as I want), because, my sister, then

I would have learnt to love black days like bright ones,
The black rain, the white hills, when once
I loved only my happiness and you.

Derek Walcott, Dark August, Collected Poems, 1948-1984 (1986)

Trovare la vena, Milo de Angelis

Le lacrime di Freyja di Anne Marie Zilberman

 

Toccandoti la fronte sentivi il mare,
parlavi di un mattino aperto come in guerra
nel buio dell’ora smarrita parlavi
senza domani e senza libri, parlavi
alla presenza assoluta di una lacrima,
una rapida memoria di ulivi e di luce,
una gloria dell’uno e di ogni altro, ma
non si trova la via per la sorgente, ma
non si trova la vena, dio mio, non si trova.

 

Milo De Angelis, da Trovare la vena, in Tema dell’addio (Mondadori, 2005)

 

[Foto: Larmes d’or, Anne Marie Zilberman (dipinto) ]

I mattini passano chiari, Cesare Pavese

Breathing blue - Peter Kertis

 

I mattini passano chiari
e deserti. Cosí i tuoi occhi
s’aprivano un tempo. Il mattino
trascorreva lento, era un gorgo
d’immobile luce. Taceva.
Tu viva tacevi; le cose
vivevano sotto i tuoi occhi
(non pena non febbre non ombra)
come un mare al mattino, chiaro.
Dove sei tu, luce, è il mattino.
Tu eri la vita e le cose.
In te desti respiravamo
sotto il cielo che ancora è in noi.
Non pena non febbre allora,
non quest’ombra greve del giorno
affollato e diverso. O luce,
chiarezza lontana, respiro
affannoso, rivolgi gli occhi
immobili e chiari su noi.
È buio il mattino che passa
senza la luce dei tuoi occhi.

Cesare Pavese, da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, 1950

 

[Foto: Peter Kertis, Breathing blue ]

Mare della sera, Octavio Paz

 

Nudo mare, assetato mare di mari,
profondo di stelle se grosso di schiume,
profugo bianco di prigione marina
che esplode ai limiti stellari

[…]

dove cominci, mare, dove ti getti?
dove cominci, tempo, vita mia,
esercito di fumo e di menzogna,
dove vai, battito, carne, sonno?

Dove ti getti, avidità di niente?
Non sono la pietra che precipita,
sono la sua caduta, di più, sono l’abisso,
il circolo d’ombra in cui sprofonda.

O. Paz

 

 

 

Alti muri d’acqua, torri alte,
acque d’improvviso nere incontro al niente,
impenetrabili, verdi, grige acque,
acque d’improvviso bianche, abbagliate.

Acque come il principio delle acque,
come il principio stesso prima dell’acqua,
le acque inondate dall’acqua,
che annichiliscono ciò che finge l’acqua.

La risonante tigre delle acque,
le unghie risonanti di cento tigri,
le cento mani dell’acqua, le cento tigri
con una sola mano incontro al niente.

Nudo mare, assetato mare di mari,
profondo di stelle se grosso di schiume,
profugo bianco di prigione marina
che esplode ai limiti stellari,

che memorie, che rocce, gelo, isole,
informe confusione di acque e niente,
che mari, accesi prigionieri,
dentro di te, in fondo al tuo petto, cantano?

Che violenze recondite, che labbra,
commuovono la tua pelle di verdi fiamme?
che desolate acque, coste sole,
che mari invisibili, mare, allei?

dove cominci, mare, dove ti getti?
dove cominci, tempo, vita mia,
esercito di fumo e di menzogna,
dove vai, battito, carne, sonno?

Dove ti getti, avidità di niente?
Non sono la pietra che precipita,
sono la sua caduta, di più, sono l’abisso,
il circolo d’ombra in cui sprofonda.

Tempo che congela, mare e timpano,
vampiro della luna o vi si abbandona:
madre furiosa, immenso vitello squarciato,
mare che ti mangi vive le viscere.
Octavio Paz (1914-1998). Mare della sera
messicano

Trad. Emilio Capaccio

 

 


 

 

Altos muros del agua, torres altas,
aguas de pronto negras contra nada,
impenetrables, verdes, grises aguas,
aguas de pronto blancas, deslumbradas.

