Pierluigi Cappello, poeta della gentilezza

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La settimana scorsa mi ha dato in mano il suo addio alla vita, la bozza del libro che verrà: “Ogni giorno dal cielo alla notte”. Riflettendo sulle sue pene fisiche e sul significato della parola sopportazione, si accommiata così: “Non so darmi una risposta se non sostituendo il verbo “sopportazione” con la locuzione “essere capaci di abbandonarsi”. Abbandonarsi, nel mio caso specifico, alla lingua, alla parola, in definitiva alla vita”

Antonello Caporale

 

[Avere un blog, questo minuscolo squarcio, un po’ cantina un po’ cantiere, mi ha permesso di notare quanto interesse ci sia per Pierluigi Cappello, poeta molto conosciuto e, soprattutto,amato nonostante la sua riservatezza; mi ha permesso di capire che in tanti sentiranno la mancanza dei suoi versi di pura autenticità: del suo  lavoro attento e lento, pieno di fede, privo di quel bisogno di apparire-apparenza che sempre più spesso caratterizza il nostro secolo, e con esso i nostri poeti. Dei diversi articoli che ho incontrato in questi giorni, questo di Antonello Caporale è quello che più mi ha colpito, perché in grado di lasciarci, con estrema delicatezza, il ricordo di un poeta che è stato prima di  tutto uomo, e che ha saputo abbandonarsi alla vita con la stessa saggezza antica con cui si è abbandonato alla poesia, giorno per giorno lungo tutta la sua vita. Un articolo che ci rassicura anche un po’, da buon custode della poesia, Cappello ci ha lasciato – come si anticipa nell’articolo – un’altra delle sue preziose raccolte. Qui l’articolo:

 

 

Per dire che cosa mi tengo
per dire che cosa, leggendo
uno spartito che trattenga il cielo
alto, sempre alto, per ogni pagina ascoltata
dentro il fumo
dentro ogni gola pietrificata
qui, dove non volevo
dentro il rumore di prima
il rumore di dopo
dove sempre ci si ritrova
quanto un vento, un contorno
dopo che non si è capito
e qualcosa come uno stormo si stacca
in fuga dall’incendio
una nota, dai vetri, una voce
il breve sussurrare dei poeti.

Pierluigi Cappello, da Assetto di volo (Crocetti Editore, 2006)

__________

 

Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio
e non c’è piú posto per le parole
e a poco a poco ci si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.

Pierluigi Cappello, da Mandate a dire all’imperatore (Crocetti Editore, 2010)

 

 

Lettera per una nascita, P. Cappello

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Penso che le parole rincorrano il silenzio
e che nel tuo odore di stagione buona
nel tuo sguardo piú liscio dei sassi di fiume
esploda l’enigma del “sí” assordante che sei.

P. Cappello

 

 

Scrivo per te parole senza diminutivi
senza nappe né nastri, Chiara.
Resto un uomo di montagna,
aperto alle ferite,
mi piace quando l’azzurro e le pietre si tengono
il suono dei “sí” pronunciati senza condizione,
dei “no” senza margini di dubbio;
penso che le parole rincorrano il silenzio
e che nel tuo odore di stagione buona
nel tuo sguardo piú liscio dei sassi di fiume
esploda l’enigma del “sí” assordante che sei.

Scriverti è facile; e se potessi verserei
la conoscenza tutta intera delle nuvole
la punteggiatura del cosmo
la forza dei sette mari, i sette mari in te
nel bicchiere dei tuoi giorni incorrotti.

Ma non sono che un uomo, e quest’uomo
ti scrive da un tavolo ingombro
e piove, oggi, e anche la pioggia ha le sue beatitudini
sulla casa dalle grondaie rotte
quando quest’uomo ti pensa e fra tutte le parole da scegliere
non sa che l’inciampo nel dire come si resta
e come si preme
nel mistero del giorno nuovo in te
che prima non c’era
adesso c’è.

Pierluigi Cappello (da Mandate a dire all’imperatore, Crocetti Editore, 2010)

Mandate a dire all’imperatore, Pierluigi Cappello

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da Mandate a dire all’imperatore, P. Cappello

 

Cosí come oggi tanti anni fa
mandate a dire all’imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall’acqua
orientate le vostre prore dentro l’arsura
perché qui c’è da camminare nel buio della parola
l’orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall’occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.

[Come accennato qualche giorno fa, dedicherò un po’ più di spazio nei prossimi giorni alla silloge del poeta Pierluigi Cappello, “Mandate a dire all’imperatore“, in attesa di poter leggere, a distanza di sei anni, il suo ultimo lavoro.

https://laterraeblucomeunarancia.wordpress.com/2016/12/12/restare-pierluigi-cappello/?iframe=true&theme_preview=true

Il testo ha inizio con la poesia  “Mandate a dire all’imperatore“che da il titolo all’intera raccolta e che è insieme suo prologo e sunto. Titolo ispirato a un racconto di Franz Kafka, “Il messaggio dell’imperatore”, ma nella sua versione speculare: non più un messaggio da un imperatore  al suddito, ma un messaggio da recapitare proprio all’imperatore; del quale non si ha altro riferimento, e la cui presenza appare quasi astratta,  a rappresentare probabilmente proprio l’intercedere di un potere che pur lasciando indelebili tracce non mostra mai pienamente il suo volto.

