Un libro, da una lettera di F. Kafka

The Majestic Bookstore, Osaka, Japan - photo Kohki

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Un libro deve essere un’ascia per rompere
il mare di ghiaccio che è dentro di noi.

F. Kafka

 

Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso. Bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno che ci martella sul cranio, perché dunque lo leggiamo? Buon Dio, saremmo felici anche se non avessimo dei libri, e quei libri che ci rendono felici potremmo, a rigore, scriverli da noi. Ma ciò di cui abbiamo bisogno sono quei libri che ci piombano addosso come la sfortuna, che ci perturbano profondamente come la morte di qualcuno che amiamo più di noi stessi, come un suicidio. Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi.

Franz Kafka, da una lettera a Oskar Pollak (Novembre 1903)

 

[Foto: Kohki, Osaka, Japan ]

Siamo realisti, Julio Cortazar

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Siamo realisti, esiste l’impossibile, davvero.
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J. Cortazar
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Lo so. Tutti siamo convinti che esiste un’unica inconfondibile realtà e tutto il resto è noia, fobia, magari allucinazione. Ma siamo umani, sbagliare è normale, perseverare è inutile. Esiste l’altro, esistono più realtà, tante quante l’universo può contenere. E la Letteratura, quella con la elle maiuscola, ha il compito di raccontarle, perché non dovrebbe semplicemente fotografare il reale, che siamo capaci di percepire con i nostri sensi, ma affrescare mondi possibili e contigui che forse potremmo vivere. Eccolo dunque il racconto fantastico moderno, dire quello che non si dice ma che dovrebbe essere detto. Siamo realisti, esiste l’impossibile, davvero.
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Julio Cortazar, Bestiario

Segna-libro: Pier Paolo Pasolini: la tolleranza, in Lettere Luterane

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Ebbene: in tal senso io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono, cioè, un «tollerato».

P. P. Pasolini

 

Ebbene: in tal senso io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono, cioè, un «tollerato».
La tolleranza, sappilo, è solo e sempre puramente nominale. Non conosco un solo esempio o caso di tolleranza reale. E questo perché una «tolleranza reale» sarebbe una contraddizione in termini. Il fatto che si «tolleri» qualcuno è lo stesso che lo si «condanni» La tolleranza è anzi una forma di condanna più raffinata Infatti al «tollerato» – mettiamo al negro che abbiamo preso ad esempio – si dice di far quello che vuole, che egli ha il pieno diritto di seguire la propria natura, che il suo appartenere a una minoranza non significa affatto inferiorità eccetera eccetera. Ma la sua «diversità» – o meglio la sua «colpa di essere diverso» – resta identica sia davanti a chi abbia deciso di tollerarla, sia davanti a chi abbia deciso di condannarla. Nessuna maggioranza potrà mai abolire dalla propria coscienza il sentimento della «diversità» delle minoranze. L’avrà sempre, eternamente, fatalmente presente. Quindi – certo – il negro potrà essere negro, cioè potrà vivere liberamente la propria diversità, anche fuori – certo – dal «ghetto» fisico, materiale che, in tempi di repressione, gli era stato assegnato.
Tuttavia la figura mentale del ghetto sopravvive invincibile. Il negro sarà libero, potrà vivere nominalmente senza ostacoli la sua diversità eccetera eccetera, ma egli resterà sempre dentro un «ghetto mentale», e guai se uscirà da lì.
Egli può uscire da lì solo a patto di adottare l’angolo visuale e la mentalità di chi vive fuori dal ghetto, cioè della maggioranza.
Nessun suo sentimento, nessun suo gesto, nessuna sua parola può essere «tinta» dall’esperienza particolare che viene vissuta da chi è rinchiuso idealmente entro i limiti assegnati a una minoranza (il ghetto mentale). Egli deve rinnegare tutto se stesso, e fingere che alle sue spalle l’esperienza sia un’esperienza normale, cioè maggioritaria.

(Pier Paolo Pasolini, da Gennariello (in Lettere Luterane, 1976, Garzanti)

Stai per cominciare a leggere… Italo Calvino

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Stai per cominciare a leggere. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull’amaca, se hai un’amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga, col libro capovolto, si capisce. Certo, la posizione ideale per leggere non si riesce a trovarla. Bene, cosa aspetti? Distendi le gambe, allunga pure i piedi su un cuscino, su due cuscini, sui braccioli del divano, sugli orecchioni della poltrona, sul tavolino da tè, sulla scrivania, sul pianoforte, sul mappamondo. Cerca di prevedere ora tutto ciò che può evitarti d’interrompere la lettura. Che c’è ancora? Devi far pipì? Bene, saprai tu.

