Pappagalli verdi (parte prima), Gino Strada

 

All’uscita dalla sala operatoria Mubarak mi mostra un frammento di plastica verde scuro, bruciacchiato dall’esplosione.
“Guarda, questo è un pezzo di mina giocattolo, l’hanno raccolto sul luogo dell’esplosione. I nostri vecchi le chiamano pappagalli verdi…” e si mette a disegnare la forma della mina: dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro. Sembra una farfalla più che un pappagallo, adesso posso collocare come in un puzzle il pezzo di plastica che ho in mano, è l’estremità dell’ala. “… Vengono giù a migliaia, lanciate dagli elicotteri a bassa quota. Chiedi ad Abdullah, l’autista dell’ospedale, uno dei bambini di suo fratello ne ha raccolta una l’anno scorso, ha perso due dita ed è rimasto cieco.”
Mine giocattolo, studiate per mutilare bambini. Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire…

… Mine antiuomo di fabbricazione russa, modello PFM-1 […] La forma della mina, con due ali laterali, serve a farla volteggiare meglio. In altre parole, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano proprio come i volantini, si sparpagliano qua è là su un territorio molto più vasto. Sono fatte così per una ragione puramente tecnica  – affermano i militari – non è corretto chiamarle mine giocattolo.
Ma a me non è mai successo, tra gli sventurati feriti da queste mine che mi è capitato di operare, di trovare uno adulto. Neanche uno in più di dieci anni, tutti rigorosamente bambini. Ci vuole un po’ di tempo – funziona, come dicono i manuali, per accumulo successivo di pressione. Bisogna prenderla, maneggiarla ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi la raccoglie, insomma, può portarsela a casa, mostrarla nel cortile agli amici incuriositi, che se la passano di mano in mano, ci giocano.
Poi esploderà. E qualcun altro farà la fine di Khalil.
Amputazione traumatica di una o entrambe le mani, una vampata ustionante su tutto il torace e, molto spesso, la cecità. Insopportabile.
Ho visto troppo spesso bambini che si risvegliano dall’intervento chirurgico e si ritrovano senza una gamba, o senza un braccio. Hanno momenti di disperazione, poi, incredibilmente, si riprendono. Ma niente è insopportabile, per loro, come svegliarsi nel buio.
I pappagalli verdi li trascinano nel buio, per sempre.

Gino Strada, Pappagalli Verdi, cronache di un chirurgo di guerra (Feltrinelli, 2000)

[Non c’è nulla di più insensato di una guerra, non ne esci incolume da una guerra: né da vinto né da vincitore, né se sei il buono né se sei il cattivo, ammesso che si possa definire una linea di confine. Una guerra è guerra sempre, non fa che lasciare miseria, povertà, vuoti e abissi dai quali si genererà altro male, altre guerre, morti, distruzioni, massacri e stermini. La guerra che sia vinta o persa non lascia che dolore e ferite, laceranti e profonde. Ma l’isensatezza massima di una guerra è pensare che essa sia mossa proprio contro chi la guerra non può che subirla, come un bambino: un bambino privato di tutto, dalla serenità del gioco, all’istruzione, alle cure di mediche di base, a una casa. E dopo aver tolto a quel bambino tutto, compreso il fatto di poter essere semplicemente un bambino, vengono lanciate mine appositamente studiate per essere da lui maneggiate per poi esplodergli in pieno viso, lasciandolo (nella migliore delle ipotesi) senza vista, senza un arto e una ferita interiore che non guarirà mai: quella di essere stato ferito dalle mani di un altro uomo, invisibile, potente, vigliacco. Un uomo ricco, tanto ricco da poter disseminare casa sua milioni di mine, che renderanno la sua terra per i prossimi deceni a venire un vero e proprio inferno. E quell’uomo tanto ricco quanto vigliacco siamo proprio noi: noi italiani,  americani, russi e tanti tanti altri che fino al 1997 (fino cioè al trattato di Ottawa, ossia la convenzione internazionale per la proibizione dell’uso, stoccaggio, produzione, vendita di mine antiuomo e relativa distruzione, sottoscritto da alcuni Stati tra cui l’Italia, ma non altri, quali gli Stati Uniti,) abbiamo disseminato questi luoghi di mine che probabilmente sono ancora lì in attesa che qualcuno le sfiori. Gran bella civiltà la nostra, noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, direbbe Primo Levi, e che nemmeno ci rendiamo conto che da quando è finita l’ultima guerra “mondiale” non abbiamo fatto altro che continuare a far guerra, a disseminare morte come mine, mine antibambino. (continua…)]

 

[Video: intervista a Gino Strada]

Lettera ai bambini, Gianni Rodari

 

liberare gli schiavi
che si credono liberi.