Aguas como el principio de las aguas,
como el principio mismo antes del agua,
las aguas inundadas por el agua,
aniquilando lo que finge el agua.

El resonante tigre de las aguas,
las uñas resonantes de cien tigres,
las cien manos del agua, los cien tigres
con una sola mano contra nada.

Desnudo mar, sediento mar de mares,
hondo de estrellas si de espumas alto,
prófugo blanco de prisión marina
que en estelares límites revienta,

¿qué memorias, qué rocas, yelos, islas,
informe confusión de aguas y nada,
qué mares, encendidos prisioneros,
dentro de ti, bajo tu pecho, cantan?

¿Qué violencias recónditas, qué labios,
conmueven a tu piel de verdes llamas?
¿qué desoladas aguas, costas solas,
qué mares invisibles, mar, alías?

¿dónde principias, mar, dónde te viertes?
¿dónde principias, tiempo, vida mía,
ejército de humo y de mentira,
adónde vas, latido, carne, sueño?

¿Dónde te viertes, avidez de nada?
No soy la piedra que se precipita,
soy su caída, y más, soy el abismo,
el círculo de sombra en que se ahonda.

Tiempo que se congela, mar y témpano,
vampiro de la luna o se despeña:
madre furiosa, inmensa res hendida,
mar que te comes vivas las entrañas.

Octavio Paz, Mar por la tarde

 

 

[Il video è tratto dal film La danseuse (regia: Stéphanie Di Giusto, interpretato da Stephanie Sokolinski, conosciuta come Soko, cantante e attrice ) ispirato e dedicato a Loïe Fuller, creatrice della danza Serpentine,  per la quale  nel ‘900 divenne famosa in tutto il mondoil film è uscito in Italia nel 2017 con il titolo “Io danzerò”.]

Fresca Marina, Salvatore Quasimodo

 

Se mi desti t’ascolto,
e ogni pausa è cielo in cui mi perdo,
serenità d’alberi a chiaro della notte.

S. Quasimodo

 

A te assomiglio la mia vita d’uomo,
fresca marina che trai ciottoli e luce
e scordi a nuova onda
quella cui diede suono
già il muovere dell’aria.

Se mi desti t’ascolto,
e ogni pausa è cielo in cui mi perdo,
serenità d’alberi a chiaro della notte.

 

Salvatore Quasimodo, Fresca Marina,  (da Acque e terre, 1930)

 

[Foto: Franco Fontana]

Un libro, da una lettera di F. Kafka

The Majestic Bookstore, Osaka, Japan - photo Kohki

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Un libro deve essere un’ascia per rompere
il mare di ghiaccio che è dentro di noi.

F. Kafka

 

Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso. Bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno che ci martella sul cranio, perché dunque lo leggiamo? Buon Dio, saremmo felici anche se non avessimo dei libri, e quei libri che ci rendono felici potremmo, a rigore, scriverli da noi. Ma ciò di cui abbiamo bisogno sono quei libri che ci piombano addosso come la sfortuna, che ci perturbano profondamente come la morte di qualcuno che amiamo più di noi stessi, come un suicidio. Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi.

Franz Kafka, da una lettera a Oskar Pollak (Novembre 1903)

 

[Foto: Kohki, Osaka, Japan ]

Schiuma d’onda, Cesare Pavese da Dialooghi con Leucò

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Ci vogliono miti, universali fantastici, per esprimere a fondo e indimenticabilmente quest’esperienza che è il mio posto nel mondo.

C. Pavese in una lettera a F. Pivano (27 giugno 1942)

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La poesia non è un senso ma uno stato, non un capire ma un essere.

C. Pavese, Il mestiere di vivere

 

 

BRITOMARTI: Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos’è sorridere?

SAFFO: Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte.

BRITOMARTI: Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un’onda o una foglia, accettando la sorte. E’ morire a una forma e rinascere a un’altra. È accettare, accettare, se stesse e il destino.

