(breviario di estetica), Gianfranco Ciabatti

_
_
E quando l’imprecisione
tenta la tua indolenza, non eludere
la fatica del farsi capire,
cercando scappatoie tra i valenti nel discorrere
d’ogni cosa o di niente,
ma cerca la parola che ti occorre. 

G. Ciabatti

 

 

Non rispondere niente
alla domanda del pianto. Al suo invito
di risolvere facilmente
le ragioni del dolore
non aderire.

A chi esige clamori
dalla tua ribellione
e grida in nome di una libertà
che non gli costa niente
opponi la scienza di un’infima origine
e la prassi del risalire.

E quando l’imprecisione
tenta la tua indolenza, non eludere
la fatica del farsi capire,
cercando scappatoie tra i valenti nel discorrere
d’ogni cosa o di niente,
ma cerca la parola che ti occorre.

[Foto: Gilbert Garcin]

Potrebbero dirti morta, Alfonso Gatto

b15db7f082aaa24649e84396afd45073

 

I tuoi occhi son come la giovinezza
grandi, perduti, lasciano il mondo.
Potrebbero dirti morta senza rumore
e incamminare su te il cielo,
passo a passo, seguendo l’alba.
Tu sei l’amore da portare in braccio
di corsa sino al vento, sino al mare,
e dirti fredda da scaldare al fuoco
e dirti triste coi capelli neri
da pettinare eternamente, è come
deporti nel silenzio, starti accanto
udendo l’acqua battere alle rive.

Alfonso Gatto da Poesie d’amore, Prima parte, 1941-1949, (Mondadori, Milano, 1973)

 

[Foto: Man Ray, Lacrime di vetro, 1930-1932 ]

Scena finale, Blanca Varela

81f5ed0651cefc952162d017435b0184

 

Ho lasciato la porta mezza aperta
sono un animale che non si rassegna a morire

Blanca Varela

 

Ho lasciato la porta mezza aperta
sono un animale che non si rassegna a morire
l’eternità è l’oscura cerniera che cede
un piccolo rumore nella notte della carne
sono l’isola che avanza sostenuta dalla morte
o una città ferocemente accerchiata dalla vita
o forse non sono nulla
solo l’insonnia
e la brillante indifferenza degli astri
deserto destino
inesorabile il sole dei vivi si alza
riconosco quella porta
altra non c’è
ghiaccio primaverile
e una spina di sangue
nell’occhio della rosa

_
Blanca Varela

 

[Foto: Man Ray]

Ho imparato a volare, F. Nietzsche da Così parlò Zarathustra

gilbert-garcin-artiste-photographe-photographies-2009-397-la-1386151025_b

 

Non con la collera, col riso si uccide.

Adesso sono lieve, adesso io volo,
adesso vedo al di sotto di me, adesso
è un dio a danzare, se io danzo.

 

 

Io non ho più sentimenti in comune con voi: questa nube, che io vedo sotto di me, questa pesante cupezza, di cui rido, – proprio questa è la vostra nube temporalesca. Voi guardate verso l’alto, quando cercate elevazione. E io guardo in basso, perché sono elevato.
Chi di voi è capace di ridere e, insieme, di essere elevato?
Chi sale sulle vette dei monti più alti, ride di tutte le tragedie, finte e vere. [..]
Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare. E quando ho visto il mio demonio, l’ho sempre trovato serio, radicale, profondo, solenne: era lo spirito di gravità, grazie a lui tutte le cose cadono. Non con la collera, col riso si uccide. Orsù, uccidiamo lo spirito di gravità. Ho imparato ad andare: da quel momento mi lascio correre. Ho imparato a volare: da quel momento non voglio più essere urtato per smuovermi. Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso è un dio a danzare, se io danzo.

