Incipit… Venere in pelliccia, L. von Sacher-Masoch

Luisa Casati

 

Mi trovavo in dolce compagnia.
Di fronte a me, vicino al massiccio caminetto rinascimentale, sedeva Venere, proprio lei, la Dea dell’Amore in persona e non una qualsiasi donnetta che, come Mademoiselle Cleopatra, avesse preso quel nome per combattere il sesso nemico.
Sedeva in poltrona e il fuoco scoppiettante da lei ravvivato le lambiva con riverberi rossastri e guizzanti il viso pallido dagli occhi chiari e, di tanto in tanto, quando cercava di scaldarli, i piedi.
Aveva una testa stupenda, malgrado i morti occhi di pietra, ma non riuscivo a vedere altro di lei. La sublime donna aveva il corpo marmoreo avvolto in un’ampia pelliccia in cui si era rannicchiata, tremando, come una gatta.
“Non la capisco, gentile signora”, le dissi “a dire la verità non fa più freddo, e da due settimane poi abbiamo una primavera splendida. Evidentemente lei è nervosa.”
“Bella primavera!” mi rispose con voce profonda e dura come il sasso, e dopo due rapidissimi e celestiali starnuti aggiunse:”Io non ne posso più e ora comincio a capire…”

Incipit da La venere in pelliccia, Leopold von Sacher-Masoch

 

La scuola dell’amore, Nizar Qabbani

Emilio Sommariva, Lina Corsino, 1933

 

 

Il tuo amore mi ha insegnato a essere triste,
ed io, da secoli, cercavo una donna che mi rendesse triste
una donna tra le cui braccia ho potuto piangere come un passero
una donna che avrebbe raccolto i miei pezzi, i miei frammenti di cristallo.

Il tuo amore, signora, mi ha spinto ad adottare cattive abitudini
a cercare di prevedere il futuro, sul fondo della mia tazza, migliaia di volte nella notte
a provare i rimedi dei guaritori e a bussare alla porta dei veggenti,
mi ha spinto ad uscire di casa per pettinare i marciapiedi,
e inseguire il tuo viso ovunque, sotto la pioggia,
nelle luci delle auto, negli abiti sconosciuti,
e a rincorrere il tuo spettro
nei manifesti della pubblicità,
a raccogliere dai tuoi occhi milioni di stelle.
Il tuo amore mi ha insegnato a girovagare, per ore,
alla ricerca di una chioma selvaggia
invidiata da tutti gli zingari,
di un volto, di una voce
che sono tutti i volti e tutte le voci…

Il tuo amore, signora, mi ha introdotto nelle città della tristezza
e prima del tuo amore non sapevo cosa fosse la tristezza,
non ho mai saputo che le lacrime sono l’Umano
e che l’Umano, senza tristezza non è che la parvenza di un essere umano.

Il tuo amore mi ha insegnato a comportarmi da bambino
a disegnare il tuo viso col gesso sui muri,
sulle vele dei pescherecci,
sulle campane della chiesa, sui crocifissi.
Il tuo amore mi ha insegnato che può cambiare la mappa del tempo,
mi ha permesso di capire che quando si ama, la terra smette di girare
il tuo amore mi ha insegnato cose che non avrei mai considerato.
Ho letto fiabe per bambini,
sono entrato nei palazzi dei re Geni,
ho sognato di sposare la figlia del Sultano,
i cui occhi sono più blu dell’acqua di una laguna,
le cui labbra sono più seducenti dei fiori di melograno.
Ho sognato di portarla via come un cavaliere,
di offrirle collane di perle e corallo.
Il tuo amore mi ha insegnato cos’è il delirio,
mi ha insegnato come la vita si consuma
senza che giunga la figlia del sultano.

Il tuo amore mi ha insegnato
come amarti in tutte le cose,
negli alberi nudi, nelle foglie ingiallite e secche,
in un giorno piovoso, nelle tempeste,
nel più piccolo Caffè in cui beviamo,
alla sera, il nostro caffè nero.
Il tuo amore mi ha insegnato
a cercare rifugio in alberghi senza nome,
in chiese senza nome,
in caffè senza nome.
Il tuo amore mi ha insegnato
come la notte può ingrandire
il dolore degli stranieri;
mi ha insegnato a contemplare Beirut,
una donna, tiranna e tentatrice,
una donna che indossa ogni sera
i più begli abiti che possiede
e spruzza profumo sul suo seno,
per il pescatore e i principi.
Il tuo amore mi ha insegnato
a piangere senza ragione,
mi ha insegnato gli incubi,
come un ragazzo con i piedi amputati
tra le strade di Rouche e Hamra.

