La precisione della poesia, Chandra Livia Candiani

La poesia è un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino

P. Celan

 

Ci sono tutti, tutti quanti,
non in fila, e nemmeno
in cerchio,
ma mescolati come farina e acqua
nel gesto caldo
che fa il pane:
io è un abbraccio.

C. L. Candiani

 

Ho sperato tanto nelle parole e ho bussato tanto dentro le parole, ho anche spalancato le parole, fracassato le parole, accarezzato le parole. La parola è in via d’estinzione, penso che dovremmo svegliarci e accorgercene che tra le tante cose del nostro pianeta che stanno morendo ci sono anche le parole, e averne tanta cura, coltivare una vera passione per le parole che ancora possono raggiungere l’altro. Le parole sono un ponte tra io e tu, e spesso servono invece per dividere.

 

La poesia per me è una non specialità, non sapere niente di speciale, non sapere, ma un immergersi nel non lo so, un ricevere le parole come arrivassero da una grande bocca misteriosa e farsi tutt’orecchi. Diceva Paul Celan “La poesia è un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino”, e io sento una grande gratitudine perché la poesia è venuta a trovarmi quando avevo dieci anni, e spero che non mi abbandonerà mai, perché è la mia religione, è quella cosa che mi lega alla vita, che mi lega anche a tutti gli invisibili, soprattutto ai bambini che non vengono visti né ascoltati, che grazie alla poesia possono trovare una lingua madre. La poesia è la lingua di chi non sa parlare.

Chandra Livia Candiani

 

 

[Parole per riflettere, parole per sorridere, parole per tacere e ascoltare: età. radici, parole, poesia, oggetti, casa, luna, notte, luce, maestri, connessioni, mappa… Sono tante le parole rievocate in questo breve documentario dove, con semplicità e delicatezza, Livia Chandra Candiani racconta a noi -e forse un po’ a se stessa- il mistero della vita, l’esperienza della poesia, il non detto delle cose, ad offrirci, in un pomeriggio qualunque, una tazza di té al momento giusto.]

 

 

Schiuma d’onda, Cesare Pavese da Dialooghi con Leucò

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Ci vogliono miti, universali fantastici, per esprimere a fondo e indimenticabilmente quest’esperienza che è il mio posto nel mondo.

C. Pavese in una lettera a F. Pivano (27 giugno 1942)

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La poesia non è un senso ma uno stato, non un capire ma un essere.

C. Pavese, Il mestiere di vivere

 

 

BRITOMARTI: Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos’è sorridere?

SAFFO: Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte.

BRITOMARTI: Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un’onda o una foglia, accettando la sorte. E’ morire a una forma e rinascere a un’altra. È accettare, accettare, se stesse e il destino.

SAFFO: Tu l’hai dunque accettato?

BRITOMARTI: Sono fuggita, Saffo. Per noialtre è più facile.

SAFFO: Anch’io, Britomarti, nei giorni, sapevo fuggire. E la mia fuga era guardare nelle cose e nel tumulto, e farne un canto, una parola. Ma il destino è ben altro.

BRITOMARTI: Saffo, perché? Il destino è gioia, e quando tu cantavi il canto eri felice.

SAFFO: Non sono mai stata felice, Britomarti. Il desiderio non è canto. Il desiderio schianta e brucia, come il serpe, come il vento.

….

 SAFFO: Non invidio nessuno. Io ho voluto morire. Essere un’altra non mi basta. Se non posso esser Saffo, preferisco esser nulla.

BRITOMARTI: Dunque accetti il destino?

SAFFO: Non l’accetto. Lo sono. Nessuno l’accetta.

BRITOMARTI: Tranne noi che sappiamo sorridere.

SAFFO: Bella forza. É nel vostro destino. Ma che cosa significa?

BRITOMARTI: Significa accettarsi e accettare.

SAFFO: E che cosa vuol dire? Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio, desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna, come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t’infrange, e tu ricadi, e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa, e la schiuma – il tumulto – si dibatte ai tuoi piedi. Nessuno ha mai pace. Si può accettare tutto questo?

