In una stessa terra, Antonella Anedda

Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l’attesa marina – senza grido – infinita.

A. Anedda

 

Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell’ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l’attesa marina – senza grido – infinita.
Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta
– da brughiera –
sulla terra del viale.
Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.

 

Antonella Anedda, Notti di pace occidentale, Donzelli, Roma 1999

 

[Una delle voci femminili più interenti di oggi in una poesia che racconta l’esigenza e l’urgenza della parola. La necessità e insieme l’imperativo del poeta che a se stesso dice: “Scrivi“, nella consapevolezza che tutto è fragile. Un canto  intimo e corale, un assolo composto, un grido quasi sussurrato, a se stessi per se stessi: per i felici come per chi indietreggia nel buoi della vita… perché nulla è difeso e la parola bosco/ trema più fragile del bosco… Una poesia che contempla il proprio esser-ci, il  suo mistero (o misterioso coraggio).

[La foto è presa dal prezioso e sempre più ampio inventario di Dino Ignani: http://www.dinoignani.net/poeti.html , tutto dedicato ai poeti italiani contemporanei, in scatti che spesso riescono a catturare e a mostrare in un colpo solo l’essenza del loro intimo.]

Ritratti in versi: Dario Bellezza

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Forse mi prende malinconia a letto
se ripenso alla mia vita tempesta e di
mattina alzandomi s’involano i vani
sogni e davanti alla zuppa di latte
annego i miei casi disperati.

Gli orli senza miele della tazza
screpolata ai quali mi attacco a bere
e nella gola scivola piano il mio
dolore che s’abbandona alle
immagini di ieri, quando tu c’eri.

Che peccato questa solitudine, questo
scrivere versi ascoltando il peccatore
cuore sempre nella stessa stanza

con due grandi finestre, un tavolo
e un lettino di scapolo in miseria.

E se l’orecchio poso al rumore solo
delle scale battute dal rimorso
sento la tua discesa corrosa
dalla speranza.

Dario Bellezza da Invettive e licenze, Garzanti, 1971

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Sleale è insistere su chi sono io.
Il punto partenza è scontato
l’arrivo è certo nello stato
attuale: morte come sostanza
o strato finale di un cuore malato.
Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro
ma non posso. Troppo ho peccato
di peccati non miei, attribuiti
a posteri, mancati inganni.
Cerco amori nuovi, violente sere.
Perdono chiedo a chi non amai.
Forse verrò domani ad un prato
verde, – e non sarò più solo.

Dario Bellezza, da L’avversario (Mondadori, 1994)

[Foto: Dino Ignani]

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[Quasi sempre quando pubblico un articolo parto dai versi a cui associo un’immagine, questa volta è proprio l’immagine ad avermi ispirato queste due poesie di Dario Bellezza, un ritratto d’autore che riesce secondo me a cogliere l’essenza di questo poeta, “il miglior poeta di questa generazione”, come lo definì Pasolini negli anni ’70. Ua voce per molto tempo dimenticato, anche e soprattutto in virtù della sua stessa esistenza: omosessuale in quegli anni e malato di AIDS, che gli procurarono (a parte i più stretti amici e gli intellettuali che mai si dimenticarono di lui) un grande isolamento. La solitudine ma insieme il bisogno di narrare del suo io, gli amori anch’essi quasi sempre solitari, una vita all’insegna di valori “anti-borghesi”, un verso che è  insieme tradizionale e sperimentale insieme: sono questi i punti di forza dell sua poesia, riproposta recentemente e per la prima volta nella sua interezza nella raccolta Tutte le poesie (Mondadori, 2015)]

La foto di Dino Ignani è solo una tra i tanti ritratti di poeti che questo fotografo è riuscito a cogliere, spesso nella loro essenza. Una bella galleria della poesia contemporanea che vi consiglio di sfogliare:  http://www.dinoignani.net/poeti.html ]

Dopo il dono di Dio vi fu la rinascita… Amelia Rosselli

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… Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.

A. Rosselli, in Documento

 

Dopo il dono di Dio vi fu la rinascita. Dopo la pazienza
dei sensi caddero tutte le giornate. Dopo l’inchiostro
di Cina rinacque un elefante: la gioia. Dopo della gioia
scese l’inferno dopo il paradiso il lupo nella tana. Dopo
l’infinito vi fu la giostra. Ma caddero i lumi e si rinfocillarono
le bestie, e la lana venne preparata e il lupo divorato.
Dopo della fame nacque il bambino, dopo della noia scrisse
i suoi versi l’amante. Dopo l’infinito cadde la giostra
dopo la testata crebbe l’inchiostro. Caldamente protetta
scrisse i suoi versi la Vergine: moribondo Cristo le rispose
non mi toccare! Dopo i suoi versi il Cristo divorò la pena
che lo affliggeva. Dopo della notte cadde l’intero sostegno
del mondo. Dopo dell’inferno nacque il figlio bramoso di
distinguersi. Dopo della noia rompeva il silenzio l’acre
bisbiglio della contadina che cercava l’acqua nel pozzo
troppo profondo per le sue braccia, Dopo dell’aria che
scendeva delicata attorno al suo corpo immenso, nacque
la figliola col cuore devastato, nacque la pena degli uccelli,
nacque il desiderio e l’infinito che non si ritrova se
si perde. Speranzosi barcolliamo fin che la fine peschi
un’anima servile.

Amelia Rosselli, in Variazioni Belliche

[Foto: Dino Ignani]