Il tuo amore mi ha insegnato a essere triste,
ed io, da secoli, cercavo una donna che mi rendesse triste,
una donna tra le cui braccia ho potuto piangere come un passero,
una donna che avrebbe raccolto i miei pezzi, i miei frammenti di cristallo.

Nizar Qabbani , Opere selvagge (1970) [trad. di Josè Giuffrida]

 

[Foto: Emilio Sommariva, Lina Corsino, 1933]

 

La francese, Roberto Bolaño

George Holroyd, 2012

 

Un amore indimenticabile
E breve, Come un uragano?
No, un amore breve come il sospiro di una testa ghigliottinata,
La testa di un re o di un conte bretone,
Breve come la bellezza,
La bellezza assoluta,
Quella che contiene tutta la grandezza e la miseria del mondo
E che è visibile soltanto a coloro che amano.

R. Bolaño

 

Una donna intelligente.
Una bella donna.
Conosceva tutte le varianti, tutte le possibilità.
Lettrice degli aforismi di Duchamp e dei racconti di Defoe.
In generale con un autocontrollo invidiabile.
Salvo quando era depressa e si ubriacava,
Cosa che poteva durare due o tre giorni,
Una successione di bordeaux e valium
Che ti faceva venire la pelle d’oca.
Allora ti raccontava le storie che le erano accadute Tra i 15 e i 18 anni. Un film di sesso e terrore,
Corpi nudi e traffici ai limiti della legge,
Un’attrice per vocazione e allo stesso tempo una ragazza con strane tracce d’avarizia.
La conobbi quando aveva appena compiuto 25 anni,
In un’epoca tranquilla.
Penso che avesse paura della vecchiaia e della morte.
La vecchiaia per lei erano i trent’anni, La Guerra dei Trent’anni,
I trent’anni di Cristo quando cominciò a predicare,
Un’età come un’altra, le dicevo mentre cenavamo
A lume di candela Contemplando lo scorrere del fiume più letterario del pianeta.
Ma per noi la magia era altrove,
Nelle sponde possedute dalla lentezza, nei gesti
Squisitamente lenti Del disordine dei nervi.
Nei letti oscuri,
Nella moltiplicazione geometrica delle cristalliere vuote
E nella fossa della realtà,
Nostro assoluto
Nostro Voltaire
Nostra filosofia da camera e da budoir.
Come dicevo, una ragazza intelligente,
Con quella virtù rara, la previdenza, (rara per noi latinoamericani)
Così comune nel suo paese,
Dove perfino gli assassini hanno un libretto di risparmio
E lei non era da meno,
Un libretto di risparmio e una foto di Tristán Cabral,
La nostalgia del non vissuto,
Mentre quel celebre fiume trascinava via un sole moribondo
E sul suo viso scendevano lacrime in apparenza gratuite.
Non voglio morire, sussurrava mentre veniva
Nell’oscurità penetrante della camera da letto,
E io non sapevo che dire,
Davvero non sapevo che dire,
Salvo carezzarla e sostenerla mentre si muoveva
Su e giù come la vita,
Su e giù come le poetesse di Francia
Innocenti e castigate,
Fino a quando tornava sul pianeta Terra
E dalle labbra le sbocciavano
I paesaggi dell’adolescenza che improvvisamente riempivano la stanza
di suoi cloni che piangevano sulle scale mobili della metropolitana
di suoi cloni che facevano l’amore con due tipi alla volta
Mentre fuori cadeva la pioggia
Sui sacchetti della spazzatura e sulle pistole abbandonate sui sacchetti della spazzatura,
La pioggia che tutto lava
Meno la memoria e la ragione.
Abiti, giacche di pelle, scarpe italiane, biancheria che ti faceva impazzire
Che la faceva impazzire Entravano e uscivano dalla nostra stanza luminosa e pulsante
E rapidi episodi di altre avventure meno intime baluginavano nei suoi occhi feriti come lucciole.
Un amore che non sarebbe durato a lungo
Ma che alla fine sarebbe stato indimenticabile.
Sì, disse così,
Seduta accanto alla finestra,
Il volto sospeso nel tempo,
Le labbra: le labbra di una statua.
Un amore indimenticabile
Sotto la pioggia
Sotto quel cielo irto di antenne dove convivevano
I soffitti a cassettoni del XVII secolo
E la merda dei colombi del XX secolo
E in mezzo Tutta l’inestinguibile capacità di fare del male,
Invincibile attraverso gli anni, Invincibile attraverso gli amori
Indimenticabili.
Disse così.
Un amore indimenticabile
E breve, Come un uragano?
No, un amore breve come il sospiro di una testa ghigliottinata,
La testa di un re o di un conte bretone,
Breve come la bellezza,
La bellezza assoluta,
Quella che contiene tutta la grandezza e la miseria del mondo
E che è visibile soltanto a coloro che amano.