 

[Un’altra delle letture di questi giorni: Dialoghi di Leucò di Cesare Pavese, ventisette dialoghi, brevissimi, tra miti, eroi, dei, ninfe e uomini del  mondo classico greco, rivisitato non solo in chiave moderna ma in chiave personalissima dall’autore. In realtà non sono che brevi scambi tra miti (potremmo dire universali), non hanno in sè una morale o una via univoca, molti di questi anzi lasciano più interrogativi che certezze. Come questo, che amo moltissimo (insieme a Il fiore, tra i miei preferiti). Qui si discorre sul destino, le voci sono quelle della ninfa Britomarti, prima ninfa di terra successivamente trasformata in ninfa di mare, per sfuggire all’amore di Minosse e preservare la sua verginità; la seconda è Saffo, gettatasi dalla rupe dell’isola di Leucade, nel Mar Ionio, per sfuggire al suo destino. In entrambe abbiamo non l’annullamento ma la metamorfosi, quella dell’essere diventata onda del mare, accettato dalla ninfa, rifiutato da Saffo che voleva con la morte il nulla, la fine assoluta del suo destino. Uomo e destino, cos’è l’uomo di fronte al suo destino, cosa può… tanti sono gli interrogativi a tal proposito, come i temi che sono ricorrenti nell’opera: l’infanzia, la solitudine, la passione, il destino, la morte, la poesia. Come a tornare è il mare: non a caso Leucò (Leucotea, Il titolo è un omaggio a Bianca Garufi, con la quale Pavese ha avuto una passionale relazione. Leucò, infatti, è la traduzione greca di bianca.) è una divinità marina, che guidava e proteggeva i navigatori nella tempesta, l’acqua e il ritorno della vita nelle sue molteplici forme. Qui il mare torna e ritorna, quale onda, quale via di fuga, morte, metamorfosi, quale amore: le acque dove sono Saffo e Brotomarti non sono altro che quelle di Afrodite, la dea dell’amore. La grazie e la poesia con le quali prendono vita questi dialoghi sono uniche, siamo di fronte ad un’opera carica di vita e pathos, densa di significati e metafore, un’opera davvero stupefacente, se si pensa poi che ogni dialogo è della lunghezza di poco più di due tre pagine, una testimonianza di quali e quanti infiniti volti abbia la poesia, “la poesia non è un senso ma uno stato, non un capire ma un essere.”.( Il mestiere di vivere, C. Pavese). Mito e poesia dunque, insieme, per raccontarci la vita e i suoi- altrimenti insondabili- misteri.]

 

[Foto: Canova, Le tre grazie, 1817 (scultura, particolare)]

All’ipotetico lettore, Margherita Guidacci

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… E sappi che l’affetto nell’addio
non è minore che nell’incontro. Rimane
uguale e sarà eterno.

M. Guidacci

 

Ho messo la mia anima fra le tue mani.
Curvale a nido. Essa non vuole altro
che riposare in te.
Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire. Fa’ che siano
allora come foglie e come vento,
assecondando il suo volo.
E sappi che l’affetto nell’addio
non è minore che nell’incontro. Rimane
uguale e sarà eterno. Ma diverse
sono talvolta le vie da percorrere
in obbedienza al destino.

Margherita Guidacci, da  Anelli del tempo (Edizioni Città di Vita, 1993)

 

In ogni amore… da “Amore liquido” di Z. Bauman

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 Nessuno può sperimentare due volte lo stesso amore e la stessa morte. Per questa ragione, nessuno può “imparare ad amare”, come nessuno può “imparare a morire”. Benché molti di noi sognino di farlo e non manca chi provi a insegnarlo a pagamento.

Zygmunt Bauman, da La Repubblica, 20 novembre 2012

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In ogni amore ci sono almeno due esseri, ciascuno dei quali è la grande incognita nell’equazione dell’altro. E’ questo che fa percepire l’amore come un capriccio del destino: quello strano e misterioso futuro, impossibile da predire, prevenire o evitare, accelerare o arrestare. Amare significa offrirsi a quel destino, alla più sublime di tutte le condizioni umane, una condizione in cui paura e gioia si fondono in una miscela che non permette più ai suoi ingredienti di scindersi. E offrirsi a quel destino significa, in ultima analisi, l’accettazione della libertà nell’essere: quella libertà che è incarnata nell’Altro, il compagno in amore.

Zygmunt Bauman, da Amore liquido

[Foto: Lester Le Po Fun]