G. Rodari

 

È difficile fare
le cose difficili:
parlare al sordo
mostrare la rosa al cieco.

Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi.

Gianni Rodari, Lettera ai bambini inParole per giocare,  Manzuoli Editore (1979)

 

[Il primo augurio e la prima speranza per il nuovo anno, per me come per voi, è di poter liberare questo mondo, sempre più oltraggiato in ogni sua dimensione dalle forme di privatizzazione sempre più pervasive e insistenti, subdole e sottili di cui purtroppo è oggi ostaggio il nostro meraviglioso pianeta, così come le specie che vi abitano compreso, l’uomo per mano di altri uomini. Il secondo è di poter credere che le generazioni future siano meno miopi di fronte all’illusione di un progresso cieco, dissacrante e criminale e possano indirizzare le nuove scoperte e conoscenze verso un’etica del bene comune. La terza è che gli uomini di oggi- noi qui, tutti- che abbiamo avuto la meravigliosa occasione di attraversare questi paesaggi, possiamo renderci conto che piccole scelte e buone riflessioni, i piccoli gesti quotidiani possono cambiare il mondo.

Grazie a tutti!

 

Gilda M]

[Foto: Wayne Miller, Children in a movie theater, 1958]

Ride su me la primavera, Sandro Penna

Hiroshi Watanabe

 

 

Ride su me la primavera. Tornano
le rondini, si sa. Volano via
via le parole degli amici stolti.

Ritornano per me ora le antiche
parole dell’amore. In te fanciullo
splendono. Giuocano nei tuoi passi
incerti. Ma certa in me cammina
solitaria e tranquilla la felicità.

 Sandro Penna, Ride su di me la primavera
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[Foto Hiroshi Watanabe]

(Ai Bambini Siriani), Amarji

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C’è, mentre morite, una codirossa
che depone gioiosa, nel buco di un pioppo nero,
il suo primo uovo blu.

Mentre morite, il mio cuore entra con voi
nell’ultima nuvola di un mondo nato già morto,– entro con voi
nel papavero bianco, nel mare allentato.

Mentre morite, Dio e l’assassino,
sullo stesso balcone, bevono il nescafé e ridono.
Solo; bevono il nescafé e ridono.

Amarji – poeta siriano | inediti © 2017

 

[Amarji o Amargi, pseudonimo di Rami Farid Youness, è un poeta e autore siriano, nato a Latakia nel 1980. ]

 

[In questi giorni ci arrivano immagini devastanti della distruzione lenta e profonda di un popolo e della su terra, la Siria. Pochi giorni fa ho visto una scena (purtroppo una di quelle alle quali siamo lentamente abituati a vedere in televisione o sul web) che mi ha agghiacciata: bombardamenti, donne in fuga, ragazzi di appena 10 anni che portano in salvo fratellini di meno di due, morti, feriti, distruzione di un intero mondo, di una radice, un’altra delle infinite ferite che questo sistema (a prescindere da chi sarà vinto o vincitore, da chi ne uscirà buono o cattivo), fa da diversi secoli. Umberto Eco in A passero di gambero le chiamava guerre cuscinetto: quelle guerre  cioè inevitabili e”necessarie” affinchè non ci siano guerre da noi e ci sia invece ricchezza e prosperità (apparente). Guerre che non fanno altro che allargare a macchia d’olio (sarebbe meglio dire di petrolio) l’orrore nel mondo. Perché è inevitabile non pensare a coloro che dalla Siria (come da altri luoghi feriti) arrivano da noi, per trovare riparo, salvezza, una via di fuga, una luce; e, invece, attraversando deserti infiniti e infinite torture, attraversando letteralmente la morte arrivano in luoghi per loro ostili, e spesso vengono rispediti a casa che, tradotto, è rispediti nell’oblio perché una casa lì per loro non esiste più.

