Sui patriarcalismi, Gilda M.

Mi trovo mio malgrado a dover sottrarre per un attimo un po’ di spazio a poesia e bellezza per questa riflessione, che avrei evitato se non ci fosse stata la necessità di dar voce ad un femminile che, nonostante gli enormi mutamenti, continua ad essere oggetto di denigrazione e prepotenza. Non si fosse richiamato al genere femminile la mia unica risposta sarebbe stata il silenzio. Dar  voce, quindi,  a quel femminile, spesso zittito persino da forme cronachistiche stereotipate (donna=vittima inconsapevole e passiva uomo=massacratore geloso e furioso), dietro le quali c’è invece un fenomeno molto più complesso che trova le sue radici in un retaggio antico: il patriarcato, ossia quel modello che vede il principio (arché) del nutrimento nel maschile. Un modello che fino a un secolo fa aveva un suo motivo conduttore, che ha portato le società a fondarsi sul potere, il comando, il primato e l’assunzione di tutti i principali ruoli pubblici negli uomini. Un principio che oggi ha perso di senso e che lascia quegli uomini e con essi un’intera società in parte smarrita, se non si ha la capacità di vedere come quel principio oggi non sia più valido e si stia affrontando un momento di forte mutamento (tutt’ora in corso) che molti studiosi definiscono post-patriarcato, ossia una fase di transizione che vede un cambiamento dell’antropologia umana per ciò che riguarda il rapporto tra i due sessi.

Purtroppo però, come ogni grande mutamento che si rispetti, anche questo porta con sè qualche ombra dal passato. Una sorta di ritorno in manifestazioni periferiche di quello stesso patriarcato ferito, che si ritrovano in forme denigratorie ed offensive nei confronti dello stesso genere femminile, e che partono proprio da un ritorno a ciò su cui quel principio ordinatore si fondava: il binomio maschile/femminile, maschio prepotente e superiore, femmina relegata allo spazio privato. Ed è così che purtroppo ci si ritrova ad essere oggetti di considerazioni, che dietro la retorica dell’innocenza e del vittimismo, nascondono in sè forme violente e prepotenti, nonché fuori luogo, di denigrazione:

https://amorefilosofico.wordpress.com/2018/11/04/riflessioni-personali-larte-femminile-della-denigrazione/

 

Sorvolo sul come e perché mi ritrovi oggetto di ciò, sul come e perchè mi ritrovi ad avere l’onore di rappresentare “l’arte femminile della denigrazione”, per due ragioni: la cosa non mi interessa, ossia giustificarmi di un confronto non richiesto -perchè fondato sulla mancata presenza dell’altro e quindi su una reale volontà di confronto; e perchè di fatto chi mi conosce sa quanto possa essere veritiero ciò che si dice tra queste righe- fortemente offensive e violente, e chi non sa può tranquillamente navigare tra queste pagine per capire quanta “arte della denigrazione” di fatto ci sia tra le mie azioni e parole.

Ciò che invece mi interessa è quel femminile, senza del quale probabilmente questo post non avrebbe nemmeno avuto ragione d’essere. Perchè quel femminile racconta del disagio che alcuni uomini (quelli lageti ancora a valori patriarcali) provano nei confronti degli attuali mutamenti, nei confronti dei quali prendono le distanze, utilizzando questa logica binaria maschio/femmina, (“mi son chiesto se in certi casi sia davvero importante l’appartenenza di genere e cioè, se invece di chiamarmi NICO, mi fossi chiamato NICA, sarebbe stata una discussione dal tono diverso”), come se il dialogo con una donna, o tra donna e donna, dovesse partire da presupposti differenti; per poi passare a forme aggressive, prepotenti e soffocanti (che nelle forme poi estreme si traducono nei cosiddetti femminicidi, fenomeni appunto molto più complessi di come l’odierna cronaca vuole descriverceli). Un disagio dovuto al fatto che quel femminile: affascinante, misterioso, amato e temuto insieme, divinizzato e mistificato, esaltato e messo al rogo nei secoli dei secoli, rappresenta ancora ciò che da sempre è: quella mer che è per i francesi madre e mare insieme, materia oscura e fonte di vita e cura. Un mistero di fronte al quale nei secoli si è cercato di prendere le distanze: chiudendo, rinchiudento, ostacolando, zittendo, che oggi (in seguito si movimenti femminili e agli enormi mutamenti avvenuti) trova finalmente nuovi spazi, nuova linfa, ma che nel contempo si fa fatica a leggere per ciò che realmente è, e nel contempo si fa fatica a dargli voce.

Questo post vuole essere, per un attimo, quella voce. Perché forme di violenza e reale denigrazione -per quanto misere e piccole possano essere- non restino senza una voce, una voce rinnovata e che si rinnovi ad ogni confronto e che non sia invece condannata- come un’Eco senza speranza, a ripetere ciò che è derivazione e nel contempo deriva di una visione della realtà offuscata e deviante, e che la imprigioni ancora una volta nella rete del non esserci, del mancato confronto.

