La notte, Alejandra Pizarnik

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So poco della notte
ma la notte sembra sapere di me,
e in più, mi cura come se mi amasse,
mi copre la coscienza con le sue stelle.
Forse la notte è la vita e il sole la morte.
Forse la notte è niente
e le congetture sopra di lei niente
e gli esseri che la vivono niente.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nell’enorme vuoto dei secoli
che ci graffiano l’anima con i loro ricordi.

Ma la notte deve conoscere la miseria
che beve dal nostro sangue e dalle nostre idee.
Deve scaraventare odio sui nostri sguardi
sapendoli pieni di interessi, di non incontri.

Ma accade che ascolto la notte piangere nelle mie ossa.
La sua lacrima immensa delira
e grida che qualcosa se n’è andato per sempre.

Un giorno torneremo ad essere.

 

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La noche

Poco sé de la noche
pero la noche parece saber de mí,
y mas aún, me asiste como si me quisiera,
me cubre la conciencia con sus estrellas.
Tal vez la noche sea la vida y el sol la muerte.
Tal vez la noche es nada
y las conjeturas sobre ella nada
y los seres que la viven nada.
Tal vez las palabras sean lo único que existe
en el enorme vacío de los siglos
que nos arañan el alma con sus recuerdos.

Pero la noche ha de conocer la miseria
que bebe de nuestra sangre y de nuestras ideas.
Ella ha de arrojar odio a nuestras miradas
sabiéndolas llenas de intereses, de desencuentros.

Pero sucede que oigo a la noche llorar en mis huesos.
Su lágrima immensa delira
y grita que algo se fue para siempre.

Alguna vez volveremos a ser.

 

Alejandra Pizarnik, da La figlia dell’insonnia (Crocetti Editore, 2004)

[Foto: Alejandra Pizarnik]

Cose consumate, Carmen Conde

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e guardare serenamente con quegli occhi tuoi
e miei la nostra visione del mondo.

Racchiuderti in parole…
E tu, proprio tu, contenuta in verbi, nomi
e aggettivi intatti.
Che io possa dire tutto:
quel che è nostro, quel che facciamo
e faremo sempre,
eternissimamente:
parlare, tacere, essere tu e io
essendo noi, nostri.

Dare a te una dimensione umana,
la tua immagine sulla terra:
statua, colore, audace passo,
e guardare serenamente con quegli occhi tuoi
e miei la nostra visione del mondo.

Che un giorno, i mortali sappiano,senza errore,
che hai avuto sangue,
e aperta passione per ogni cosa:
e che ti sei dato cantando, soffrendo,
alle mie braccia folli, lente e deboli,
forti e fredde, povere di luce
ma innamorate di te.
Per sapere che è stato vero,
che sei stato, ma allora non sei!

Carcare le parole per quando non vivrai,
perché tu viva mentre parliamo.
Dio del dolore, mai dire potrei essere
come sei tu, mio amore, amore mio,
creatura gloriosa che trovo
sparsa in oceani,
cieli, campi, fiumi e alberi;
e persino in colombe tristi che all’aurora
ti svegliano al mio amore per te.

Carmen Conde, Cose consumate
(in Senza Eden, Medusa 2009 o anche in Poesia n. 321, Crocetti)
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Encerrarte en palabras…
¡Que tú, tú, quepas en verbos, nombres,
y adjetivos intactos!
Que yo lo pueda decir todo:
lo nuestro, esto que hacemos
y estaremos haciendo siempre,
eternísimamente:
hablar, callar, ser tú y yo
siéndonos nuestros.

Darte una dimensión humana,
representación de ti en la tierra:
estatua, color, arrebatado paso,
y sereno mirar con esos ojos tuyos
y míos: nuestra mirada del mundo.

Que un día, los mortales sin remedio sepan
cómo tuviste sangre,
y abierta pasión por todo;
y te diste cantando, sufriendo,
a mis brazos locos, y lentos, y débiles,
y fuertes, y fríos, y pobres de luz,
pero enamorados tuyos.
Para saber que has sido verdad,
que has sido, ¡pero no eres entonces!

Buscar las palabras de cuando no vivas,
para que vivas mientras se hable.
Dios de dolor, nunca decir podré
cómo eres tú, mi amor, amor mío,
criatura de glorificación que hallo
derramada en océanos,
cielos, campos, ríos y árboles;
y hasta en palomas tristes que en la aurora
¡te despiertan a mi amor por ti!

Carmen Conde, Suma transida

[Foto: Hisano Hisashi, 1939]

Restare, Pierluigi Cappello

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Tengo per me cos’è curare il fuoco
l’odore spesso di legna bagnata, lo stoppino fra le dita
lo stare di tutti i giorni nelle cose da fare, dentro un’altra luce
rotta dalle nuvole…

P. Cappello

Gli occhi si sono fatti di sale nel voltarmi
i pensieri si sono fermati nei gesti, nel silenzio delle cose fatte;
ho raccolto le briciole del dopopranzo
e le ho scosse nell’aria vitrea del giardino
dove è appena spiovuto e irrompe il sole.
Qui, anche il più lieve soprassalto del merlo oltre la siepe
sta fermo e stanno ferme le mie parole come navi in bottiglia.
La vostra lingua è la mia, ma la mia non è la vostra
mi son sentito pensare mentre in casa lampeggia in penombra
il televisore e una musica epica diffonde l’eleganza di una berlina.
Tengo per me cos’è curare il fuoco
l’odore spesso di legna bagnata, lo stoppino fra le dita
lo stare di tutti i giorni nelle cose da fare, dentro un’altra luce
rotta dalle nuvole, un diverso tramontare allacciato agli alberi alti
pieno negli occhi delle case, sulle bestie dei poveri;
un po’ qua un po’ là
si sta soli così, oggi, un giorno così, un giorno più soli.

Pierluigi Cappello, (da Mandate a dire all’imperatore, Crocetti 2010)

[Foto: Maria Cecilia Camozzi]

[Nell’attesa di avere tra le mani e tra queste pagine le parole di Stato di quiete, nuovo libro di questo poeta – per me (e non solo per me) una tra le voci  più autorevoli di questo secolo- e con un po’ di dispiacere per aver visto passare la sua opera da un editore come Crocetti alla ben più nota ma meno attenta Bur, proporrò nei prossimi giorni alcune poesie scelte dal  suo testo precedente, Mandate a dire all’Imperatore, pubblicato nel 2010.]

La parte soleggiata di noi stessi, P. Cappello

barca

La parte soleggiata di noi stessi
non somiglia a questo prato d’agosto
che vedi
somiglia piuttosto a una pietra
che il tempo abbia sepolta
nel fondo profondo di noi
oppure sta come un’isola
e noi siamo sponda
ma sempre al di qua di quell’isola
dove io si dice per dire
– per essere – noi.

(Pierluigi Cappello, Assetto di volo, Crocetti Editore)