Dolcenera, De Andrè

E l’amore ha l’amore come solo argomento
E il tumulto del cielo ha sbagliato momento

F. De Andrè

Amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’é
amiala cum’â l’aria ch’â l’è lê ch’â l’è lê
amiala cum’â l’aria amìa amia cum’â l’è
amiala ch’â l’arìa amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

nera che porta via che porta via la via
nera che non si vedeva da una vita intera così dolcenera nera
nera che picchia forte che butta giù le porte

nu l’è l’aegua ch’à fá baggiá
imbaggiâ imbaggiâ

nera di malasorte che ammazza e passa oltre
nera come la sfortuna che si fa la tana dove non c’è luna luna
nera di falde amare che passano le bare

âtru da stramûâ
â nu n’á â nu n’á

ma la moglie di Anselmo non lo deve sapere
ché è venuta per me
è arrivata da un’ora
e l’amore ha l’amore come solo argomento
e il tumulto del cielo ha sbagliato momento
acqua che non si aspetta altro che benedetta
acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale sale
acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte

nu l’è l’aaegua de ‘na rammâ
‘n calabà ‘n calabà

ma la moglie di Anselmo sta sognando del mare
quando ingorga gli anfratti si ritira e risale
e il lenzuolo si gonfia sul cavo dell’onda
e la lotta si fa scivolosa e profonda

amiala cum’â l’aria amìa cum’â l’è cum’â l’è
amiala cum’â l’aria amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti
acqua per fotografie per cercare i complici da maledire
acqua che stringe i fianchi tonnara di passanti

âtru da camallâ
â nu n’à â nu n’à

oltre il muro dei vetri si risveglia la vita
che si prende per mano
a battaglia finita
come fa questo amore che dall’ansia di perdersi
ha avuto in un giorno la certezza di aversi
acqua che ha fatto sera che adesso si ritira
bassa sfila tra la gente come un innocente che non c’entra niente
fredda come un dolore Dolcenera senza cuore

atru de rebellâ
â nu n’à â nu n’à

e la moglie di Anselmo sente l’acqua che scende
dai vestiti incollati da ogni gelo di pelle
nel suo tram scollegato da ogni distanza
nel bel mezzo del tempo che adesso le avanza
così fu quell’amore dal mancato finale
così splendido e vero da potervi ingannare

Amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’é
amiala cum’â l’aria ch’â l’è lê ch’â l’è lê
amiala cum’â l’aria amìa amia cum’â l’è
amiala ch’â l’arìa amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

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* Traduzione dal genovese:

Guardala che arriva guarda com’è com’è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei
guardala come arriva guarda guarda com’è
guardala che arriva che è lei che è lei

Non è l’acqua che fa sbadigliare
ma chiudere porte e finestre chiudere porte e finestre

Altro da traslocare
non ne ha non ne ha

Non è l’acqua di un colpo di pioggia
ma un gran casino un gran casino

Guardala come arriva guarda com’è com’è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei

Altro da mettersi in spalla
non ne ha non ne ha

Altro da trascinare
non ne ha non ne ha

Guardala che arriva guarda com’è com’è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei
guardala come arriva guarda guarda com’è
guardala che arriva che è lei che è lei

Compositori: Fabrizio De Andre’ / Ivano Fossati

Testo di Dolcenera © Sony/ATV Music Publishing LLC

 

 

[Così De André spiega questa canzone ad un concerto:

“Questo del protagonista di Dolcenera è un curioso tipo di solitudine. È la solitudine dell’innamorato, soprattutto se non corrisposto. Gli piglia una sorta di sogno paranoico, per cui cancella qualsiasi cosa possa frapporsi fra se stesso e l’oggetto del desiderio. È una storia parallela: da una parte c’è l’alluvione che ha sommerso Genova nel ’70, dall’altra c’è questo matto innamorato che aspetta una donna. Ed è talmente avventato in questo suo sogno che ne rimuove addirittura l’assenza, perché lei, in effetti, non arriva. Lui è convinto di farci l’amore, ma lei è con l’acqua alla gola. Questo tipo di sogno, purtroppo, è molto simile a quello del tiranno, che cerca di rimuovere ogni ostacolo che si oppone all’esercizio del proprio potere assoluto.”]