 

 

La francesa

Una mujer inteligente.
Una mujer hermosa.
Conocía todas las variantes, todas las posibilidades.
Lectora de los aforismos de Duchamp y de los relatos de Defoe.
En general con un auto control envidiable,
Salvo cuando se deprimía y se emborrachaba,
Algo que podía durar dos o tres días,
Una sucesión de burdeos y valiums
Que te ponía la carne de gallina.
Entonces solía contarte las historias que le sucedieron
Entre los 15 y los 18.
Una película de sexo y de terror,
Cuerpos desnudos y negocios en los límites de la ley,
Una actriz vocacional y al mismo tiempo una chica con extraños rasgos de avaricia.
La conocí cuando acababa de cumplir los 25,
En una época tranquila.
Supongo que tenía miedo de la vejez y de la muerte.
La vejez para ella eran los treinta años,
La Guerra de los Treinta Años,
Los treinta años de Cristo cuando empezó a predicar,
Una edad como cualquier otra, le decía mientras cenábamos
A la luz de las velas
Contemplando el discurrir del río más literario del planeta.
Pero para nosotros el prestigio estaba en otra parte,
En las bandas poseídas por la lentitud, en los gestos
Exquisitamente lentos
Del desarreglo nervioso,
En las camas oscuras,
En la multiplicación geométrica de las vitrinas vacías
Y en el hoyo de la realidad,
Nuestro absoluto,
Nuestro Voltaire,
Nuestra filosofía de dormitorio y tocador.
Como decía, una muchacha inteligente,
Con esa rara virtud previsora
(Rara para nosotros, latinoamericanos)
Que es tan común en su patria,
En donde hasta los asesinos tienen una cartilla de ahorros
y ella no iba a ser menos,
Una cartilla de ahorros y una foto de Tristán Cabral,
La nostalgia de lo no vivido, .
Mientras aquel prestigioso río arrastraba un sol moribundo
Y sobre sus mejillas rodaban lágrimas aparentemente gratuitas.
No me quiero morir, susurraba mientras se corría
En la perspicaz oscuridad del dormitorio,
Y yo no sabía qué decir,
En verdad no sabía qué decir,
Salvo acariciada y sostenerla mientras se movía
Arriba y abajo como la vida,
Arriba y abajo como las poetas de Francia
Inocentes y castigadas,
Hasta que volvía al planeta Tierra
Y de sus labios brotaban
Pasajes de su adolescencia que de improviso llenaban nuestra habitación
Con duplicados que lloraban en las escaleras automáticas del metro,
Con duplicados que hacían el amor con dos tipos a la vez
Mientras afuera caía la lluvia
Sobre las bolsas de basura y sobre las pistolas abandonadas
En las bolsas de basura,
La lluvia que todo lo lava
Menos la memoria y la razón.
Vestidos, chaquetas de cuero, botas italianas, lencería para volverse loco,
Para volverla loca,
Aparecían y desaparecían en nuestra habitación fosforescente y pulsátil,
Y trazos rápidos de otras aventuras menos íntimas
Fulguraban en sus ojos heridos como luciérnagas.
Un amor que no iba a durar mucho
Pero que a la postre resultaría inolvidable.
Eso dijo,
Sentada junto a la ventana,
Su rostro suspendido en el tiempo,
Sus labios: los labios de una estatua.
Un amor inolvidable
Bajo la lluvia,
Bajo ese cielo erizado de antenas en donde convivían
Los artesonados del Siglo XVII
Con las cagadas de palomas del Siglo XX.
Y en medio
Toda la inextinguible capacidad de provocar dolor,
Invicta a través de los años,
Invicta a través de los amores
Inolvidables.
Eso dijo, sí.
Un amor inolvidable
Y breve,
¿Como un huracán?,
No, un amor breve como el suspiro de una cabeza guillotinada,
La cabeza de un rey o un conde bretón,
Breve como la belleza,
La belleza absoluta,
La que contiene toda la grandeza y la miseria del mundo
Y que sólo es visible para quienes aman.

