Homo sum, Vincenzo Cardarelli

 

Io pago tutto.
Non c’è peccato
ch’io non abbia finora
debitamente scontato.

V. Cardarelli

 

Io pago tutto.
Non c’è peccato
ch’io non abbia finora
debitamente scontato.
Ho un organismo vitale
che vuole, contrariamente
al Diavolo di Goethe,
vuole il Bene e fa il Male.
Pensate quale puntualità
e che liste di conti da saldare.
Ai messi del Signore
l’uscio della mia casa è sempre aperto.
E spesso delle loro intimazioni,
prevenendole,
io stesso senz’attenderli
mi faccio esecutore.
Sì che quand’essi giungono
ritto sull’uscio lo fermo
e li rimando dicendo:
Amici, sono anch’io
cursore e complice di Dio.
Che dunque venite a fare
se il debito è già pagato ?
Forse è perciò che una donna cattiva
suole dire celiando
ch’io sono un santo e innanzi di morire
farò miracoli.
Talvolta infatti io mi vedo come uno
di quei poveri santi
che sulle tele delle sacrestie
stanno in adorazione della Vergine,
inutilmente aspettando
un suo sguardo.
Ma vi dico, in verità,
che volentieri darei, se pur l’avessi,
una tanto gloriosa vocazione
per un poco d’allegra umanità.

 

Vincenzo Cardarelli, Homo sum, in Opere (Mondadori Meridiani, 1990)

 

[Foto: Josef Sudek]

Dimmi, Gioconda Belli

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Dimmi che non mi renderai mai conformista
né mi darai la felicità della rassegnazione
ma la dolorosa felicità dei prescelti
quelli capaci di intrappolare il mare e il cielo con gli occhi
e ospitare l’universo dentro il corpo.
Io ti vestirò di fango e ti nutrirò di terra
per farti conoscere il sapore di ventre del mondo.
Scriverò sul tuo corpo il testo delle mie poesie
affinché tu possa sentire il dolore della gestazione.
Verrai con me: faremo dell’ amore un rituale
e sarà un’esplosione ciascuno dei nostri gesti.
Non ci saranno mura a imprigionarci
né un tetto sopra le nostre teste.
Dimenticheremo la parola
avremo il nostro proprio modo di capirci
né i giorni, né le ore potranno catturarci
perché ci nasconderemo dal tempo tra la nebbia.
Cresceranno le città, si estenderà l’umanità invadendo ogni cosa
noi due saremo eterni, perché ci sarà sempre nel mondo un luogo che ci protegga
e un pezzo di terra che ci nutra.

*

Dime que no me conformarás nunca,
ni me darás la felicidad de la resignación,
sino la felicidad que duele de los elegidos,
los que pueden abarcar el mar y el cielo con sus ojos
y llevar el Universo dentro de sus cuerpos.

Y yo te vestiré con lodo y te daré de comer tierra
para que conozcas el sabor de vientre del mundo.

Escribiré sobre tu cuerpo la letra de mis poemas
para que sientas en ti el dolor del alumbramiento.

Te vendrás conmigo: Haremos un rito del amor
y una explosión de cada uno de nuestros actos.

No habrán paredes que nos acorralen,
ni techo sobre nuestras cabezas.

Olvidaremos la palabra
y tendremos nuestra propia manera de entendernos;
ni los días, ni las horas podrán atraparnos
porque estaremos escondidos del tiempo en la niebla.

Crecerán las ciudades,
se extenderá la humanidad invadiéndolo todo;
nosotros dos seremos eternos,
porque siempre habrá un lugar en el mundo que nos cubra
y un pedazo de tierra que nos alimente.

Traduzione di Milton Fernàndez

 

 

[Foto:Josef Sudek Last Roses, Prague 1956]


Ascolteremo nella calma stanca, Cesare Pavese

_

Ché da tutte le cose
siamo sempre fuggiti
irrequieti e insaziati
sempre portando nel cuore
l’amore disperato
verso tutte le cose

.

C. Pavese

Ascolteremo nella calma stanca
la musica remota
della nostra tremenda giovinezza
che in un giorno lontano
si curvò su se stessa
e sorrideva come inebriata
dalla troppa dolcezza e dal tremore.
Sarà come ascoltare in una strada
nella divinità della sera
quelle note che salgono slegate
lente come il crepuscolo
dal cuore di una casa solitaria.
Battiti della vita,
spunti senz’armonia,
ma che nell’ansia tesa del tuo amore
ci crearono, o anima,
le tempeste di tutte le armonie.
Ché da tutte le cose
siamo sempre fuggiti
irrequieti e insaziati
sempre portando nel cuore
l’amore disperato
verso tutte le cose.

 Cesare Pavese ( Il mestiere di vivere: Diário 1935-1950)

[Foto: Josef Sudek]

Dalla vita degli oggetti, Adam Zagajewski

Josef Sudek

 

 

Ciò che pesa troppo
e trascina in basso
che fa male come il dolore
e brucia come uno schiaffo,
può essere pietra
o àncora.

A. Zagajewski , Ciò che

 

La pelle levigata degli oggetti è tesa
come la tenda di un circo.
Sopraggiunge la sera.
Benvenuta, oscurità.
Addio, luce del giorno.
Siamo come palpebre, dicono le cose,
sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità
e la luce, l’India e l’Europa.

E all’improvviso sono io a parlare: sapete,
cose, cos’è la sofferenza?
Siete mai state affamate, sole, sperdute?
Avete pianto? E conoscete la paura?
La vergogna? Sapete cosa sono invidia e gelosia,
i peccati veniali non inclusi nel perdono?
Avete mai amato? Vi siete mai sentite morire
quando di notte il vento spalanca le finestre e penetra
nel cuore raggelato? Avete conosciuto la vecchiaia,
il lutto, il trascorrere del tempo?

Cala il silenzio.
Sulla parete danza l’ago del barometro.

 

Adam Zagajewski, in Dalla vita degli oggetti. Poesie 1983-2015 (Adelphi, 2012)

 

[Foto: Josef Sudek]