Smisurata preghiera, Fabrizio De André

 

per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità

F. De André

 

Vivo di parole. Le scelgo con cura, le penso con amore e precisione.
Le parole sono uno strumento potente di creazione. Danno un’identità al mondo in cui vivo, un mondo fluido, magmatico e imprendibile.
Voglio conoscere il mondo, tutto, voglio entrarci per liberare e per liberarmi. Accosto le parole alla musica per raccontarlo, questo mondo. L’unico possibile, l’unico cantabile e l’unico narrabile.
Sono un cantastorie con le corde della chitarra a farmi da dita e le ali dell’immaginazione per volare sull’altalena del mondo.

Fabrizio de André

 


 

Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al di sopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità

Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta

recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
Coltivando tranquilla
l’orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta

come una malattia
come una sfortuna
come un’anestesia
come un’abitudine

per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità

per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti

come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere

 

Fabrizio De André, Smisurata Preghiera, da Anime Salve

 


 

[Così ci spiega De Andrè :

L’ultima canzone dell’album è una specie di riassunto dell’album stesso: è una preghiera, una sorta di invocazione… un’invocazione ad un’entità parentale, come se fosse una mamma, un papà molto più grandi, molto più potenti. Noi di solito identifichiamo queste entità parentali, immaginate così potentissime come una divinità; le chiamiamo Dio, le chiamiamo Signore, la Madonna. In questo caso l’invocazione è perchè si accorgano di tutti i torti che hanno subito le minoranze da parte delle maggioranze.

Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e di contarsi … dire “Siamo 600 milioni, un miliardo e 200 milioni…” e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto, soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze.
La preghiera, l’invocazione, si chiama “smisurata” proprio perchè fuori misura e quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi ci proviamo lo stesso.»
(Presentazione dello stesso De André durante un concerto) ]

 

 

Alla mia maestra di laicità: lettera di Don Gallo a Fernanda Pivano

 

Amo la Fernanda, che mi amava teneramente. A me personalmente, come prete che ama la sua Chiesa cattolica, la Fernanda ha insegnato a usare anche un linguaggio antropologico tale da essere comprensibile agli altri e capace di mostrare le «ragioni umane». […]

È la mia maestra di laicità, intesa come uno spazio etico in cui tutte le religioni possano essere capite e rispettate, per il superamento di tutti gli integralismi.

Don Gallo, lettera per Fernanda Pivano

 

 

 

Genova, 21 agosto 2009

Se andate sul sito ufficiale della Fernanda, vedrete che l’11 settembre scriveva: «Con molto dolore per i morti e per la tragedia, devo dichiararmi perdente e sconfitta, perché ho lavorato settant’anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della nonviolenza e vedo il pianeta cosparso di sangue».
Cara Fernanda, non sei né perdente né sconfitta.
Intanto, come tu desideravi, sono qui come povero prete a portarti le rose bianche, i tuoi fiori preferiti. I ragazzi della mia comunità li hanno cercati per tutto il giorno.
Quando Dori Ghezzi mi ha comunicato la notizia della morte di Fernanda, a ottantun anni mi sono sentito «smarrito». Mi son detto: «Ho perso un altro punto di riferimento».

Nel luglio scorso, in occasione del compleanno, ho letto il suo ultimo articolo, in cui si rammaricava della scomparsa di Arthur Miller. Diceva: «Un genio come lui se n’è andato troppo presto», e di anni ne aveva ottantanove.
Forse il segreto di Nanda è lo stesso del vecchio suonatore Jones di Spoon River, che «giocò con la vita per tutti i novant’anni».
Siamo nella stessa chiesa dove abbiamo salutato e abbracciato Fabrizio. C’era don Antonio Balletto, un’altra mancanza, che diceva: «Grazie Fabrizio, ci hai insegnato l’alfabeto dell’amore».
La Fernanda possiamo definirla un’«antologia dell’amore».
Al termine di una lunga intervista, nel 1971, lo stesso Fabrizio disse a Fernanda: «Ti sei dimenticata di rivolgermi una domanda: “Chi è Fernanda Pivano?”». «Per me – continua Fabrizio – è una ragazza di vent’anni che inizia la sua professione traducendo il libro di un libertario, mentre la società italiana ha tutt’altra tendenza. È successo tra il ’37 e il ’44, quando questo ha significato coraggio.»

