Isola, Salvatore Quasimodo

Kunito Imai

 

Io non ho che te
cuore della mia razza.

Di te amore m’attrista,
mia terra, se oscuri profumi
perde la sera d’aranci,
o d’oleandri, sereno,
cammina con rose il torrente
che quasi n’è tocca la foce.

Ma se torno a tue rive
e dolce voce al canto
chiama da strada timorosa
non so se infanzia o amore,
ansia d’altri cieli mi volge,
e mi nascondo nelle perdute cose.

Salvatore Quasimodo, Oboe sommerso, Edizioni di Circoli, Genova, 1932 (in Tutte le poesie, Oscar Mondadori Editore, 1995)

[Foto: Kunito Imai]

Confine, A. Achmtova

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Ora puoi capire perché non batte
il mio cuore sotto la tua mano.

A. Achmatova

 

C’è nell’intimità degli uomini un confine
che né l’amore, né la passione possono osare:
le labbra si fondono nel terribile silenzio
e il cuore si spezza per amore.

Anche l’amicizia qui è impotente, e gli anni
pieni di felicità alta infiammata,
quando l’anima è libera e distratta
dal lento languore della voluttà.

Pazzo è colui che vi si appresta,
raggiungerlo è morire d’angoscia…
Ora puoi capire perché non batte
il mio cuore sotto la tua mano.

Anna Andreevna Achmatova

Pietroburgo, maggio 1915

Anna Achmatova, da Lo stormo bianco (Edizioni San Paolo, 1995)

Lamento del facile cuore, Gesualdo Bufalino

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Tu dalla luna scrivi le tue lettere
più lunghe d’ieri, più bambine d’ieri.

G. Bufalino

 

Troppo facile cuore,
quando mi crescerai?

Ne abbiamo letto libri cattivi
con occhi secchi, con unghie nere,
nella malora delle quattro mura.

O vita, complotto di grandi,
improbo gesto, parola non detta,
nuvola bassa che non fa diluvio.

Ci derisero i topi di granaio,
le lascive fameliche colombe,
venne a fiutarci un angelo la mano.

Fu un viso solo che ci disse no:
contali i lugli, contali i gennai,
sempre allo stesso tavolo sbagliato.

Gli altri si sposano, gridano, vanno.
Tu dalla luna scrivi le tue lettere
più lunghe d’ieri, più bambine d’ieri.

Facile cuore, femmina cuore.

Gesualdo Bufalino, Lamento del facile cuore, da L’amaro miele (Torino, Einaudi, 1996)

 

[Foto: Man Ray, Peggy Guggenheim]

L’isola, in Dialoghi con Leucò – Cesare Pavese

Marc Chagall - Acrobata con un mazzo di fiori, 1963

 

 

ODISSEO Saprò almeno che devo fermarmi.
CALIPSO Non vale la pena, Odisseo. Chi non si ferma adesso, subito, non si ferma mai più. Quello che fai, lo farai sempre. Devi rompere una volta il destino, devi uscire di strada e lasciarti affondare nel tempo…
ODISSEO Non sono immortale.
CALIPSO Lo sarai, se mi ascolti. Che cos’è vita eterna se non questo accettare l’istante che viene e l’istante che va? L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos’è stato finora il tuo errare inquieto?
ODISSEO Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.
CALIPSO Dimmi.
ODISSEO Quello che cerco l’ho nel cuore, come te.

Cesare Pavese, da L’isola, in Dialoghi con Leucò

 

[Foto: Marc Chagall, Acrobata con un mazzo di fiori, 1963]

Ci amavamo…, Stefano Benni

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Ci amavamo pensando, naturalmente, che nessuno avesse amato come noi. Pensavamo che una miracolosa alchimia avesse attirato e fuso i nostri due metalli, forse sai di cosa parlo.
Facevamo l’amore ogni giorno, con una passione furiosa che non si esauriva mai, era come bere senza dissetarsi, lei era tutti i miei sogni erotici.
Diceva di non essere mai stata così, e io naturalmente le credevo.
Non riuscivamo a non baciarci, a non toccarci, anche in pubblico, in una continua sfida dei sensi. Una volta la spogliai nuda nel magazzino di una libreria e avremmo fatto l’amore lì, se una pila di volumi non ci fosse crollata addosso, facendoci ridere. Logos contro eros, disse lei.
Non c’erano solo i sensi ovviamente. Avevamo tutti e due la passione dei libri, dei viaggi, delle discussioni politiche interminabili. Lei era diversa da me in molte cose, ma tutte deliziose ai miei occhi. Aveva un senso dell’umorismo meno tagliente del mio, ma più raffinato. Non amava il calcio e il rugby ma aveva l’hobby dell’ikebana, la sua casa modesta risplendeva di bellissime composizioni di fiori. Era meno ambiziosa di me, ma decisa e piena di progetti nel suo lavoro. In politica io ero più moderato, lei non perdeva una manifestazione, faceva parte di un collettivo di donne in cui non ero molto amato, per la mia fama di viveur. Lei mi chiamava “il suo errore”, io la chiamavo con molti soprannomi, uno era (oh prodigiosa inventiva) Micia. Con lei dimenticavo le ore del giorno, arrivavo la sera telefonandole (un amore precellulare, musicato dal tinnire dei gettoni). E aspettavo la notte, in cui l’avrei posseduta. Nuda e sensuale tra le mie braccia, in tutti i modi possibili, senza vergogne, in una sfida a chi lasciava l’altro senza fiato

Stefano Benni, Di tutte le ricchezze

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[Stefano Benni non è  uno dei miei autori preferiti, però conserva in sé e riflette sempre nei  suoi libri quella sua innata componente sognante che lo portano ad amare l’amore, il gusto dell’ironia, il surreale e l’incantato, a ricercare il possibile nell’impossibile, al gioco della parola che alle volte si fa rima altre tuffo – ed è per questo che se anche non lo ami, poi alla fine – specie se anche tu hai in parte quegli stessi orizzonti – finisci per ricercarti e alle volte ritrovarti tra le sue pagine.]