Prefazione, Czesław Miłosz

Cerca di capire questo linguaggio semplice, mi vergognerei di un altro
non possiedo, lo giuro, la magia della parola.
Ti parlo tacendo, come una nuvola o un albero.

Czesław Miłosz

 

Tu, che non ho potuto salvare,
ascoltami.
Cerca di capire questo linguaggio semplice, mi vergognerei di un altro
non possiedo, lo giuro, la magia della parola.
Ti parlo tacendo, come una nuvola o un albero.

Ciò che fortificava me, per te era mortale.
Hai scambiato il congedo di un’epoca per l’inizio di una nuova,
l’afflato dell’odio per bellezza lirica
la forza cieca per forma compiuta.

Ecco la valle dei bassi fiumi polacchi. E il ponte enorme
che avanza nella bianca nebbia. Ecco la città infranta
e il vento scaglia contro la tua tomba gli stridi dei gabbiani,
mentre parlo con te.

Cos’è la poesia che non salva
i popoli né le persone?
Una complicità di menzogne ufficiali
una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,
una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,
che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,
questo, e solo questo è la salvezza.

Spargevano sulle tombe miglio e semi di papavero
per nutrire i morti accorrenti in volo – gli uccelli.
Depongo qui questo libro per te, o trascorso,
perché d’ora innanzi tu smetta d’apparirci.

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Czesław Miłosz, da Poesie (a cura di Pietro Marchesani,  Adelphi, 1983)

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Ty, którego nie mogłem ocalić,
Wysłuchaj mnie.
Zrozum tę mowę prostą, bo wstydzę się innej.
Przysięgam, nie ma we mnie czarodziejstwa słów.
Mówię do ciebie milcząc, jak obłok czy drzewo.

To, co wzmacniało mnie, dla ciebie było śmiertelne.
Żegnanie epoki brałeś za początek nowej,
Natchnienie nienawiści za piękno liryczne,
Siłę ślepą za dokonany kształt.

Oto dolina płytkich polskich rzek. I most ogromny
Idący w białą mgłę. Oto miasto złamane
I wiatr skwirami mew obrzuca twój grób,
Kiedy rozmawiam z tobą.

Czym jest poezja, która nie ocala
Narodów ani ludzi?
Wspólnictwem urzędowych kłamstw,
Piosenką pijaków, którym ktoś za chwilę poderżnie gardła,
Czytanką z panieńskiego pokoju.

To, że chciałem dobrej poezji, nie umiejąc,
To, że późno pojąłem jej wybawczy cel,
To jest i tylko to jest ocalenie.

Sypano na mogiły proso albo mak
Żywiąc zlatujących się umarłych – ptaki.
Tę książkę kładę tu dla ciebie, o dawny,
Abyś nas odtąd nie nawiedzał więcej.

Czesław Miłosz, Ocalenie, 1945

[Foto: Kouji Tomihisa]

Notizia, Czeslaw Milosz

Immagine

Della civiltà terrestre che diremo?

Che era un sistema di sfere colorate, di vetro affumicato,
Dove si avvolgeva e svolgeva il filo di liquidi luminescenti.

O un agglomerato di palazzi raggiformi
Svettanti da una cupola coi portali inchiavardati
Dietro cui camminava un orrore senza volto.

E che ogni giorno si gettavano i dadi, e a chi capitava un numero basso
Veniva condotto al sacrificio: vecchi, bambini, ragazzi e ragazze.

O forse diremo così: che abitavamo in un vello d’oro,
In una rete iridescente, nel bozzolo di una nuvoletta
Appeso al ramo d’un albero galattico.
E questa nostra rete era intessuta di segni:
Geroglifici per l’occhio e l’orecchio, anelli d’amore.
E risuonava al suo interno un suono, che ci scolpiva il tempo,
Il tremolio, il garrito, il cinguettio della nostra favella.

E con che cosa potevamo tessere il confine
Fra il dentro e il fuori, la luce e l’abisso,
Se non con noi stessi, il nostro caldo respiro,
Il rossetto, lo chiffon e la mussola,
Col battito, che quando tace muore il mondo?

O forse della civiltà terrestre non diremo nulla.
Perché cosa fosse non lo sa realmente nessuno.

Czesław Miłosz, Notizia

Foto: Lois Greenfield