 

F. Nietzsche, da Del leggere e dello scrivere (in Così parlò Zarathustra, Adelphi)

 

 

[Continua il viaggio tra le pagine di Così parlò Zarathustra di Nietzsche, del quale finora ho riportato solo alcuni frammenti, molto significativi e attuali. Queste piccole parentesi saranno semplicemente un viaggio attraverso pagine di autori, quale spunto per una nuova riflessione, lungi dal voler trattare di argomenti filologici o relativi alla storia della filosofia o di altra natura. Ovviamente non potrà farlo nè vorrei per ogni libro che leggo, ma solo per quelli più significativi, densi, o semplicemente per quelli che per un motivo o per un altro mi sono più congeniali.

Siamo quindi nella seconda parte, quella dedicata ai discorsi di Zarathustra,  sceso dopo dieci anni da eremita sui monti, con la volontà di illuminare l’umanità intera della propria saggezza e dell’avvento del superuomo. Siamo di fronte a un libro che nel suo genere potrebbe essere erroneamente preso quale  ispiratore di violenza, con i suoi continui rinvii a battaglie, sangue, guerrieri, morte, uccisione (come appunto fu ai tempi del nazismo), ma tale non è. Nietzsche parla  invece di un rinnovamento dell’anima, della necessità dell’uomo (tutta l’umanità) di prendere coscienza dei propri limiti, non si riferisce all’uomo quale specie superiore, o addirittura a una parte di umanità rispetto all’altra, e così via.

Nel discorso in questione “del leggere e dello scrivere”, si parla quindi della condizione di un’umanità passiva di fronte alla vita, un’umanità capace di credere solo in una vita fatta di sacrifici e in un dio serio, radicale, solenne, a cui il filosofo contrappone la lievità, la forza di un’anima capace di ridere. Con/come un dio che danza, di una vita vissuta per il piacere di essere tale, e dell’elevazione della sua anima in riferimento a questa consapevolezza.

Mi piacerebbe poter estendere queste riflessioni, e coivolgere chi voglia a intervenire. Fatelo pure se vi va, commenti, ulteriori chiarimenti, riferimenti, pensieri liberi, esperienze, tutto è fonte di arricchimento tra queste pagine. ]

 

[Foto: Gilbert Garcin]

Tutto era già in cammino, Milo De Angelis

b60daac269f7100cb554eed41749ea63

 

… Tutto era
già in cammino, da allora, tutto era qui, unico
e perduto, nostro e remoto, ardente…

M. De Angelis

 

Tutto era già in cammino. Da allora a qui. Tutto
il tempo, luminoso, sfiorava le labbra. Tutti
i respiri si riunivano nella collana. Le ombre
di Lambrate chiusero la porta. Tutta la stanza,
assorta, diventò il primo battito. Il nero
dei tuoi capelli contro il giallo dell’ultimo raggio.
Da allora a qui. Era il primo giorno dell’estate.
Il silenzio ci riempiva la fronte. Tutto era
già in cammino, da allora, tutto era qui, unico
e perduto, nostro e remoto, ardente. Tutto chiedeva
di essere atteso, di tornare nel suo vero nome.

Milo De Angelis, da Tema dell’addio  (2005)

 

[Foto: André Kertész]

Noi siamo in affanno, Sonetti a Orfeo: XXII, R.M. Rilke

3d9a4c9be50d1beaede9661a072fe791

 

Ma il passo del tempo
Consideralo un’inezia

R.M. Rilke

 

Noi siamo nell’affanno
Ma il passo del tempo
Consideralo un’inezia
in ciò che sempre resta.

Tutto ciò che incalza
sarà presto trascorso;
Soltanto ciò che indugia
è ciò che ci consacra.

Fanciulli non buttate
il cuore nella rapidità,
ad arrischiare il volo.

Tutto si è acquietato:
oscuro e chiarità,
fiore e libro.

____________________________

 

Wir sind die Treibenden.
Aber den Schritt der Zeit,
nehmt ihn als Kleinigkeit
im immer Bleibenden.

Alles das Eilende
wird schon vorüber sein;
denn das Verweilende
erst weiht uns ein.

Knaben, o werft den Mut
nicht in die Schnelligkeit,
nicht in den Flugversuch.

Alles ist ausgeruth:
Dunkel und Helligkeit,
Blume und Buch.