 

Gilda M.

Elsa Morante, Lettera

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Ormai, se cade una stella a mezzo agosto,
se nel tramonto marino balena il raggio verde,
se a cena ho una primizia nella stagione nuova,
o m’inchino alla santa campana dell’Elevazione,
non ho che un voto solo: il tuo nome, il tuo nome,
o parola che m’apri la porta del paradiso.

E. Morante

 

 

Tutto quello che t’appartiene, o che da te proviene,
è ricco d’una grazia favolosa:
perfino i tuoi amanti, perfino le mie lagrime.
L’invidia mia riveste d’incanti straordinari
i miei rivali: essi vanno per vie negate ai mortali,
hanno cuore sapiente, cortesia d’angeli.
E le lagrime che mi fai piangere sono il mio bel diadema,
se l’amara mia stagione s’adorna del tuo sorriso.

Stupisco se ripenso che avevo tanti desideri
e tanti voti da non sapere quale scegliere.
Ormai, se cade una stella a mezzo agosto,
se nel tramonto marino balena il raggio verde,
se a cena ho una primizia nella stagione nuova,
o m’inchino alla santa campana dell’Elevazione,
non ho che un voto solo: il tuo nome, il tuo nome,
o parola che m’apri la porta del paradiso.

Nel mio cuore vanesio, da che vi regni tu,
le antiche leggi del mondo son tutte rovesciate:
l’orgoglio si compiace d’umiliarsi a te,
la vanità si nasconde davanti alla tua gloria,
la voglia si tramuta in timido pudore,
la mia sconfitta esulta della tua vittoria,
la ricchezza è beata di farsi, per te, povera,
e peccato e perdono, ansia e riposo,
sbocciano in un fiore unico, una grande rosa doppia.

Ma la frase celeste, che la mia mente ascolta,
io ridirti non so, non c’è nota o parola.
Ti dirò: tu sei tutto il mio bene, ad ogni ora
questa grazia di amarti m’è dolce compagnia.
Potesse il mio affetto consolarti come mi consola,
o tu che sei la sola confidenza mia!

(1946)

 

Elsa Morante, Lettera (in Alibi, Longanesi, 1958)

Donna Ascia, Susana Chávez

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Donna
lontana,

improbabile
mascherata di ragione,

forza senza sangue.

Piccola incantatrice nata dalle sue tempie
che chiamano dubbio.

Profondità dell’intimo che non conosce maniere
accattivante con i suoi silenzi.

Atroce,

irresistibile,
il desiderio di mordere la notte

che barcolla tra delusioni
impreziosita da racconti
immobile nella distanza.

Donna istante,

ascia
che trascini,

che tagli lingue e le spargi
nella mano di Dio che si contorce dalle risate con te.

Fuggitiva dalla tua cattura
andrò via
sapendo perfettamente

che sei invincibile.

Susana Chávez, Donna Ascia

 

 

L’androgino, Claude Cahun

 

So dove vado,
Ti ci voglio condurre,
Il mio cattivo disegno
non è fatto per nuocerti.
Paul Valery

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– Seni superflui, denti pressanti e contraddittori, occhi e capelli col tono più banale, mani piuttosto fini, ma che un demone – il demone dell’eredità – ha piegato, deformato… La testa ovale dello schiavo, la fronte troppo alta… o troppo bassa, un naso ben riuscito nel suo genere – ahimé! un genere che induce a fare brutte associazioni di immagini, la bocca troppo sensuale: questo può piacere finché si ha fame, ma appena mangiato vi disgusta, il mento appena abbastanza sporgente, e in tutto il corpo muscoli soltanto accennati…

Vittoriosa!… a volte vittoriosa sui più atroci disagi, una destrezza tardiva corregge un’ombra, un gesto imprudente, e la bellezza rinasce!

Perché di fronte al suo specchio Narciso è toccato dalla grazia. Acconsente a riconoscersi. E l’illusione che crea per se  stesso si estende a qualcun altro.

(Calude Cahun da Eroine, p. 87)

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                                                        «Maschile? Femminile? Ma dipende dai casi. Neutro è il solo    genere che mi si addice sempre». 

All’anagrafe era Lucy Renée Mathilde Schwob (Nantes 1894 – Parigi 1954), figlia di Victorine Mary Antoinette Courbebaisse e di Maurice Schwob, noto giornalista e saggista, proprietario del giornale «Le Phare de la Loire». Artista dai molti talenti – scrittrice, fotografa e attrice – rimase a lungo in ombra, forse perché la sua arte, e la sua stessa persona, sfuggivano alle consuete categorie. Precoce autrice di saggi e scritti originali, si firmò Claude Courlis e Daniel Douglas prima di assumere definitivamente il nome di Claude Cahun, che – scrisse – «rappresenta ai miei occhi il mio vero nome, piuttosto che uno pseudonimo»: un cognome, quello della nonna paterna, che rinviava alle sue origini ebraiche; un nome invariabile, maschile e femminile. Appena quindicenne aveva conosciuto Suzanne Malherbe, giovane promessa delle

