Verrà l’inverno, Pierluigi Cappello

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… Ogni poesia perfetta che sia stata scritta in questo mondo è un petalo dell’Eden, un momento nel quale realizzare la propria intuizione, è in quei momenti che io sono libero, nel mio carcere …

 

 

Ci lascia oggi Pierluigi Cappello, una delle voci più autentiche del nostro secolo,  un poeta che ci ha dimostrato come ancora sia possibile la poesia: quella  autentica, carica di colori e speranza, fatta da quel  nomos, l’uno, che alle volte deve diventare il poeta per poter ascoltare, nella moltitudine-con passo attento e polso fermo- mondi antichi e voci  altrimenti inascoltate.

A presto, Pierluigi

 

 

[il brano scelto è contenuto in Il Dio del Mare (Bur, 2005), una racconta di prose e interventi in cui l’autore racchiude il suo personale concetto di poesia. Oltre a libri di poesia, quali Assetto di Volo, Mandate a dire all’imperatore (editi Crocetti), Azzurro elementare e l’ultimo in ordine cronologico: Stato di Quiete (Bur, 2016), Pierluigi Cappello ha scritto anche una breve raccolta di racconti, Questa libertà (Rizzoli), e alcune poesie per bambini contenute in Ogni goccia balla il suo tango].

[…] i poeti, queste << figure>> di uomini, un po’ sciamani un po’ fabbri un po’ giardinieri un po’ cenciaioli un po’ orafi un po’ artificieri, cercano, trascinano le stesse pietre, che, sovrapposte una a una con ostinazione cinese, costituiranno le pareti delle prigioni contro le quali essi batteranno i pugni della propria impotenza: è il paradosso cui viene condotto chi cerca di valicare se stesso, è la somiglianza del monaco contro cui, luccicante come uno scorpione, è custodito il significato della parola mònos: uno. […]

[…] Se esiste un Eden, come mi ha suggerito un amico, un giardino dove la perfezione è ordinaria, ogni poesia perfetta che sia stata scritta in questo mondo è un petalo dell’Eden, un momento nel quale realizzare la propria intuizione, è in quei momenti che io sono libero, nel mio carcere – quattro pareti, due finestre davanti, scansie con i libri alle spalle – come un’ape ronzante.

Verrà l’inverno, la più metafisica delle stagioni. la più propizia all’immaginazione e alle amicizie. La terra si fa bruna, i rami si fanno neri,  le erbe e le stoppie, tutto un mondo piegherà le vertebre al sonno. Soltanto il vento taglierà le nuvole. Nevicherà, se farà abbastanza freddo: allora la terra e il cielo si confonderanno, la neve cancellerà siepi e muretti, i confini delle villette qua attorno. Dentro gli appartamenti c’è già chi si affiderà alle paraboliche per essere ancora più solo, io mi affiderò alle parole per raffigurare il suono della neve. Fra tutte, sceglierò le lettere più morbide – la lettera a, la lettera e, la lettera o, la elle la emme la enne – e le parole che ne siano più ricche; cercherò di disporle con cura, in giaciture che ricordino le sinuosità distese di una donna in penombra, poi, scostando le tende della finestra più ampia, confronterò il bianco del foglio col bianco dell’inverno e forse, nel farlo, mi commuoverò, perché commuoversi non significa piangere, ma muoversi insieme alle cose, averne il medesimo ritmo, il medesimo passo, il medesimo polso; forse lascerò lo sguardo andare nella neve, lo lascerò libero nel bianco, con la disposizione dell’amante che si lascia annientare dalle carezze di chi è amato; un piede, un nuovo piede nella neve e l’orma si farà ombra e tutto, per un istante, sarà dimenticato, alle mie spalle il primo – l’imo – lampo di carbonio che ci precipitò alla terra, nudi.

P. Cappello, da la Mela di Newton in Il Dio del Mare. Prose e interventi 1998-2006 (Bur, 2005)