Abbiamo fatto notte ho la tua mano ti veglio, P. Eluard

Paul-Eluard-Gala

E nel mio capo che piano s’accorda col tuo con la notte
Stupisco dell’ignota che divieni

P. Eluard

 

Abbiamo fatto notte ho la tua mano ti veglio
Con ogni mia forza ti reggo
Incido dentro una pietra la stella delle tue forze
Fondi solchi dove la bontà del tuo corpo germinerà
La voce segreta la voce tua pubblica io mi ridíco
Rido dell’orgogliosa
Che tratti come fosse una mendíca
Dei folli che rispetti dei semplici ove t’immergi
E nel mio capo che piano s’accorda col tuo con la notte
Stupisco dell’ignota che divieni
Ignota simile a te simile a tutto quel che amo
Che è nuovo sempre.

Paul Éluard, da “Facile”, in “Paul Éluard, Poesie”, Oscar Mondadori, 1970

Trad.: Franco Fortini

____________________________________

 

«Nous avons fait la nuit…»

Nous avons fait la nuit je tiens ta main je veille
Je te soutiens de toutes mes forces
Je grave sur un roc l’étoile de tes forces
Sillons profonds où la bonté de ton corps germera
Je me répète ta voix cachée ta voix publique
Je ris encore de l’orgueilleuse
Que tu traites comme une mendiante
Des fous que tu respectes des simples où tu te baignes
Et dans ma tête qui se met doucement d’accord avec la tienne avec la nuit
Je m’émerveille de l’inconnue que tu deviens
Une inconnue semblable à toi semblable à tout ce que j’aime
Qui est toujours nouveau.

Paul Éluard, “Œuvres complètes”, Paris, Gallimard, Bibliothèque de la Pléiade, 1968

1944-1947, Franco Fortini

hamish-blakely

 

 

[…] Come ti guardo
ora, come ti chiedo,
ora che sei di tutto
non so se domanda o sentenza
o giudizio, mia sola
anima che mi tremi
a questo primo buio.

 

F. Fortini

 

1

Era la guerra, la notte tremavano
nelle credenze i cristalli al ronzio
delle ondate da ovest ad oriente
o a sud, verso l’Italia. Chi ero io
e tu chi eri? Cominciò così.

Lungo e grigio era il lago di Zurigo
e i tram celesti nell’aria di neve.

2

«Sei la mia vita…» Vecchi carri carichi
delle macerie di Milano andavano
verso il nostro avvenire che ora è qui,
la modesta collina del passato
che agita un poco di verde in questo aprile.
Poi fu tanto lavoro, la città
intera e gli anni. Sei così da quella
mattina, la mia vita ancora, gli occhi
che mi guardano ormai
da un luogo nostro che è oltre noi due.

3

Scoprivi il mare di sera, era qua
e là verde, qua e là nero vino.
Un’alga lunga era quieta a mezz’acqua.
Così non visto muta un destino.

Non dava segno di vita la «monaca» violetta.
Poi si staccò, calò al fondo su ali eque.
Fu paura, o che? Da allora tacque
la verità ma aspetta.

4

Era come dicevano,
un giorno avremmo avuto la vita alle spalle
e tu m’avresti detto: «non sono più giovane».
E io t’avrei risposto soltanto guardandoti
per difendere te, amore mio,
da chi senza rimedio
ci porta insieme via. Come ti guardo
ora, come ti chiedo,
ora che sei di tutto
non so se domanda o sentenza
o giudizio, mia sola
anima che mi tremi
a questo primo buio.

Franco Fortini (da Una volta per sempre, Mondadori, 1963)

 

[Foto: dipinto di Hamish Blakely]

 

Franco Fortini è un poeta che sto conoscendo lentamente, senza fretta, che sto conoscendo a priori di ogni possibile critica letteraria che si possa fare alla sua poetica, simbolo della ricercatezza e sperimentazione del suo secolo. Lo sto conoscendo come in precedenza (senza mai arrivare ad un fine o una fine) ho fatto con Ungaretti, e  come spesso farò con autori così carichi di cronache e vissuto come loro. Stiamo infatti parlando (prima ancora che di un poeta) di un uomo che ha vissuto intensamente e fortemente la storia fatta e disfatta del suo secolo, raccogliendola e raccontandocela passo per passo in tutte le sue poesie, mescolando il singolo uomo che fu alle vicende umane della sua epoca. Una cronaca che nella sua totalità ci consegna un frammento di storia prezioso quanto il più monumentale dei ricordi. Se la cronaca pecca di relatività, il racconto  alle volte di ingenuità, la poesia è sempre (anche quando è quella della soggettività) quella voce che -per qualche ragione ancora misteriosa- riesce a svelarci l’autenticità di ciò che c’è dietro alle parole, sincerità autentica:  magia possibile a chi è poeta.

