La mia sofferenza doppiata, Julio Cortazar

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E non dirti né lontana né perduta,
per non dare ragione al mare che ti trattiene.

J. Cortazar

 

E anche non essere triste,
non crescere con le fontane, non piegarsi nei salici.
Ampia è la luce per due occhi, e il dolore danza
nei seni che accettano senza timore i passi freddi.
E non dirti né lontana né perduta,
per non dare ragione al mare che ti trattiene.
E elogiarti nella più perfetta solitudine
nell’ora in cui il tuo nome è la prima luce alla mia
_          finestra.

 _                          Siano benedetti i miei occhi
_                           Per aver guardato così in alto.

 

Julio Crtazar, La mia sofferenza doppia (da Carte inaspettate)

Porta aperta, P. Cappello

foto Izis, 1940s

E un posto tanto vuoto che pare ti appartenga
allunga un’ombra sull’ombra che sembrava la tua.

P. Cappello

Non so bene cosa ci abbia portati qui
che cosa sia rimasto di noi,
sarà stato il diventare presto
un modo di essere soli e risonanti nel buio
mentre la notte ancora non viene
e dai verdi rassodati dalle molte piogge
si stacca un’altra volta l’estate,
una sospirata ingenuità si allontana.
E un posto tanto vuoto che pare ti appartenga
allunga un’ombra sull’ombra che sembrava la tua.

Pierluigi Cappello, Finestra aperta, da Stato di quiete (Bur, 2016)

[Foto: Izis, 1940s]

Finestre… Antonio Tabucchi, da “Si sta facendo sempre più tardi”

Sant’Elia, 1980 - photo by Ferdinando Scianna

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Finestre: ciò di cui abbiamo bisogno, mi disse una volta un vecchio saggio in un paese lontano, la vastità del reale è incomprensibile, per capirlo bisogna rinchiuderlo in un rettangolo, la geometria si oppone al caos, per questo gli uomini hanno inventato le finestre che sono geometriche, e ogni geometria presuppone gli angoli retti. Sarà che la nostra vita è subordinata anche essa agli angoli retti? Sai quei difficili itinerari, fatti di segmenti, che tutti noi dobbiamo percorrere semplicemente per arrivare alla nostra fine. Forse, ma se una donna come me ci pensa da una terrazza spalancata sul Mar Egeo, in una sera come questa, capisce che tutto ciò che pensiamo, che viviamo, che abbiamo vissuto, che immaginiamo, che desideriamo, non può essere governato dalle geometrie. E che le finestre sono solo una pavida forma di geometria degli uomini che temono lo sguardo circolare, dove tutto entra senza senso e senza rimedio, come quando Talete guardava le stelle, che non entrano nel riquadro della finestra. Tutto ho raccolto di te: briciole, frammenti, polvere, tracce, supposizioni, accenti restati in voci altrui, qualche grano di sabbia, una conchiglia, il tuo passato immaginato da me, il nostro supposto futuro, ciò che avrei voluto da te, ciò che mi avevi promesso, i miei sogni infantili, l’innamoramento che bambina sentii per mio padre, certe sciocche rime della mia giovinezza, un papavero sul ciglio di una strada polverosa.
Anche quello ho messo in tasca, sai?
Non so se tu hai messo il tuo seme dentro di me o viceversa. Ma no, nessun seme di noi è mai fiorito. Ciascuno è solo se stesso, senza la trasmissione di carne futura, e io soprattutto senza qualcuno che raccoglierà la mia angoscia.
Tutte le ho girate queste isole, tutte cercandoti. E questa è l’ultima, come io sono ultima. Dopo di me, basta. Chi ti potrebbe cercare ancora se non io?

A. Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi

[Foto:  Ferdinando Scianna, Sant’Elia, 1980]