Cara Fernanda, mi hai insegnato a osare la speranza.
Fernanda gioiva, ormai novantenne, per la visita dei ragazzi che andavano ancora a farsi autografare il libro di Hemingway, di Kerouac, di Gregory Corso, di Allen Ginsberg e di tutti gli autori che hanno permesso loro di sognare, ed era così orgogliosa di poter dire d’aver contribuito a farli conoscere. A questi sognatori ricordava sempre che dovevano ringraziare la follia di Gregory, la visione di Ti Jean, le preghiere di Allen.
In queste ore la rete è piena di messaggi di ragazzi di venti, trent’anni che la ricordano come una di loro. No, la Fernanda non se n’è andata. Guardate quanta gente la ricorda in tutto il mondo, sui giornali, in tv. Ieri anche «L’Osservatore Romano» le ha dedicato un ottimo articolo. Ancora una volta il colle di Carignano, come nel gennaio del 1999, è un lago d’amore. Non se ne va Fernanda, il passato dei ricordi si insinua nel presente con una immanenza che è insieme dolente e grata.

Altre persone ne prenderanno il testimone per proseguire l’impegno a lottare, con le armi della parola, della poesia, della coerenza, della pace, contro questo sistema che produce violenza, sfruttamento e infamità, che ostenta volgarità e ignoranza.
Una volta la Fernanda sottolineava come fu colpita dalla «rivoluzionaria tenerezza» dei versi di Masters. «Una rivoluzione moderna» diceva.
La Fernanda non ha mai creduto alla violenza e la sua vita è sempre stata avvolta in una rivoluzionaria tenerezza, per questo la ricordiamo col volto solare e un sorriso radioso.
Come si divertiva quando traduceva con me un passo dell’enciclica Pacem in terris di papa Giovanni. Sapeva il latino meglio di me e nel tradurre «alienum est a ratione, bellum iam aptum esse ad violata iura sarcienda» esultava: «Chi dice di portare la democrazia con le armi è pazzo».
Nel liceo classico D’Azeglio di Torino arrivò un supplente, Cesare Pavese, e consegnò a Fernanda alcuni libri: Addio alle armi di Ernest Hemingway e l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Subito Fernanda se ne innamorò.

L’Antologia di Spoon River opponeva al cinismo che attraversava l’America materialistica di quel tempo la fiducia e la serenità nell’amore, nella lealtà e nella vita vera. Negli anni Cinquanta Fernanda è desiderosa d’incontrare dal vivo i maestri di una narrativa che in Italia si era appena cominciata a conoscere, grazie a Pavese e a Vittorini. Più tardi, a Cortina, incontra Hemingway. Scopre un mondo di sogni, di ideali, valori che non si stancherà più di celebrare: dal pacifismo di Henry Miller, amato e contemporaneamente odiato dalla Beat Generation degli anni Sessanta, a Ginsberg, Kerouac, Corso, Ferlinghetti, che a lui e al suo antimperialismo si rifece, all’esempio di inesausta sete di nuovo, di autenticità di Hemingway.

In nome di un’idea di ritorno all’essenzialità dell’uomo, in contrasto con i pregiudizi del consumismo capitalista, tutti hanno vissuto e scritto senza distinguere tra arte e vita, da Don DeLillo ai minimalisti.
Mi chiamano «prete di strada», è vero, a me piace la strada. E mi piace pure il romanzo On the road di Kerouac. È l’autore di Fernanda che ho amato di più. Era un genio, ha inventato tutto.
Sulla strada è il libro della libertà. I giovani amano la libertà autentica e noi li massacriamo con il proibizionismo. Per la mia esperienza il fenomeno delle droghe è come una strage mafiosa.
Per Fernanda la traduzione era un continuo trasfigurarsi per trasformare il mondo. Per lei Hemingway equivaleva all’intima conoscenza delle debolezze umane.

Ma qual era la tecnica della Pivano? Lo scrive «L’Osservatore Romano»: «Dimenticare il proprio modo di scrivere per capire e riportare il modo di scrivere dell’autore tradotto, in piena umiltà, se pur con acribia, con scrupolo filosofico, non esente da necessaria immaginazione». Una personalità sensibile, generosa, affettuosa e un’ingenuità di fondo. Una donna rigorosa, severa e scherzosa. In una festa alle Cinque Terre, dichiarò ai giornalisti: «Mi sono fidanzata con don Gallo stasera e sono già incinta». Amo la Fernanda, che mi amava teneramente. A me personalmente, come prete che ama la sua Chiesa cattolica, la Fernanda ha insegnato a usare anche un linguaggio antropologico tale da essere comprensibile agli altri e capace di mostrare le «ragioni umane». Lo ha dichiarato Dori Ghezzi: «Fernanda ha eliminato le distanze tra le generazioni». Ha creato ponti per unire.