Roberto Bolaño da Los perros romanticos (Acantilado, Barcelona 2000)

Traduzione di Massimo Rizzante

 

[Foto: George Holroyd]

Le poesie che ho vissuto, Ghiannis Ritsos

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La Poesia non ha mai camminato così
sotto i bianchissimi meli in fiore di nessun Paradiso.

 

Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo
mi chiederanno la loro voce un giorno, quando te ne andrai.
Ma io non avrò più voce per ridirle, allora. Perché tu eri solita
camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto,
gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le mani
sulle ginocchia, mettendo in mostra provocante
i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così – dicevi;
ricordarmi così, coi piedi sporchi; coi capelli
che mi coprono gli occhi – perché così ti vedo più profondamente. Dunque,
come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così
sotto i bianchissimi meli in fiore di nessun Paradiso.

Ghiannis Ritsos da Erotica (Crocetti, 1981)

 

[Foto: Frantisek Drtikol]

 

Hai chiuso gli occhi, Giuseppe Ungaretti

Eugeny Kozhevnikov, Dream as Desire

 

Le tue mani si fanno come un soffio
d’inviolabili lontananze,
inafferrabili come le idee.

G. Ungaretti

 

Nasce una notte
piena di finte buche,
di suoni morti
come di sugheri
di reti calate nell’acqua.

Le tue mani si fanno come un soffio
d’inviolabili lontananze,
inafferrabili come le idee.

E l’equivoco della luna
e il dondolio, dolcissimi,
se vuoi posarmele sugli occhi,
toccano l’anima.

Sei la donna che passa
come una foglia.

E lasci agli alberi un fuoco d’autunno.

 

Giuseppe Ungaretti, Hai chiuso gli occhi

 

[Foto: Eugeny Kozhevnikov, Dream as Desire]

Inno di lode per le donne che amiamo, Nikos Engonopoulos

donne alla finestra

Dans les peuples vraiment libres,
les femmes sont lebres et adorées
Saint-Just T.

le donne che amiamo sono come melograno
vengono a trovarci
di notte
quando piove
con il loro seno annullano la nostra solitudine
entrano in profondità nei nostri capelli
e li adornano
come lacrime
come rive luminose
come melograne

le donne che amiamo sono cigni
i loro parchi
vivono solo nel nostro cuore
le loro ali sono
le ali degli angeli
le loro statue sono il nostro corpo
loro sono i bei filari di alberi
loro erette sulle punte dei piedi
leggeri
si avvicinano a noi
ed è come se ci baciassero
negli occhi
cigni

le donne che amiamo sono laghi
nei loro canneti
le nostre labbra ardenti fischiano
i nostri begli uccelli nuotano nelle loro acque

e poi
come volassero
li rispecchiano
orgogliosi come sono –
i laghi
e sulle loro rive le bianche lire
con la loro musica soffocano
la nostra amarezza
e come inondano il nostro essere
di gioia
di calma
le donne che amiamo sono
laghi

le donne che amiamo sono come bandiere
ondeggiano ai venti del desiderio
i loro lunghi capelli
brillano
la notte
nelle loro calde mani tengono
la nostra vita
il loro soffice ventre
la volta celeste
le nostre porte
le nostre finestre
le flotte
le nostre stelle vivono sempre a loro vicine

i loro colori sono
le parole d’amore
le loro labbra
sono il
sole la luna
e la loro vela è la nostra sindone:
le donne che amiamo sono come bandiere

Nikos Engonopoulos, Inno di lode per le donne che amiamo (in La donna, la libertà, l’amore, Mondadori, 2008)

[Foto: dal web]