E’ per me questo, come altri, un poeta necessario dunque, perché in tempi accecati come il nostro secolo, abbiamo perso noi stessi nell’abbaglio (o illusione) di poter essere ovunque e di chiunque, sempre giusti e savi, qualche volta gladiatori di arene immaginarie inventate ad hoc per illuderci della sicurezza della nostra forza e fortezza, in tempi in cui l’uomo vaga senza posa tra strade virtuali perdendo ad ogni passo origine e centro; tempi nei quali tra il proliferare della violenza e delle stragi, della fame e della guerra, abbiamo perso l’immagine vera e concreta di cosa significa realmente soffrire, di cosa si possa definire necessario e di cosa realmente implica il nostro agire. Tempi in cui  diventa forte l’ugenza di fare del nostro vagare una nuova materialità, una carne che si faccia vita e che attraverso di essa ci ricordi col suo pulsare, che ciò che abbiamo di più prezioso è sempre ciò che possiamo toccare, vedere, amare, che il bene che possiamo fare è solo quello reale, che solo il male può diffondersi senza carne nè origine, senza fine. E’ per questo che abbiamo bisogno oggi più che mai di parole come queste,  che si facciano carne e ci ricordino cos’è la guerra, cosa significa perdere la propria casa ma continuare a sperare, cosa significa avere paura, ma anche gioire, amare, e vivere di una vita che molto spesso ha troppe domande e poche risposte, ma che non per questo dobbiamo smettere di interrogare.

Molto chiare si vedono le cose, Franco Fortini

franco fortini

[…] Non sa più chi sia
l’ostinato che a notte annera carte
coi segni di una lingua non più sua
e replica il suo errore.
È niente? È qualche cosa?
Una risposta a queste domande è dovuta.

F. Fortini

_

Molto chiare si vedono le cose.
Puoi contare ogni foglia dei platani.
Lungo il parco di settembre
l’autobus già ne porta via qualcuna.
Ad uno ad uno tornano gli ultimi mesi,
il lavoro imperfetto e l’ansia,
le mattine, le attese e le piogge.

Lo sguardo è là ma non vede una storia
di sé o di altri. Non sa più chi sia
l’ostinato che a notte annera carte
coi segni di una lingua non più sua
e replica il suo errore.
È niente? È qualche cosa?
Una risposta a queste domande è dovuta.
La forza di luglio era grande.
Quando è passata, è passata l’estate.
Però l’estate non è tutto.

Franco Fortini. da Paesaggio con serpente, 1984

Il nostro viaggio continua…

dsc_0144

_

[…] Eppure – chissà –
là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia
la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo
tra ferri arrugginiti e ossi di tori e di cavalli,
tra antichissimi tripodi su cui arde ancora un po’ d’alloro
e il fumo sale nel tramonto sfilacciandosi come un vello d’oro.

G. Ritsos, da Elena

 

 

Carissimi Amici,

una piccola anticipazione sugli autori e i testi che incotreremo tra queste pagine nei prossimi mesi.

Pierluigi Cappello e il suo nuovo lavoro Stato di Quiete; uno tra i più grandi autori greci contemporanei: Ghiannis Ritsos, in Quarta Dimensione, un libro a metà strada tra teatro e poesia; due poeti diventati ormai classici, e di cui abbiamo finalmente la possibilità di ammirarne le opere nella loro complessità: Dario Bellezza e Franco Fortini; e poi Elisa Baldini e i suoi chirurgici versi di Da una crepa; e La Bambina Pugile di Chandra Livia Candiani. Alcune tra le pagine più belle dei Diari di Anais Nin, per molti la migliore tra le opere da lei scritte. E poi gli autori, le poesie, e tutto quello che per caso e per fortuna avremo modo di incontrare lungo questo nostro viaggio …

La vetta dell’albero, F. Fortini

hengki-koentjoro

 

Stasera ci vedremo. Ci diremo
parole che potrebbero portarci
per sempre lontani da noi. Ma anche è possibile
che dopo il sonno e dopo molti sonni
si venga a una notte chiarissima, a un’altra
giornata da intraprendere.
_                                               E ora mi chiedo
dov’è la forza che prego per noi.
Se tra i miei occhi alla radice della fronte
o sotto lo sterno dove il sussulto si ostina
o nella vetta dell’albero che spia la pioggia
o in te che patisci sulle piccole spalle
il peso del dio senza conoscerlo.

4 giugno 1981

Franco Fortini, La vetta dell’albero (da Versi per la fine dell’anno, in Paesaggio con serpente. Versi 1973-1983, Einaudi, Torino 1984)

 

[Foto: Hengki Koentjoro]