Tra le mosche del mercato, di F. Nietzsche e La pace delle cose selvagge, W. Berry

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Tutte le sorgenti profonde vivono con lentezza la loro esperienza: esse debbono attendere a lungo prima di sapere che cosa è caduto nella loro profondità.

F. Nietzsche

 

Entro nella pace delle cose selvagge
che non si complicano la vita per il dolore che verrà.

W. Berry

 

 

 

Amico mio, fuggi nella tua solitudine! Io ti vedo assordato dal fracasso dei grandi uomini e punzecchiato dai pungiglioni degli uomini piccoli.
La foresta e il macigno sanno tacere dignitosamente con te. Sii di nuovo simile all’albero che tu ami, dalle ampie fronde: tacito e attento si leva sopra il mare.
Là dove la solitudine finisce, comincia il mercato; e dove il mercato comincia, là comincia anche il fracasso dei grandi commedianti e il ronzio delle mosche velenose. […]Tutte le sorgenti profonde vivono con lentezza la loro esperienza: esse debbono attendere a lungo prima di sapere che cosa è caduto nella loro profondità. […]
I tuoi prossimi saranno sempre mosche velenose; ciò che in te è grande – proprio questo non può non renderli che più velenosi e sempre più mosche.
Amico mio, fuggi nella tua solitudine e là dove spira un’aria forte e inclemente. Non è tuo destino essere uno scacciamosche.

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi

 

Quando la disperazione per il mondo
cresce dentro di me
e mi sveglio di notte al minimo rumore
col timore di ciò che sarà della mia vita
e di quella dei miei figli,
vado a stendermi là dove l’anatra di bosco
riposa sull’acqua in tutto il suo splendore
e si nutre il grande airone.
Entro nella pace delle cose selvagge
che non si complicano la vita per il dolore che verrà.
Giungo al cospetto delle acque calme.
E sento su di me le stelle cieche di giorno
che attendono di mostrare il loro lume. Per un po’
riposo tra le grazie del mondo e sono libero.

Traduzione di Paolo Severini

Wendell Berry. L’ordine della natura

in Poesia n. 258 Marzo 2011, Crocetti Editore

[Foto: Beth Moon]

 

[Proprio in questi giorni pensavo alla ipocrisia di quei mercati delle mosche che sono i social network, e soprattutto mi riferisco a due aspetti di questi: e cioè l’ammassare (letteralmente) contatti, e la filosofia del “mi piace”. A chi crede di aver fatto un salto di qualità spegnendo la tv e connettendosi a questi, mi dispiace disilluderli, la filosofia è la stessa, il loro linguaggio simile: “è perfettamente pragmatico e non ammette reppliche, alternative, resistenze” (Pasolini). Ovviamente si potrebbe obiettare che di fatto sui social si comunica, anzi sembrano quasi essere il territorio della comunicazione per eccellenza! Ma se comunicare – come ci suggerisce il termine stesso – è un mettere in comune, e cioè condividere qualcosa di proprio con l’altro, soprattutto qualcosa di diverso all’altro, all’interno di un terreno condiviso, cosa abbiamo da spartire con la maggior parte dei nostri contatti, e, soprattutto, di così urgente? La nostra felicità? I nostri pensieri? La nostra follia? La nostra solitudine? Parlavo di ipocrisia, questo perché da che mondo è mondo, a parte rare eccezioni, le persone purtroppo sono spesso alimentate da un senso particolare di invidia verso l’altro, com’è possibile  invece che, da quando è arrivato Facebook nelle nostre case, abbiamo così tante persone felici della nostra felicità, interessate ai nostri pensieri, attente ai nostri progressi? E soprattutto: d’accordo con noi! Dove il massimo dell’alternativa, del contrasto sono i cosiddetti hater (di fatto malati) , mai una comunicazione basata sul dialogo, sul presentare prospettive diverse per poi lasciarsi contaminare dall’altro. Solo persone che girano su se stesse e si autocompiacciono della loro bontà o saggezza da “copia e incolla”. qualcosa non torna… e a non tornare ahimé siamo proprio noi, dove? a casa! Nella nostra dimora, nella nostra anima, nei pensieri, nei nostri interessi, attraverso la nostra corporeità, quella che ci permette di assaporare il gusto della vita e il piacere di ciò che ci circonda, un ritorno alla nostra solitudine, un ritorno alla pace delle cose selvagge, un ritorno all’autenticità dell’altro.

 

P.S. Ovviamente il discorso non è rivolto a quel 2-5% di mondo social che invece rappresenta una fonte inesauribile di condivisione e scambio; lo stesso vale per la televisione, della quale se ne fa un cattivissimo uso per lo più, ma che rappresenta (come ha rappresentato) un grande mezzo di condivione e formazione, il problema non sono i mezzi, anzi, ma l’uso ( o il cattivo uso) che se ne fa.]

Ho imparato a volare, F. Nietzsche da Così parlò Zarathustra

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Non con la collera, col riso si uccide.