arti grafiche, divenuta poi Marcel Moore, futura sorellastra (il padre Cahun ne avrebbe sposato la madre) e amante. Fu per Cahun «l’altra me stessa». Tra il 1918 e il 1938 vissero insieme a Parigi, dove frequentarono illustri personaggi delle avanguardie artistiche e letterarie. Legata idealmente al movimento surrealista, Claude Cahun ne rimase una figura defilata malgrado Breton la definisse «lo spirito più curioso di questi tempi» e la incoraggiasse a scrivere: quell’ambiente sembrava però ignorare per le donne altro destino che l’essere musa ispiratrice. Fu attivista politica e sostenne la causa trotskysta nell’Association des Ecrivains et Artistes Revolutionaires. Nel ‘34 pubblicò un libello, Les paris sont ouverts, in cui rivendicava per l’arte un ruolo più concreto, di strumento per cambiare la società. Le sue apparizioni in società destavano costantemente scalpore, per via dell’impatto delle sue mise maschili da dandy e dei suoi capelli cortissimi spesso tinti d’oro o di rosa. Nella sua prosa poetica slegata dalle convenzioni narrative e talora esempio di uno “Stream of Consciousness” caro alle avanguardie. Nel suo interesse per il teatro sperimentale, così come nell’immaginario che tradusse in fotografia, si dimostrò sensibile interprete delle suggestioni artistiche del proprio tempo. L’ossessione del proporsi davanti alla macchina fotografica come un’identità instabile, fatta di maschere e stereotipi, è un tratto che si ritroverà nella poetica di Cindy Sherman; i riferimenti a temi intimi e autobiografici in quella di Nan Goldin. Negli anni Ottanta del Novecento queste tematiche così vive nella sua opera attirano l’attenzione sulla sua attività fotografica più che su quella letteraria o teatrale. Grande attenzione ha riscosso in questa ripresa la serie dei suoi numerosi autoritratti en travesti – in realtà scattati e stampati da Moore e con lei concepiti e progettati. Attraverso la maschera e la moltiplicazione delle identità si svolge il tema dell’asessualizzazione e della pluralità del soggetto, quasi un percorso di cura, in grado di riunire gli aspetti della psiche e della persona, secondo una sensibilità analitica (psicanalitica) che si rintraccia anche in certi suoi scritti. «Sotto questa maschera un volto. Non finirò mai di sollevare tutti questi volti», aveva scritto Cahun in Aveux non Avenus, intreccio autobiografico di pensieri, disegni e immagini fotografiche. Lasciata Parigi nel ’38, Cahun e Moore si trasferiscono su un’isoletta del Canale della Manica, Jersey, occupata poi dai Nazisti. Per quasi quattro anni le due donne conducono da sole un’incredibile campagna di demoralizzazione – indirizzata alle truppe d’occupazione – diffondendo volantini in lingua tedesca (che Moore conosceva bene) incitanti all’ammutinamento, firmati “Il Soldato Senza Nome”. Catturate e condannate a morte, trascorrono 10 mesi in prigionia prima della sconfitta e della resa tedesca. Nel corso di varie perquisizioni alla loro dimora molto materiale fotografico va perduto: distrutto perché definito pornografico. Nel dopoguerra Cahun tenta di riallacciare i rapporti col gruppo surrealista, incontrando Breton e Max Ernst, e seppur con la salute compromessa dalla prigionia, progetta di tornare a Parigi. Muore nel ’54 a causa di un’embolia polmonare nell’ospedale di Jersey. Nel 1972 muore, togliendosi la vita, anche Marcel Moore.(  Rosa Maria Puglisi,  Enciclopedia delle donne).

“La Cahun procede per vie interne (ancestrali), scava nel mito e nella storia e sceglie donne esemplari di cui ricostruire vite immaginarie secondo la lezione dell’amato zio, Marcel Schwob”.

Così ci presenza Roberto Speziale, nella sua postfazione, Eroine (duepunti edizioni), una raccolta di quindici novelle scritte  da Claude Cahun tra il 1920 e 1924 e pubblicate per la prima volta nel 1925. Eva, Dalila, Giulietta, Penelope, Elena, Saffo, Maria, Cenerentola, Margherita, Salomé, Sophie, Salmacide, la Bella: donne, eroine,  meravigliosamente folli, ribelli e incresciosamente autodistruttive. Letterarie che giocano il gioco del disorientamento. Non più quindi ritratti di donne volti a innescare rivendicazioni femministe, ma donne spinte dalla follia, dall’istinto alla ribellione e al’autolesionismo. Dove il sesso è la strada che porta alla libertà (evidenti i riferimenti a Sade, Wilde e Gide) e il corpo diventa, secondo la ormai consueta pratica della Cohun, ” oggetto, forma, strumento per sovvertire, ibrido, mutante e grottesco che rompe le armonie del canone classico”. (Roberto Speziale pp 115-116).

[ripropongo qui un articolo pubblicato in un altro mio blog qualche anno fa]