È la mia maestra di laicità, intesa come uno spazio etico in cui tutte le religioni possano essere capite e rispettate, per il superamento di tutti gli integralismi. Mi diceva: «Il cristianesimo di Gesù, caro Andrea, è sempre al servizio dell’umanizzazione di ogni persona e della collettività; al servizio della costruzione di un mondo più abitabile e segnato da giustizia, pace, rispetto del creato e della dignità umana. Questo significa cieli nuovi, terre nuove. Il regno è già, non ancora».

Insisteva: «I cristiani, ispirati dalla loro fede, sappiano proporre sempre i loro principi senza arroganza e intolleranza, senza crociate. Il primato della coscienza nella Chiesa cattolica è dottrina certa. Se i cristiani volessero imporre a ogni costo i loro principi, allora finirebbero per contribuire ad alimentare l’inimicizia tra loro e nella società».

Un giorno si fece seria e mi chiese: «Perché alcuni cristiani negano la possibilità di un’etica a chi non è credente in Dio? Quando si vedono nella società odierna solo frammentazioni di valori, nichilismo e culture di morte non si contribuisce al confronto ma allo scontro. Fermiamo la barbarie che avanza!». Risposi: «Il male grida forte, ma la speranza grida più forte».
Riportiamo la Fernanda nel 1965, nell’incontro con Bob Dylan, in mezzo ai figli dei fiori, e dopo anni con la Pfm, Ligabue e l’ultimo dei ribelli, l’amico Vasco; e con il suo grande De André, che l’ha attratta a questa musica. Con De André, artista, poeta, antifascista, non violento e, devo dire questa parola, anarchico. L’anarchico. Sì, anarchia è libertà, un atteggiamento profondo dell’anima che aspira alla libertà.

Vorrei terminare con la domanda della Pivano a Kerouac: «Ma perché sei così disperato, che cosa vorresti? Cos’è che vuoi per non essere così disperato?». Kerouac rispose: «Voglio che Dio mi mostri il suo volto».
Era anche il sogno di Fernanda. Lo dichiarò in un’intervista. Alla domanda: «Qual è, Fernanda, il tuo sogno?», rispose: «Voglio che Dio mi mostri il suo volto». E aggiunse: «Quasi, forse».
Cara Fernanda, né quasi né forse. Nel Discorso della montagna, alla nona beatitudine troviamo: «Beati i costruttori di pace perché saranno chiamati Figli di Dio». Fernanda, Shalom, Salam, Pace!
Ciao, Signora America. Ciao, Signora Libertà.
Ciao, Signorina Anarchia.

Don Gallo, da In cammino con Francesco (Chiarelettere editore, 2013)

 

[Foto e Video: De André e F. Pivano, al Premio Tenco, 1997]

[Come promesso, un’altra testimonianza e insieme dichiarazione di amore e stima da parte di Don Gallo a un’altra grande mente del nostro ‘900: Fernanda Pivano. So che sullo schermo può sembrare interminabile, e molti di voi probabilmente non arriveranno nemmeno a leggerle queste mie parole; però è un testo intenso, carico, che in poche righe riesce con tenerezza e lucidità a cogliere molti aspetti della vita di una grande traduttrice e intellettuale nonché di una donna dall’animo raffinato e profondo. Ne vale perciò mille volte il tempo che avrete speso, e anzi a chi si interessa di letteratura, analisi critiche, filologia ecc, consiglio: leggete di questi testi, di queste testimonianze, invece di testi spesso asettici e scarni di “critici” che nemmeno probabilmente hanno davvero capito quanta carnalità c’è dietro le pagine dei grandi letterati. Lasciatevi contagiare dalla passione, dalla fiducia, la stima il vissuto profondo di queste vite, solo così potrete davvero attraversare le migliori pagine della nostra letteratura.

