Risonanza, Austen Amaro

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Mi ricordai che i tuoi occhi galleggiavano
Nella umida luce di una premura infinita …

Così, nella mia memoria,
Il chiarore lunare dei tuoi occhi tornò dai secoli
A quello notturno, in cui le ore
Fioriscono e muoiono come rose sfogliando i minuti.

Austen Amaro, Risonanza

(Trad. Emilio Capaccio)

 


 

RESSONANCIA

 

Lembrei que os seus olhos boiavam
Na úmida luz de uma ternura infinita …

Então, na minha memória,
O luar de seus olhos retornou dos séculos
Par aquele noturno, em que as horas
Floresciam e feneciam como rosas despetalando os seus minutos!

Austen Amaro

 

 

[Foto: Julio Romo]

Luna, Mark Strand

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Apri il libro della sera alla pagina
in cui la luna, la luna sempre, appare

tra due nuvole, spostandosi così piano che parrà
siano trascorse ore prima che tu giunga alla pagina seguente

dove la luna, ora più luminosa, fa scendere un sentiero
per condurti via da ciò che hai conosciuto

entro i luoghi in cui quello che ti eri augurato si avvera,
la sua sillaba solitaria come una frase sospesa

sull’orlo del significato, in attesa che tu ne dica il nome
una volta ancora mentre alzi gli occhi dalla pagina

e chiudi il libro, sentendo ancora com’era
soffermarsi in quella luce, quell’improvviso paradiso di suono.

Mark Strand, Uomo e cammello (Lo Specchio- Mondadori)

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Moon

Open the book of evening to the page
where the moon, always the moon, appears

between two clouds, moving so slowly that hours
will seem to have passed before you reach the next page

where the moon, now brighter, lowers a path
to lead you away from what you have known

into those places where what you had wished for happens,
its lone syllable like a sentence poised

at the edge of sense, waiting for you to say its name
once more as you lift your eyes from the page

and close the book, still feeling what it was like
to dwell in that light, that sudden paradise of sound.

Mark Strand , Man and Camel ( Knopf Doubleday Publishing Group, 2008)

[Foto:  Joisey Showa]

All’amato me stesso, Vladimir Majakovskij

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S’io fossi piccolo come il grande oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l’alta marea,
accarezzando la luna.

V. Majakovskij

Quattro. Pesanti come un colpo.
“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”.

Ma uno come me dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è apprestata una tana?
S’io fossi piccolo come il grande oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l’alta marea,
accarezzando la luna.
Dove trovare un’amata uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!

O s’io fossi povero come un miliardario…Che cos’è il denaro per l’anima?
Un ladro insaziabile s’annida in essa:
all’orda sfrenata di tutti i miei desideri
non basta l’oro di tutte le Californie!

S’io fossi balbuziente come Dante o Petrarca…
Accendere l’anima per una sola, ordinarle coi versi…
Struggersi in cenere.
E le parole e il mio amore sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente senza lasciar traccia vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.

O s’io fossi silenzioso, umil tuono… Gemerei stringendo
con un brivido l’intrepido eremo della terra…
Seguiterò a squarciagola con la mia voce immensa.
Le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto dalla malinconia.
Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
s’io fossi appannato come il sole…

Che bisogno ho io d’abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra?
Passerò trascinando il mio enorme amore
in quale notte delirante e malaticcia?
Da quali Golia fui concepito
così grande,
e così inutile?

Vladimir Majakovskij, Poesie d’amore e di rivoluzione ( Red Star Press, 2012)

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СЕБЕ, ЛЮБИМОМУ

Четыре.
Тяжелые, как удар.
“Кесарево кесарю – богу богово”.
А такому,
как я,
ткнуться куда?
Где мне уготовано логово?

Если бы я был
маленький,
как океан,-
на цыпочки волн встал,
приливом ласкался к луне бы.
Где любимую найти мне,
Такую, как и я?
Такая не уместилась бы в крохотное небо!

О, если б я нищ был!
Как миллиардер!
Что деньги душе?
Ненасытный вор в ней.
Моих желаний разнузданной орде
не хватит золота всех Калифорний.