Questa bellissima poesia mi ha fatto pensare a questo, e a molte altre cose, è una poesia profonda, triste, dolorosa, ma che ha in sè una luce, un canto di speranza ancora per quei bambini che un giorno saranno (o non saranno mai) adulti, i nostri bambini occorrerebbe imparare a pensare, che un giorno saranno (o non saranno mai) i nostri adulti: ossia adulti felici sereni, o adulti feriti, turbati e in molti casi turbanti, perché le ferite, i dolori profondi, hanno questo di particolare: si ramificano, si diffondono e distruggono anche ciò che è lontano da loro, questa guerra (come altre) non riguarda solo la Siria, non riguarda solo i loro bambini, ma riguarda anche noi e il nostro futuro, quel futuro che un giorno sarà dei nostri bambini. Non lo dimentichiamo. ]

il 4 è rosso, Alfonso Gatto

 

Guardate il cielo e domandatevi:
la pecora ha mangiato
o non ha mangiato
il fiore? E vedrete che tutto cambia… Ma i grandi
non capiranno mai che questo abbia tanta importanza”

Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe

 

 

Dentro la bocca ha tutte le vocali
il bambino che canta. La sua gioia
come la giacca azzurra, come i pali
netti del cielo, s’apre all’aria, è il fresco
della faccia che porta. Il 4 è rosso
come i numeri grandi delle navi.

Alfonso Gatto, Tutte le Poesie, (Mondadori, 2017)

 

[ Pochi semplici versi per raccontare il mondo dell’infanzia:  la poesia è uno dei pochi luoghi nei quali il bambino esiste con tale naturalezza da non dover pretendere altra spiegazione, così come più in generale nella letteratura: dove una pecora può avere o non aver mangiato il fiore, ma ciò che conta in fondo è l’aver alzato gli occhi al cielo. L’infanzia non è semplicemente una fase di vita, una tappa, un momento di passaggio – è un diritto, diritto inalienabile dell’uomo. Chiunque con guerre, indifferenza, abbandoni, sopprusi, con offese e discriminazioni, con le proprie parole e mani, o con parole e mani altrui neghi a un bambino la sua infanzia gli nega (probabilmente per sempre) la possibilità di essere un adulto sereno, e perciò un uomo o una donna felice. Chiunque neghi l’infanzia è un criminale. Chiunque ferisce un bambino, ferisce la Terra stessa, e con essa il Cielo, i suoi sogni. E di questo tutti siamo responsabili, nessuno escluso.

“Uomini, siate umani, è il vostro primo dovere; siate umani verso tutte le condizioni, verso tutte le età, verso tutto ciò che non è estraneo all’uomo. Quale saggezza può mai esistere fuori dell’umanità? Amate l’infanzia; favoritene i giuochi, le gioie, le amabili inclinazioni. Chi di voi non ha rimpianto talvolta questa età in cui il riso non si spegne mai sulle labbra e l’anima è sempre serena?” ( J. J. Rousseau, Emilio) ]

 

[Foto: Sebastião Salgado]

Arietta dei bambini, Maria Grazia Calandrone

[FEdouard Boubat_Remy écoutant la mer 1955

È bello custodire
l’aria nuova sul viso di chi nasce, con mani
umane conservare
sacro il sacro, fare l’aria piú chiara dove tocca
il cuore, perché il cuore
sia semplice e leggero
come un aquilone…

M.G. Calandrone

 

L’aria, la prima
che hai respirato, era aria di marzo e di mattina.
Il sole
ardeva quieto nella sua onda
dalla finestra grande perché grande
era il cuore
e disinteressato
come il sole che appoggia la sua luce sulle acque
del fiume
e naviga chiaro
fino al mare
dove lo spazio è tutto attraversato
da fischi di gabbiani e piú niente
fa male. È bello custodire
l’aria nuova sul viso di chi nasce, con mani
umane conservare
sacro il sacro, fare l’aria piú chiara dove tocca
il cuore, perché il cuore sia semplice e leggero
come un aquilone
e altre cose che vanno dalla terra al cielo.
Bello è dire farò quello che posso
e piú di me, come tutte le altre sulla terra: prendi,
vita
dalla mia vita
la tua innocente libertà.

13 ottobre 2008

Maria Grazia Calandrone, Sulla bocca di tutti (Crocetti Editore, 2010)

 

[Foto: Edouard Boubat, Remy écoutant la mer, 1955]