“perché qui c’è da camminare nel buio della parola”,

Di qui un percorso che sarà senza punti di riferimento, “né zenit né nadir“, se non uno, forse, ed è il poeta che si affaccia alla realtà attuale ma con la consapevolezza di ciò che è parola: che nulla può se non raccontare, o meglio ricordare e fissare quella bolla che è Chiusaforte  – a racchiudere non solo il ricordo di una infanzia trascorsa in un paesino di confine , quasi sospeso nel mondo– ma quella di un intero periodo storico ormai squarciato in due da un’autostrada, simbolo dell’inevitabile mutamento che arriva a toccare persino in un luogo in apparenza quasi dimenticato. Centrale è proprio questo luogo, come ci spiega l’autore stesso:

Chiusaforte è il mio paese d’origine, una sottile linea di case infilata in un canale – il Canal del ferro – situato nella punta estrema nord-orientale d’Italia. Poco più a Nord, i confini di Austria e Slovenia. Immediatamente a monte di Chiusaforte il Canale assume la forma di una gola: le falde delle montagne che lo chiudono si alzano distando l’una dall’altra “lo trazer de un bon brazho”, poco più di un tiro di sasso, come scrisse in un suo rapporto uno sconcertato ispettore dei boschi della Serenissima Repubblica di Venezia. Grosso modo parallela al paese corre la statale pontebbana, più in là il fiume Fella e, dagli anni Ottanta, letteralmente stipata, l’autostrada che conduce in Austra”.

E con esso la parola e  il silenzio, che insieme fanno poesia:

“Scrivere poesia è una caccia al buio. Devi, prima di tutto, dotarti degli strumenti della caccia, conoscere il più estesamente possibile tutte le malizie retoriche, sapere quale è la sostanza fonica dei versi (sì, parloproprio di “sostanza”), cogliere la linea di conflitto che si sviluppa tra “istituzione” (il metro) e “individuo” (il ritmo). E anche quando hai imparato tutto questo sei solo, nella tua caccia, sprofondato nel buio. Perché la poesia è un fenomeno, né più né meno che una grandinata, una tempesta, una brezza sottile. Noi ‘parliamo’ sempre, sia quando lo facciamo in forma di dialogo, sia quando il colloquio avviene entro noi stessi, dentro un silenzio che è soltanto nostro. È dentro quel silenzio che le parole si dispongono alle relazioni più intime, che fruttificano in forma di intuizione. Una volta ho definito quell’ininterrotto parlarsi dentro il polmone verde delle nostre coscienze, la nostra ricchezza più segreta.”]

Restare, Pierluigi Cappello

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Tengo per me cos’è curare il fuoco
l’odore spesso di legna bagnata, lo stoppino fra le dita
lo stare di tutti i giorni nelle cose da fare, dentro un’altra luce
rotta dalle nuvole…

P. Cappello

Gli occhi si sono fatti di sale nel voltarmi
i pensieri si sono fermati nei gesti, nel silenzio delle cose fatte;
ho raccolto le briciole del dopopranzo
e le ho scosse nell’aria vitrea del giardino
dove è appena spiovuto e irrompe il sole.
Qui, anche il più lieve soprassalto del merlo oltre la siepe
sta fermo e stanno ferme le mie parole come navi in bottiglia.
La vostra lingua è la mia, ma la mia non è la vostra
mi son sentito pensare mentre in casa lampeggia in penombra
il televisore e una musica epica diffonde l’eleganza di una berlina.
Tengo per me cos’è curare il fuoco
l’odore spesso di legna bagnata, lo stoppino fra le dita
lo stare di tutti i giorni nelle cose da fare, dentro un’altra luce
rotta dalle nuvole, un diverso tramontare allacciato agli alberi alti
pieno negli occhi delle case, sulle bestie dei poveri;
un po’ qua un po’ là
si sta soli così, oggi, un giorno così, un giorno più soli.

Pierluigi Cappello, (da Mandate a dire all’imperatore, Crocetti 2010)

[Foto: Maria Cecilia Camozzi]

[Nell’attesa di avere tra le mani e tra queste pagine le parole di Stato di quiete, nuovo libro di questo poeta – per me (e non solo per me) una tra le voci  più autorevoli di questo secolo- e con un po’ di dispiacere per aver visto passare la sua opera da un editore come Crocetti alla ben più nota ma meno attenta Bur, proporrò nei prossimi giorni alcune poesie scelte dal  suo testo precedente, Mandate a dire all’Imperatore, pubblicato nel 2010.]