Un altro aspetto di questa lettera che mi piace sottolineare è la capacità da entrambe le parti (Pivano-Don Gallo) il tema religioso, il credo, così come dovremmo iniziare a parlarne forse oggi, da laici, atei, credenti, miscredenti: senza dogmi o chiusure aprioristiche, come spesso e dall’uno e dall’altro arrivano; ma fondendo e confondendo le proprie visioni, le proprie diverse inclinazioni per arrivare a qualcosa di nuovo: la fede nella vita e la capacità di poter vedere ad essa con uno sguardo non accecato dalla prepotenza di un credo millenario, capace ancora di imporre dogmi omai superati; ma nemmeno con la lama affilata e la luce abbagliante di una razionalità che non è in grado  di cogliere nemmeno se stessa. Attraverso quindi parole e insieme ideali come gioia, amore, pace, non-violenza, tenerezza, lealtà, rispetto, fratellanza, comunità. Un grande insegnamento, quindi, da due grandi anime che hanno attraversato questi territori con l’esempio e l’impegno concreto.

 

Nel video l’incontro di Fernanda Pivano e De André al Premio Tenco del 1997. Come ricorda De André nel video, i due sono amici dal ’70, quando il cantautore nell’album Non al denaro non all’amore né al cielo riscrisse in canzone alcuni testi dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, tradotto in Italia  per la prima volta, nel 1943, dalla giovanissima e appassionata Fernanda Pivano ]

 

 

Lettera a Fabrizio Dè Andrè, di Don Gallo

Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

De Andrè, Canzone di Maggio

Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

F. De Andrè, Inverno

 

 

Genova, 14 gennaio 1999

Caro Faber,

da tanti anni canto con te, per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti. Canto con te e con tanti ragazzi in Comunità.
Quanti «Geordie» o «Michè», «Marinella» o «Bocca di Rosa» vivono accanto a me, nella mia città di mare che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, «verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame». Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione.
E ho scoperto con te, camminando in via del Campo, che «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».
La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza.

Abbiamo riscoperto tutta la tua «antologia dell’amore», una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà.
E soprattutto, il tuo ricordo, le tue canzoni, ci stimolano ad andare avanti.
Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza.
La Comunità di san Benedetto ha aperto una porta in città. Nel 1971, mentre ascoltavamo il tuo album, Tutti morimmo a stento, in Comunità bussavano tanti personaggi derelitti e abbandonati: impiccati, migranti, tossicomani, suicidi, adolescenti traviate, bimbi impazziti per l’esplosione atomica.

Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente (che era ed è la nostra vita quotidiana) abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, alla solitudine può seguire l’amore, come a ogni inverno segue la primavera [«Ma tu che vai, ma tu rimani / anche la neve morirà domani / l’amore ancora ci passerà vicino / nella stagione del biancospino», da L’amore, ndr].
È vero, Faber, di loro, degli esclusi, dei loro «occhi troppo belli», la mia Comunità si sente parte. Loro sanno essere i nostri occhi belli.
Caro Faber, grazie!

Ti abbiamo lasciato cantando Storia di un impiegato, Canzone di Maggio. Ci sembrano troppo attuali. Ti sentiamo oggi così vicino, così stretto a noi. Grazie.

E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Caro Faber, parli all’uomo, amando l’uomo. Stringi la mano al cuore e svegli il dubbio che Dio esista.
Grazie.
Le ragazze e i ragazzi con don Andrea Gallo,
prete da marciapiede

 Don Gallo, da  In Cammino con Francesco (Chiarelettere Editore, 2013)

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[Questa lettera è di una tenerezza e calore così forte che è impossibile non pubblicarla. Siamo forse la generazione meno adatta a capire tutto ciò, noi, che non ci sporchiamo le mani nemmeno più per scrivere, figuriamoci tra gli ultimi come faceeva Gallo, per gli ultimi come faceva Da Andrè.Di seguito le due canzoni citate da Don Gallo.

Nel prossimo articolo condividerò l’altra meravigliosa lettera scritta da Don Gallo, a un’altra meravigliosa artista, Fernanda Pivano. ]

 

 

 

De André-Fossati: Anime salve, l’elogio della solitudine

_
… mi sono guardato piangere in uno specchio di neve
mi sono visto che ridevo
mi sono visto di spalle che partivo
ti saluto dai paesi di domani
_
che sono visioni di anime contadine
in volo per il mondo
mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia
_
e che grande questo tempo che solitudine
che bella compagnia.
_
De André-Fossati, da Anime Salve

 _

<< Anime salve  trae il suo significato dall’origine, dall’etimologia delle due parole “anime” “salve”, vuol dire spiriti solitari. È una specie di elogio della solitudine.

Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito. Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con se stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.

Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che si debba fare gli eremiti, o gli anacoreti; è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita (non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità), credo di averla vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura. >>

Elogio della solitudine, F. De Andrè

[ Da Ed avevamo gli occhi belli (2001), con canzoni e parole tratte da “Anime Salve, realizzato con l’amico Ivano Fossati.]

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Khorakhané (A forza di essere vento), Fabrizio De Andrè

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l’aria azzurra diventi casa.


Giorgio Bezzecchi

Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento
a quel campo strappato dal vento
a forza di essere vento

porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane
per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio viaggiare

Il cuore rallenta e la testa cammina
in un buio di giostre in disuso
qualche rom si è fermato italiano
come un rame a imbrunire su un muro
saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura
nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace

i figli cadevano dal calendario
Jugoslavia Polonia Ungheria
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via

e poi Mirka a San Giorgio di maggio [*]
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere
e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
e dagli occhi cadere

ora alzatevi spose bambine
che è venuto il tempo di andare
con le vene celesti dei polsi
anche oggi si va a caritare

e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina [**]
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio.

Čvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kašta
vašu ti baro nebo
avi ker.

kon ovla so mutavla
kon ovla
ovla kon aščovi
me ğava palan ladi
me ğava
palan bura ot croiuti. [***]

NOTE

[*] La principale festa Rom, il 6 maggio.

[**] Tenda mobile

[***] In lingua romanes-khorakhané:

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l’aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali.

Fabrizio De André, in Anime Salve
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[Questa canzone-poesia dedicata al popolo Rom e alle sofferenze che ha patito soprattutto nel secolo scorso, perseguitati dai nazisti al pari degli Ebrei, ci ricorda come di una cultura, anche una cultura così complessa e difficile da decifrare- possa nascondere un vissuto profondo e profonde radici. A tal proposito vi consiglio anche la lettura del libro “Seppellitemi in piedi“, un  bellissimo diario antropologico di Isabel Fonseca, che con i Rom ha passato molto tempo al fine di studiarne gli usi e comprendere ciò che appare incomprensibile. Cercando di capire quale percorso ha seguito questo popolo per diventare da girovaghi ben voluti, portatori di grandi novità e mirabolanti storie, a popolo scacciato e perseguitato in ogni dove.
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Ci tenevo inoltre a precisare che i versi da me evidenziati come intro non sono di De Andrè  (come invece appare nella maggior parte delle citazioni presenti in rete), ma  sono scritti da   Giorgio Bezzecchi, rom harvato (cioè croato)  in romanes (ossia la lingua dei rom e dei gitani).  e cantati da Dori Ghezzi, e  in altre versioni dalla figlia Luvi De André.
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Qui l’interpretazione della Mannoia, anche se in questa versione purtroppo mancano proprio i versi gitani finali, a mio parere bellissimi…
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Le passanti, Pol-Brassens-De Andrè

 

rodney-smith2
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Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà…
_
Antoine Pol
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Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più

A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l’hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto
e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità

Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l’unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano

A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato

Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino

Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità interviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti

Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.

 

Antoine Pol, Le passanti (traduzione di Fabrizio De Andrè)

[Video : Les passantes, George Brassens]

 

[le Passanti, cantata da De André si ispirata alla canzone di francese George Brassens (1972). Le parole  del testo non sono né dell’uno né dell’altro, ma di Antoine Pol, poeta fino ad allora sconosciuto. Poesia della quale Brassens si innamorò fin da subito facendone un  meravigliso testo, musicale e poetica insieme .
Antoine Pol, che all’ epoca aveva 85 anni, morì di vecchiaia una  settimana prima della data del loro incontro. Uno dei più grandi rimpianti di Brassens sarà proprio quello di non aver conosciuto quest’ uomo.]

Antoine Pol  (Douai nel 1888-1971), fu  capitano d’ artiglieria. Solo al  suo pensionamento si dedicò alle sue vere passioni ed in particolare alla poesia. Les passantes è tratta dalla raccolta Emotions poétiques, del 1918.