 

Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

 

[Un incipit che racconta il principio di ogni lettura, quel prezioso istante in cui inizia una nuova avventura: faticosa a volte, allegra oppure scomoda, lenta, carica di incontri o solitaria. Che poi soli non si è mai quando si legge, perché se anche si è soli, nella propria stanza con la compagnia del solo cuscino o della lampada o di una tazza di te, con le prime parole la mente, e con essa la vita, si carica di nuovi e vecchi incontri, della popolosa vivacità di cui è carica ogni immaginazione, ogni mente viva. Leggere non è un’attività inprescindibile (soprattutto per chi non ha mai letto), è e deve essere una scelta libera, mai discriminante. Ma per chi conosce la bellezza del viaggio, sa che può esserci un solo vascello capace di portarci in ogni possibile e impossibile luogo e non-luogo: leggere. ]

Il diritto all’allegria, Mario Benedetti

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Abbiamo diritto all’allegria. A volte è fumo, nebbia o un cielo velato, ma dietro questi contrattempi c’è lei, in attesa. Nell’anima c’è sempre una fessura a cui l’allegria si affaccia con le pupille vispe. E allora il cuore si fa più vivace, abbandona la quiete ed è quasi uccello. L’allegria sopraggiunge dopo le assenze, alla fine delle nostalgie. Quando ritroviamo ciò che amiamo e la sua unanime rivelazione, è normale che la gioia ci abbracci e ci venga voglia di cantare. Anche se non abbiamo voce, anche se siamo rauchi dei dolori passati.
Dopotutto l’allegria è in prestito, non ci appartiene. E una piccola follia, un premio passeggero, ma ne godiamo come se fosse nostra, come un guadago, come una primavera della vita. Si aggrappa al tempo, trascina quel suo po’ d’infanzia e infila con un soffio nella vecchiaia.
Settimana dopo settimana l’allegria riempie, anno dopo anno, l’allegria rimpie i vuoti. Fino a quando non ce la fa più e diventa tristezza.

Mario Benedetti, Il diritto all’allegria, Nottetempo

Girovagando tra gli scaffali di una libreria, ho trovato all’improvviso questo libro, sul retro queste parole “Abbiamo diritto all’allegria. A volte è fumo, nebbia o un cielo velato, ma dietro questi contrattempi c’è lei, in attesa.”, e subito una carezza lieve e il sorriso quieto e indimenticabile di Benedetti. Ci sono parole che per diverse ragioni hanno un potere particolare, sono ancore, pietre miliari, compagne fedeli, ognuno ha le sue: per me Allegria è una di quelle, così come Dolore, Viaggio, Mistero, Desiderio,  Amore. Rivelano uno o mille mondi, ti attraversano a volte e ti convincono per qualche istante della loro inconfutabile verità. Ero in libreria nella speranza di trovare qualcosa, un attimo, un rigo puntato contro di me, come si puntano oggi i cannocchiali contro le stelle (come direbbe Kafka). Non sono più allegra di prima, ma è stato un bel momento. Non ho preso il libro,  per gioco ho preferito lasciarlo lì, sospeso, e con una foto rubarne una sola pagina.
Un giorno ci rincontreremo. E, ne sono certa, sarà un giorno felice.

Passione, Gianni Rodari

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Intendo per «passione» la capacità di resistenza e di rivolta; l’intransigenza nel rifiuto del fariseismo, comunque mascherato; la volontà di azione e di dedizione; il coraggio di «sognare in grande»; la coscienza del dovere che abbiamo, come uomini, di cambiare il mondo in meglio, senza accontentarci dei mediocri cambiamenti di scena che lasciano tutto com’era prima; il coraggio di dire di no quand’è necessario, anche se dire di sì è più comodo, di non «fare come gli altri», anche se per questo bisogna pagare un prezzo”

Gianni Rodari, Educazione e passione (1966)

 

Mi è sempre piaciuto osservare… Josè Saramago da “L’ultimo Quaderno”

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… È bello aver la pelle d’oca,
significa che stai vivendo …

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Mi è sempre piaciuto osservare, badare alle sfumature…
Mi piacciono le persone che “dicono qualcosa” e che sanno ascoltare, le persone che ragionano con la propria testa.
Mi piace il battito di ciglia o il sorgere leggero di un sorriso, la voce musicale.
Mi piace ascoltare buona musica, amo suonare, non potrei farne a meno, mi piace diventare cosa unica con ciò che suono, esplodere dentro.
Mi piace guardare le mie dita scivolare sul manico della chitarra, stanno bene insieme, lì…
Amo gli occhi di una donna, la sua pelle, la sua passione, tutto.
Parlo tanto, fin troppo, ma ci sono momenti che rimango in silenzio ad ascoltarmi.
È in quei momenti che fabbrico i miei pensieri più veri, mentre cammino per le strade, osservando la gente che passa, ascoltando i discorsi, a volte assurdi, di alcune persone o assaporando il sole che mi scalda dentro.
Amo ridere, giocare.
Amo le cose belle, le belle storie che dicono qualcosa, mi piace tutto ciò che fa palpitare il cuore. È bello aver la pelle d’oca, significa che stai vivendo.

Josè Saramago, da L’ultimo Quaderno

 

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