Adesso sono lieve, adesso io volo,
adesso vedo al di sotto di me, adesso
è un dio a danzare, se io danzo.

 

 

Io non ho più sentimenti in comune con voi: questa nube, che io vedo sotto di me, questa pesante cupezza, di cui rido, – proprio questa è la vostra nube temporalesca. Voi guardate verso l’alto, quando cercate elevazione. E io guardo in basso, perché sono elevato.
Chi di voi è capace di ridere e, insieme, di essere elevato?
Chi sale sulle vette dei monti più alti, ride di tutte le tragedie, finte e vere. [..]
Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare. E quando ho visto il mio demonio, l’ho sempre trovato serio, radicale, profondo, solenne: era lo spirito di gravità, grazie a lui tutte le cose cadono. Non con la collera, col riso si uccide. Orsù, uccidiamo lo spirito di gravità. Ho imparato ad andare: da quel momento mi lascio correre. Ho imparato a volare: da quel momento non voglio più essere urtato per smuovermi. Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso è un dio a danzare, se io danzo.

 

F. Nietzsche, da Del leggere e dello scrivere (in Così parlò Zarathustra, Adelphi)

 

 

[Continua il viaggio tra le pagine di Così parlò Zarathustra di Nietzsche, del quale finora ho riportato solo alcuni frammenti, molto significativi e attuali. Queste piccole parentesi saranno semplicemente un viaggio attraverso pagine di autori, quale spunto per una nuova riflessione, lungi dal voler trattare di argomenti filologici o relativi alla storia della filosofia o di altra natura. Ovviamente non potrà farlo nè vorrei per ogni libro che leggo, ma solo per quelli più significativi, densi, o semplicemente per quelli che per un motivo o per un altro mi sono più congeniali.

Siamo quindi nella seconda parte, quella dedicata ai discorsi di Zarathustra,  sceso dopo dieci anni da eremita sui monti, con la volontà di illuminare l’umanità intera della propria saggezza e dell’avvento del superuomo. Siamo di fronte a un libro che nel suo genere potrebbe essere erroneamente preso quale  ispiratore di violenza, con i suoi continui rinvii a battaglie, sangue, guerrieri, morte, uccisione (come appunto fu ai tempi del nazismo), ma tale non è. Nietzsche parla  invece di un rinnovamento dell’anima, della necessità dell’uomo (tutta l’umanità) di prendere coscienza dei propri limiti, non si riferisce all’uomo quale specie superiore, o addirittura a una parte di umanità rispetto all’altra, e così via.

Nel discorso in questione “del leggere e dello scrivere”, si parla quindi della condizione di un’umanità passiva di fronte alla vita, un’umanità capace di credere solo in una vita fatta di sacrifici e in un dio serio, radicale, solenne, a cui il filosofo contrappone la lievità, la forza di un’anima capace di ridere. Con/come un dio che danza, di una vita vissuta per il piacere di essere tale, e dell’elevazione della sua anima in riferimento a questa consapevolezza.

Mi piacerebbe poter estendere queste riflessioni, e coivolgere chi voglia a intervenire. Fatelo pure se vi va, commenti, ulteriori chiarimenti, riferimenti, pensieri liberi, esperienze, tutto è fonte di arricchimento tra queste pagine. ]

 

[Foto: Gilbert Garcin]

Troppo Amore, Almudena Grandes

Egor Schiele, Amicizia (1913)

 

Era troppo amore.
Troppo grande, troppo complicato, troppo confuso e azzardato e fecondo e doloroso.
Era tutto quello che potevo dare, più di quanto mi convenisse.
Per questo si infranse.
Non si esaurì, non finì, non morì, semplicemente si infranse, crollò come una torre troppo alta, come una scommessa troppo alta, come un’aspettativa troppo ambiziosa

 

Almudena Grandes, Troppo Amore

[Foto: Egor Schiele, Amicizia (1913)]

 

Tra Calvino e Beckett io scelgo: entrambi!

 

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La mia vita, la mia vita, ora ne parlo come d’una cosa finita, ora come d’una burla che dura ancora, e ho torto, perché è finita e perdura insieme, ma con quale tempo del verbo esprimerlo?

Samuel Beckett, Molloy

 

I lettori sono i miei vampiri.

Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

 

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Non sapendo decidere tra i due che ho attualmente in lettura, mi sono decisa a inserire per luglio due libri del mese (piccola sezione che i più attenti avranno notato in basso a destra) : Molloy di Samuel Beckett: autore che rappresenta una recentissima novità tra i miei preferiti ( accanto a F. Kafka, a mai avrei immaginato di posizionarne uno proprio accanto, vicino vicino a lui) ; e Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino.

Non vi dirò molto di entrambi, semplicemente che sia il primo (pubblicato nel 1951) che il secondo (1979) rappresentano testi della maturità, se di maturità si può parlare per due geni della letteratura come loro. Molloy (primo di una trilogia) rappresenta un po’ una sorta di rottura con quello che è stato per Samuel Beckett il suo maestro, il suo faro: James Joyce, mentre Se una notte d’inverno c’è tutta l’esperienza decennale di un autore grande come Calvino, di saggista, scrittore ma anche e soprattutto lettore.

