Una lingua di terra, Francesco Scarabicchi

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Non sono io a conoscerti, ma il nome
che si posa sulle labbra ferme,
quell’umido mistero di vocali
dette alle rive d’aria, ad una quiete
di riposo e madre, al consonare
del più muto canto, all’odore del giorno,
al fuoco, all’acqua,
a una lingua di terra familiare.

Francesco Scarabicchi,  L’ora felice (Donzelli, 2010)

*Per chi voglia di conoscere meglio questo autore, qualche giorno fa è uscito per Einaudi la sua terza raccolta, pubblicata per la prima volta nel 1997 da l’Obliquo, con la quale Francesco Scarabicchi entrava a pieno diritto fra i maggiori poeti italiani contemporanei, poesie dove troviamo «uno scenario dominato dal gelo, dalla neve, dal bianco, quasi immagini di un mondo in letargo, invisibile, ma segretamente vivo e disposto al risveglio» (Gian Carlo Ferretti). 

“Chi, come te, cortese,/mi sovviene/lascia l’orma leggera/e si allontana,/come fanno le nuvole,/tacendo./”

[Foto: N. Jerry Uelsmann ]