Если б быть мне косноязычным,
как Дант
или Петрарка!
Душу к одной зажечь!
Стихами велеть истлеть ей!
И слова
и любовь моя –
триумфальная арка:
пышно,
бесследно пройдут сквозь нее
любовницы всех столетий.

О, если б был я
тихий,
как гром,-
ныл бы,
дрожью объял бы земли одряхлевший скит.
Я если всей его мощью
выреву голос огромный,-
кометы заломят горящие руки,
бросаясь вниз с тоски.

Я бы глаз лучами грыз ночи –
о, если б был я
тусклый, как солце!
Очень мне надо
сияньем моим поить
земли отощавшее лонце!

Пройду,
любовищу мою волоча.
В какой ночи
бредовой,
недужной
какими Голиафами я зачат –
такой большой
и такой ненужный?

Vladimir Majakovskij

[Foto: Domenico Mazza]

Ma tu, perfetto fiore, Ida Vallerugo

 

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Ma tu, perfetto fiore, non farti subito trovare,
è tempo di vivere, di appendere un sole.

Ida Vallerugo

Ira di vento e sono al muro.
Portati il pensiero che mi sequestra
riportalo aria, desiderio o non sono.

E t’incrocio. Non ora, luna
non ora, e mi è più cara quella luce, lei sola nel buio.
Ma sei così limpida tu, serena.
Che vista sei, luna, ai rami d’inverno
e li rifletti su di me al muro e tutte si muovono su di me
queste forme e diverse sono da quelle.
Questa è un’ascella. Quello che là si fa, un profilo.
Quello un sentiero a un giardino improvviso.

Chi cammina, chi cammina in questo giardino
chi spezza i rami e si fa affanno il respiro?
Ma tu, perfetto fiore, non farti subito trovare,
è tempo di vivere, di appendere un sole.

Sarà una pesca questo punto d’ombra
nel palmo della mano, la stessa pesca che tu a tavola
sollevi alla luce e la ruoti piano seguendo le sfumature
e sì, dici, aspirando il profumo
è sempre quella pesca, gettato nell’erba la guardavo
oscillare sul ramo alla luna di guerra.
E tu chi sei che impollini ombre?
Levati di torno.

E non dire andando non sono reali

ma cosa non è vero?

Né che tanto saremo, luna.

 

Ida Vallerugo, da Stanza di Confine (Crocetti, 2013)

 

 

Morì all’alba, Federico Garcia Lorca

Nicolas Yantchevsky

 

Notte di quattro lune
e un albero solo.
Con un’ombra sola
e un solo uccello.
Cerco nella mia carne
l’impronte delle tue labbra.
Bacia il vento la fonte
senza sfiorarlo.
Porto il No che mi desti
sulla palma della mano,
come un limone di cera
quasi bianco.
Notte di quattro lune
e un albero solo.
Sulla punta d’un ago
sta il mio cuore, girando!

Federico Garcia Lorca, Morì all’alba

Foto: Nicolas Yantchevsky

Donna-Luna, da Ulisse di J. Joyce

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Quali particolari affinità gli sembrava esistessero fra la luna e la donna? La sua antichità nel precedere e sopravvivere a successive generazioni telluriche: la sua dominazione notturna: la sua dipendenza di satellite: il suo riflesso luminare: la costanza in tutte le sue fasi, il sorgere, il tramontare al momento stabilito, luna crescente e calante, l’invariabilità forzata del suo aspetto: la sua risposta indeterminata all’interrogazione non affermativa: il suo influsso sul flusso e riflusso delle acque: il suo potere di fare invaghire, di mortificare, di rivestire di bellezza, di rendere folli, incitare, coadiuvare alla delinquenza: la tranquilla imperscrutabilità del suo volto: la terribilità della sua isolata dominante implacabile vicinanza: i suoi auspici di tempesta e di bonaccia: lo stimolo della sua luce, del suo movimento e della sua presenza: l’ammonimento dei suoi crateri, i suoi mari aridi, il suo silenzio: il suo splendore, quando visibile: la sua attrazione quando invisibile.

James Joyce – “Ulisse”
Foto: Kouji Tomihisa