[Non abbiamo qui bisogno di una giornata specifica per celebrare la donna, o per manifestare in suo favore: tra queste pagine la donna, la sua essenza, il suo essere  è più che presente, e potrei citare decine e decine di post a riguardo. Però, perchè non cogliere l’occasione per ricordarvi e abbracciarvi una ad una, anche oggi! 😉 ]

Altre poesie:

https://laterraeblucomeunarancia.wordpress.com/2016/09/27/donna-ascia-susana-chavez/

https://laterraeblucomeunarancia.wordpress.com/2016/06/12/ritratto-di-donnawislawa-szymborska/

https://laterraeblucomeunarancia.wordpress.com/2016/12/11/le-passanti-pol-brassens-de-andre/

Attesa, Raymond Carver

anny-garlan

 

 

Esci dalla statale a sinistra e
scendi giù dal colle. Arrivato
in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra. La strada
arriva a un bivio. Ancora a sinistra.
C’è un torrente, sulla sinistra.
Prosegui. Poco prima
della fine della strada incroci
un’altra strada. Prendi quella
e nessun’altra. Altrimenti
ti rovinerai la vita
per sempre. C’è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. È quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. È quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c’è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino a ora.
La donna che ti ama.
L’unica che può dirti:
“Come mai ci hai messo tanto?”

Raymond Carver, Attesa

 

[Foto: Anny Garlan ]

Donna Genovese, Dino Campana

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_

Tu mi portasti un po’ d’alga marina
nei tuoi capelli, ed un odor di vento,
che è corso di lontano e giunge grave
d’ardore, era nel tuo corpo bronzino:
– Oh la divina
semplicità delle tue forme snelle –
Non amore non spasimo, un fantasma,
un’ombra della necessità che vaga
serena e ineluttabile per l’anima
e la discioglie in gioia, in incanto serena
perché per l’infinito lo scirocco
se la possa portare.
Come è piccolo il mondo e leggero nelle tue mani!

Dino Campana, da Inediti, 1942

[Foto: Federica Erra]

Sono un altro testimone, Jorge Roberto Aguilar Amado

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Sono un altro testimone di come tutto è venuto giù,
come tutto si è perduto,
come la nostra armonia alla fine è morta.

Quelle strade che solevo dominare
sembrano farsi sconosciute per me.
Passeggio giorno e notte come un parco desolato.
Sono testimone di come se n’è andato tutto quello che ho amato.

L’autunno sembra più grigio e cupo che prima.
Le gocce di pioggia sono ancora più penetranti;
il sole muore lentamente come quei sogni e mete
che un giorno abbiamo tracciato insieme.

E di tutto questo sono un altro testimone.
Già non sono come ieri,
mi nascondo e m’intimidisco davanti allo sconosciuto

E’ così e così sarà, io che sono stato la luce dell’alba, poesia
in versi, leone cacciatore, canto d’uccello, acqua del mare,
svegliarmi a Parigi; oggi sono solo un altro testimone.

Tutto s’è perduto e solo ci resta un passato da ricordare
e un futuro da sognare; ed io sono solo un altro testimone.

Sembra eterna questa agonia; non esiste luce né bailamme.
Ottobre mai finisce, mentre svanisce il tuo sorriso
di donna innamorata; ed io sono un altro testimone.

 

__

 

Soy un testigo más de como todo se vino abajo,
como todo se perdió,
como nuestra armonía finalmente pereció.

Aquellas calles que solía dominar
parecen desconocidas para mi.
Paseo día y noche como un parque desolado.
Soy un testigo de como se fue todo lo que he amado.

El otoño parece más gris y sombrío que antes.
Las gotas de lluvia son aún más punzantes;
el sol muere lentamente como aquellos sueños y metas
que un dia trazamos juntos.

Y de todo esto soy un testigo más.
Ya no soy como ayer,
me escondo y me intimido frente a lo desconocido.

Así es y así será, yo que fui luz del amanecer, poesía
en verso, león cazador, canto de ave, agua del mar,
despertar en París; hoy solo soy un testigo más.

Todo se perdió y solo nos queda un pasado para recordar
y un futuro por soñar; y yo soy un testigo más.

Parece eterna esta agonía; no existe luz ni algarabía.
Octubre nunca acaba, mientras se desvanece tu sonrisa
de mujer enamorada; y yo soy un testigo más.

 

Jorge Roberto Aguilar Amado  (Trad. Antonio Narraro)