_________________________________

 

We are the driving ones.
But the march of Time
takes him as but a trifle
into the ever-permanent.

Everything which hurries
will soon be over;
for it is the lingering
that first initiates us.

Young men, o put your mettle
not into the quick achievement,
not into the attempted flight.

Everything is now at rest:
Darkness and light,
blossom and book.

 

Rainer Maria Rilke, Sonetti a Orfeo – Sonetto XXII

 

[Foto: Alan Schaller ]

Il Libro dei Fiori, Rachel Slade

Édouard Boubat, Lella, Paris, 1947

 

Il tuo libro ha tanti fiori. Alcuni veri, alcuni disegnati.
Me lo mostrerai il corpo buio della preghiera?

R. Slade

Nel tuo libro dei fiori ci sono tre figure –

I. Uno straccio nero su uno sfondo bianco perla:
un corpo di donna sospeso nella cornice, ancora in piedi.

II. Una silhouette dorata, un vaso
sull’orlo della pagina.
Traccia le vene della foglia sparse per tutto l’albero.

III. Una misura attenta tra ogni albero della foresta,
sottili neri filamenti tra di loro. Espandendo la distanza.
Misurano la dura caduta tra di loro.
Le mani quiete nelle tasche.

Leggerai per me più tardi.
Leggerai per me di nuovo.
Leggi per me ogni notte in almeno due lingue
così qualcosa resterà alla mattina.

Il tuo libro ha tanti fiori. Alcuni veri, alcuni disegnati.
Me lo mostrerai il corpo buio della preghiera?
___________________________________

Book of Flowers

In your book of flowers we find three forms –

I. A black rag in white pearl background:
a woman’s body suspended in frame, still standing.

II. A golden silhouette, a jar
on the edge of the page.
It traces the veins of the leaf that spreads itself across the tree.

III. A careful measurement between trees in a forest,
thin black filaments between them. The distances expanding.
They measure the hard fall between them.
Hands steady inside pockets.

You will read to me later.
Will you read to me again.
Read to me each night in at least two languages
this way something will remain by morning.

Your book has many flowers. Some real, some drawn.
Will you show me the dark body of prayer?

 

Traduzione di Sandro Pecchiari
Rachel Slade, Il libro dei fiori (da Apocryphal House / La casa apocrifa (Samuele Editore 2016)

 

[Foto: Édouard Boubat, Lella, Paris, 1947]

Il viaggio non finisce mai, J. Saramago

29385d02a9960e51999a39136c40d89a

 

 

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già fatti, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.

 

Josè Saramago, Viaggio in Portogallo

 

[Foto: Robert Doisneau

Eugenio Montale, Tramontana

Calla Lilies by Tina Modotti

 

E tu che tutta ti scrolli fra i tonfi
dei venti disfrenati
e stringi a te i bracci gonfi
di fiori non ancora nati;
come senti nemici
gli spiriti che la convulsa terra
sorvolano a sciami,
mia vita sottile, e come ami
oggi le tue radici

E. Montale

 

 

Ed ora sono spariti i circoli d’ansia
che discorrevano il lago del cuore
e quel friggere vasto della materia
che discolora e muore.
Oggi una volontà di ferro spazza l’aria,
divelle gli arbusti, strapazza i palmizi
e nel mare compresso scava
grandi solchi crestati di bava.
Ogni forma si squassa nel subbuglio
degli elementi; è un urlo solo, un muglio
di scerpate esistenze: tutto schianta
l’ora che passa: viaggiano la cupola del cielo
non sai se foglie o uccelli – e non son più.
E tu che tutta ti scrolli fra i tonfi
dei venti disfrenati
e stringi a te i bracci gonfi
di fiori non ancora nati;
come senti nemici
gli spiriti che la convulsa terra
sorvolano a sciami,
mia vita sottile, e come ami
oggi le tue radici.

Eugenio Montale, Tramontana (da Ossi di seppia, Mondadori)

 

[Foto: Tina Modotti]