1944-1947, Franco Fortini

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[…] Come ti guardo
ora, come ti chiedo,
ora che sei di tutto
non so se domanda o sentenza
o giudizio, mia sola
anima che mi tremi
a questo primo buio.

 

F. Fortini

 

1

Era la guerra, la notte tremavano
nelle credenze i cristalli al ronzio
delle ondate da ovest ad oriente
o a sud, verso l’Italia. Chi ero io
e tu chi eri? Cominciò così.

Lungo e grigio era il lago di Zurigo
e i tram celesti nell’aria di neve.

2

«Sei la mia vita…» Vecchi carri carichi
delle macerie di Milano andavano
verso il nostro avvenire che ora è qui,
la modesta collina del passato
che agita un poco di verde in questo aprile.
Poi fu tanto lavoro, la città
intera e gli anni. Sei così da quella
mattina, la mia vita ancora, gli occhi
che mi guardano ormai
da un luogo nostro che è oltre noi due.

3

Scoprivi il mare di sera, era qua
e là verde, qua e là nero vino.
Un’alga lunga era quieta a mezz’acqua.
Così non visto muta un destino.

Non dava segno di vita la «monaca» violetta.
Poi si staccò, calò al fondo su ali eque.
Fu paura, o che? Da allora tacque
la verità ma aspetta.

4

Era come dicevano,
un giorno avremmo avuto la vita alle spalle
e tu m’avresti detto: «non sono più giovane».
E io t’avrei risposto soltanto guardandoti
per difendere te, amore mio,
da chi senza rimedio
ci porta insieme via. Come ti guardo
ora, come ti chiedo,
ora che sei di tutto
non so se domanda o sentenza
o giudizio, mia sola
anima che mi tremi
a questo primo buio.

Franco Fortini (da Una volta per sempre, Mondadori, 1963)

 

[Foto: dipinto di Hamish Blakely]

 

Franco Fortini è un poeta che sto conoscendo lentamente, senza fretta, che sto conoscendo a priori di ogni possibile critica letteraria che si possa fare alla sua poetica, simbolo della ricercatezza e sperimentazione del suo secolo. Lo sto conoscendo come in precedenza (senza mai arrivare ad un fine o una fine) ho fatto con Ungaretti, e  come spesso farò con autori così carichi di cronache e vissuto come loro. Stiamo infatti parlando (prima ancora che di un poeta) di un uomo che ha vissuto intensamente e fortemente la storia fatta e disfatta del suo secolo, raccogliendola e raccontandocela passo per passo in tutte le sue poesie, mescolando il singolo uomo che fu alle vicende umane della sua epoca. Una cronaca che nella sua totalità ci consegna un frammento di storia prezioso quanto il più monumentale dei ricordi. Se la cronaca pecca di relatività, il racconto  alle volte di ingenuità, la poesia è sempre (anche quando è quella della soggettività) quella voce che -per qualche ragione ancora misteriosa- riesce a svelarci l’autenticità di ciò che c’è dietro alle parole, sincerità autentica:  magia possibile a chi è poeta.

E’ per me questo, come altri, un poeta necessario dunque, perché in tempi accecati come il nostro secolo, abbiamo perso noi stessi nell’abbaglio (o illusione) di poter essere ovunque e di chiunque, sempre giusti e savi, qualche volta gladiatori di arene immaginarie inventate ad hoc per illuderci della sicurezza della nostra forza e fortezza, in tempi in cui l’uomo vaga senza posa tra strade virtuali perdendo ad ogni passo origine e centro; tempi nei quali tra il proliferare della violenza e delle stragi, della fame e della guerra, abbiamo perso l’immagine vera e concreta di cosa significa realmente soffrire, di cosa si possa definire necessario e di cosa realmente implica il nostro agire. Tempi in cui  diventa forte l’ugenza di fare del nostro vagare una nuova materialità, una carne che si faccia vita e che attraverso di essa ci ricordi col suo pulsare, che ciò che abbiamo di più prezioso è sempre ciò che possiamo toccare, vedere, amare, che il bene che possiamo fare è solo quello reale, che solo il male può diffondersi senza carne nè origine, senza fine. E’ per questo che abbiamo bisogno oggi più che mai di parole come queste,  che si facciano carne e ci ricordino cos’è la guerra, cosa significa perdere la propria casa ma continuare a sperare, cosa significa avere paura, ma anche gioire, amare, e vivere di una vita che molto spesso ha troppe domande e poche risposte, ma che non per questo dobbiamo smettere di interrogare.