SAFFO: Tu l’hai dunque accettato?

BRITOMARTI: Sono fuggita, Saffo. Per noialtre è più facile.

SAFFO: Anch’io, Britomarti, nei giorni, sapevo fuggire. E la mia fuga era guardare nelle cose e nel tumulto, e farne un canto, una parola. Ma il destino è ben altro.

BRITOMARTI: Saffo, perché? Il destino è gioia, e quando tu cantavi il canto eri felice.

SAFFO: Non sono mai stata felice, Britomarti. Il desiderio non è canto. Il desiderio schianta e brucia, come il serpe, come il vento.

….

 SAFFO: Non invidio nessuno. Io ho voluto morire. Essere un’altra non mi basta. Se non posso esser Saffo, preferisco esser nulla.

BRITOMARTI: Dunque accetti il destino?

SAFFO: Non l’accetto. Lo sono. Nessuno l’accetta.

BRITOMARTI: Tranne noi che sappiamo sorridere.

SAFFO: Bella forza. É nel vostro destino. Ma che cosa significa?

BRITOMARTI: Significa accettarsi e accettare.

SAFFO: E che cosa vuol dire? Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio, desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna, come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t’infrange, e tu ricadi, e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa, e la schiuma – il tumulto – si dibatte ai tuoi piedi. Nessuno ha mai pace. Si può accettare tutto questo?

 

[Un’altra delle letture di questi giorni: Dialoghi di Leucò di Cesare Pavese, ventisette dialoghi, brevissimi, tra miti, eroi, dei, ninfe e uomini del  mondo classico greco, rivisitato non solo in chiave moderna ma in chiave personalissima dall’autore. In realtà non sono che brevi scambi tra miti (potremmo dire universali), non hanno in sè una morale o una via univoca, molti di questi anzi lasciano più interrogativi che certezze. Come questo, che amo moltissimo (insieme a Il fiore, tra i miei preferiti). Qui si discorre sul destino, le voci sono quelle della ninfa Britomarti, prima ninfa di terra successivamente trasformata in ninfa di mare, per sfuggire all’amore di Minosse e preservare la sua verginità; la seconda è Saffo, gettatasi dalla rupe dell’isola di Leucade, nel Mar Ionio, per sfuggire al suo destino. In entrambe abbiamo non l’annullamento ma la metamorfosi, quella dell’essere diventata onda del mare, accettato dalla ninfa, rifiutato da Saffo che voleva con la morte il nulla, la fine assoluta del suo destino. Uomo e destino, cos’è l’uomo di fronte al suo destino, cosa può… tanti sono gli interrogativi a tal proposito, come i temi che sono ricorrenti nell’opera: l’infanzia, la solitudine, la passione, il destino, la morte, la poesia. Come a tornare è il mare: non a caso Leucò (Leucotea, Il titolo è un omaggio a Bianca Garufi, con la quale Pavese ha avuto una passionale relazione. Leucò, infatti, è la traduzione greca di bianca.) è una divinità marina, che guidava e proteggeva i navigatori nella tempesta, l’acqua e il ritorno della vita nelle sue molteplici forme. Qui il mare torna e ritorna, quale onda, quale via di fuga, morte, metamorfosi, quale amore: le acque dove sono Saffo e Brotomarti non sono altro che quelle di Afrodite, la dea dell’amore. La grazie e la poesia con le quali prendono vita questi dialoghi sono uniche, siamo di fronte ad un’opera carica di vita e pathos, densa di significati e metafore, un’opera davvero stupefacente, se si pensa poi che ogni dialogo è della lunghezza di poco più di due tre pagine, una testimonianza di quali e quanti infiniti volti abbia la poesia, “la poesia non è un senso ma uno stato, non un capire ma un essere.”.( Il mestiere di vivere, C. Pavese). Mito e poesia dunque, insieme, per raccontarci la vita e i suoi- altrimenti insondabili- misteri.]

 

[Foto: Canova, Le tre grazie, 1817 (scultura, particolare)]