Stai per cominciare a leggere… Italo Calvino

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Stai per cominciare a leggere. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull’amaca, se hai un’amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga, col libro capovolto, si capisce. Certo, la posizione ideale per leggere non si riesce a trovarla. Bene, cosa aspetti? Distendi le gambe, allunga pure i piedi su un cuscino, su due cuscini, sui braccioli del divano, sugli orecchioni della poltrona, sul tavolino da tè, sulla scrivania, sul pianoforte, sul mappamondo. Cerca di prevedere ora tutto ciò che può evitarti d’interrompere la lettura. Che c’è ancora? Devi far pipì? Bene, saprai tu.

 

Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

 

[Un incipit che racconta il principio di ogni lettura, quel prezioso istante in cui inizia una nuova avventura: faticosa a volte, allegra oppure scomoda, lenta, carica di incontri o solitaria. Che poi soli non si è mai quando si legge, perché se anche si è soli, nella propria stanza con la compagnia del solo cuscino o della lampada o di una tazza di te, con le prime parole la mente, e con essa la vita, si carica di nuovi e vecchi incontri, della popolosa vivacità di cui è carica ogni immaginazione, ogni mente viva. Leggere non è un’attività inprescindibile (soprattutto per chi non ha mai letto), è e deve essere una scelta libera, mai discriminante. Ma per chi conosce la bellezza del viaggio, sa che può esserci un solo vascello capace di portarci in ogni possibile e impossibile luogo e non-luogo: leggere. ]

Lezioni Americane: #3 Esattezza, Italo Calvino

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Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvii? Credo che la mia prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.

Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio. Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine.

Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1984

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[Lo stesso fastidio intollerabile che provo io ogni volta che noto come sempre più spesso la parola, anzicché essere lucida immediatezza e nel contempo ricercatezza conoscitiva, diventa trama tra cui nascondere e nascondersi, ammaliante cullare o ancor peggio infinito sproloquio su tizio o su caio… raramene ho avuto (e sempre più raramente ho) il piacere di scontrarmi con la limpidezza della parola che resta, quell’autenticità della parola che  non fugge via quale puro miraggio del momento. E, purtroppo, le forme attuali di comunicazione – anche e soprattutto quelle scritte – svuotano sempre più la parola di autenticità e significato. ]

Tra Calvino e Beckett io scelgo: entrambi!

 

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La mia vita, la mia vita, ora ne parlo come d’una cosa finita, ora come d’una burla che dura ancora, e ho torto, perché è finita e perdura insieme, ma con quale tempo del verbo esprimerlo?

Samuel Beckett, Molloy

 

I lettori sono i miei vampiri.

Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

 

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Non sapendo decidere tra i due che ho attualmente in lettura, mi sono decisa a inserire per luglio due libri del mese (piccola sezione che i più attenti avranno notato in basso a destra) : Molloy di Samuel Beckett: autore che rappresenta una recentissima novità tra i miei preferiti ( accanto a F. Kafka, a mai avrei immaginato di posizionarne uno proprio accanto, vicino vicino a lui) ; e Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino.

Non vi dirò molto di entrambi, semplicemente che sia il primo (pubblicato nel 1951) che il secondo (1979) rappresentano testi della maturità, se di maturità si può parlare per due geni della letteratura come loro. Molloy (primo di una trilogia) rappresenta un po’ una sorta di rottura con quello che è stato per Samuel Beckett il suo maestro, il suo faro: James Joyce, mentre Se una notte d’inverno c’è tutta l’esperienza decennale di un autore grande come Calvino, di saggista, scrittore ma anche e soprattutto lettore.