Credo sia difficile  poter parlare di entrambi – persino una dettagliata quanto accurata quanto noiosa descrizione della trama sarebbe impensabile per un romanzo evanescente come Molloy: dove il tempo si dilata fino a scavalcare la stessa immaginazione, i tratti del personaggio non sono mai nitidi, i ricordi si perdono nella fitta trama della memoria fatta di salti e vuoti,  e il luogo è sempre un non-luogo.  E persino le parole che scorrono agli occhi sembrano perdere consistenza. Così come lo è per un capolavoro (a metà lettura sento di poterlo definire tale) come Se una notte d’inverno un viaggiatore, dalle mille e svariate trame, i plurali risvolti di un “io” che  è lettore-scrittore-narratore-peronaggio-protagonista-comparsa. Dove ci si interroga e si fa luce sullo stato della letteratura attuale, e ancor più su quello della lettura: quella vera, passionale dei lettori attenti a un’unica cosa: il piacere del leggere in sé, privo di troppi preanboli critiche o teorizzazioni di ogni sorta. Un testo che (vi avviso) potrebbe persino risultare frustrante per un lettore forte, come quello che sceglie di leggere Calvino: qui infatti si gioca moltissimo con la psicologia del lettore, tenendolo costantemente su un filo sottile quanto mai teso e riuscendone a muovere le trame con una maestria unica e sola di un autore italiano che penso di poter affermare non ha eguali tra i suoi contemporanei.

Per il momento non mi resta che lasciarvi con i loro Incipit:

Sono nella camera di mia madre. Sono io a viverci ora. Non so come ci sono arrivato. Forse in un’ambulanza, certamente qualche veicolo. Mi hanno aiutato. Da solo non ci sarei arrivato. Quest’uomo che viene ogni settimana, è grazie a lui forse che sono qui. Lui dice di no. Mi dà un po’ di soldi e si porta via i fogli. Tanti fogli, tanti soldi. Si, ora lavóro, un po’ come una volta, solo che non so più lavorare. Ciò non ha importanza, sembra. Io ora vorrei parlare delle cose che mi restano, accomiatarmi, finir di morire. Loro non vogliono. Sì, sono più d’uno, sembra. Ma a venire è sempre lo stesso. Lo farà più tardi, dice. Bene. Di volontà, come vedete, non ne ho più molta. Quando viene a cercare i fogli nuovi, riporta quelli della settimana precedente. Recano dei segni che non comprendo. D’altronde non li rileggo. Quando non ho fatto niente non mi dà niente, mi sgrida. Però io non lavoro per i soldi. Per cosa allora? Non lo so. Francamente, non so gran che. La morte di mia madre, per esempio. Era già morta al mio arrivo? O è morta solo più tardi? Voglio dire morta da sotterrare. Non so. Forse non l’hanno ancora sotterrata. Comunque sia, sono io ad avere la sua camera. Dormo nel suo letto. La faccio nel suo vaso. Ho preso il suo posto. Devo assomigliarle sempre più. Mi manca solo un figlio. Forse ne ho uno da qualche parte. Ma non credo. Ora sarebbe vecchio, quasi come me. Era una servetta. Non era il vero amore. Il vero amore era riposto in un’altra. Vedrete poi.

Molloy, Samuel Beckett

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti, Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino! » O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace. Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull’amaca, se hai un’amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga, Col libro capovolto, si capisce. Certo, la posizione ideale per leggere non si riesce a trovarla. Una volta si leggeva in piedi, di fronte a un leggio. Si era abituati a stare fermi in piedi. Ci si riposava così quando si era stanchi d’andare a cavallo. A cavallo nessuno ha mai pensato di leggere; eppure ora l’idea di leggere stando in arcioni, il libro posato sulla criniera del cavallo, magari appeso alle orecchie del cavallo con un finimento speciale, ti sembra attraente. Coi piedi nelle staffe si dovrebbe stare molto comodi per leggere; tenere i piedi sollevati è la prima condizione per godere della lettura.

Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino

[Foto: Italo Calvino di Tullio Pericoli

La mia storia con Samuel Beckett, Margherita Lazzati]

Nota : Cliccando sull’immagine dei libri (situate sulla colonna laterale destra) sarete rinviati direttamente a Se una notte d’inverno un viaggiatore, in pdf;  e Molloy, in pub: link perfettamente funzionanti, [per Molloy sul sito dataFileHost dovete solo togliere la spunta altrimenti vi esce un file in .exe, per cui vi consilgio: prima di salvare controllate che l’estensione del file sia in .epub]. I libri saranno disponibili per tutto il mese di luglio. Per quansiasi informazione potete chiedere direttamente a me (se prima non mi arrestano 😀 )