Credo sia difficile  poter parlare di entrambi – persino una dettagliata quanto accurata quanto noiosa descrizione della trama sarebbe impensabile per un romanzo evanescente come Molloy: dove il tempo si dilata fino a scavalcare la stessa immaginazione, i tratti del personaggio non sono mai nitidi, i ricordi si perdono nella fitta trama della memoria fatta di salti e vuoti,  e il luogo è sempre un non-luogo.  E persino le parole che scorrono agli occhi sembrano perdere consistenza. Così come lo è per un capolavoro (a metà lettura sento di poterlo definire tale) come Se una notte d’inverno un viaggiatore, dalle mille e svariate trame, i plurali risvolti di un “io” che  è lettore-scrittore-narratore-peronaggio-protagonista-comparsa. Dove ci si interroga e si fa luce sullo stato della letteratura attuale, e ancor più su quello della lettura: quella vera, passionale dei lettori attenti a un’unica cosa: il piacere del leggere in sé, privo di troppi preanboli critiche o teorizzazioni di ogni sorta. Un testo che (vi avviso) potrebbe persino risultare frustrante per un lettore forte, come quello che sceglie di leggere Calvino: qui infatti si gioca moltissimo con la psicologia del lettore, tenendolo costantemente su un filo sottile quanto mai teso e riuscendone a muovere le trame con una maestria unica e sola di un autore italiano che penso di poter affermare non ha eguali tra i suoi contemporanei.

Per il momento non mi resta che lasciarvi con i loro Incipit:

Sono nella camera di mia madre. Sono io a viverci ora. Non so come ci sono arrivato. Forse in un’ambulanza, certamente qualche veicolo. Mi hanno aiutato. Da solo non ci sarei arrivato. Quest’uomo che viene ogni settimana, è grazie a lui forse che sono qui. Lui dice di no. Mi dà un po’ di soldi e si porta via i fogli. Tanti fogli, tanti soldi. Si, ora lavóro, un po’ come una volta, solo che non so più lavorare. Ciò non ha importanza, sembra. Io ora vorrei parlare delle cose che mi restano, accomiatarmi, finir di morire. Loro non vogliono. Sì, sono più d’uno, sembra. Ma a venire è sempre lo stesso. Lo farà più tardi, dice. Bene. Di volontà, come vedete, non ne ho più molta. Quando viene a cercare i fogli nuovi, riporta quelli della settimana precedente. Recano dei segni che non comprendo. D’altronde non li rileggo. Quando non ho fatto niente non mi dà niente, mi sgrida. Però io non lavoro per i soldi. Per cosa allora? Non lo so. Francamente, non so gran che. La morte di mia madre, per esempio. Era già morta al mio arrivo? O è morta solo più tardi? Voglio dire morta da sotterrare. Non so. Forse non l’hanno ancora sotterrata. Comunque sia, sono io ad avere la sua camera. Dormo nel suo letto. La faccio nel suo vaso. Ho preso il suo posto. Devo assomigliarle sempre più. Mi manca solo un figlio. Forse ne ho uno da qualche parte. Ma non credo. Ora sarebbe vecchio, quasi come me. Era una servetta. Non era il vero amore. Il vero amore era riposto in un’altra. Vedrete poi.

Molloy, Samuel Beckett

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti, Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino! » O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace. Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull’amaca, se hai un’amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga, Col libro capovolto, si capisce. Certo, la posizione ideale per leggere non si riesce a trovarla. Una volta si leggeva in piedi, di fronte a un leggio. Si era abituati a stare fermi in piedi. Ci si riposava così quando si era stanchi d’andare a cavallo. A cavallo nessuno ha mai pensato di leggere; eppure ora l’idea di leggere stando in arcioni, il libro posato sulla criniera del cavallo, magari appeso alle orecchie del cavallo con un finimento speciale, ti sembra attraente. Coi piedi nelle staffe si dovrebbe stare molto comodi per leggere; tenere i piedi sollevati è la prima condizione per godere della lettura.

Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino

[Foto: Italo Calvino di Tullio Pericoli

La mia storia con Samuel Beckett, Margherita Lazzati]

Nota : Cliccando sull’immagine dei libri (situate sulla colonna laterale destra) sarete rinviati direttamente a Se una notte d’inverno un viaggiatore, in pdf;  e Molloy, in pub: link perfettamente funzionanti, [per Molloy sul sito dataFileHost dovete solo togliere la spunta altrimenti vi esce un file in .exe, per cui vi consilgio: prima di salvare controllate che l’estensione del file sia in .epub]. I libri saranno disponibili per tutto il mese di luglio. Per quansiasi informazione potete chiedere direttamente a me (se prima non mi arrestano 😀 )