Crisi di felicità, Pier Paolo Pasolini

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No, non si resiste al troppo amore, ai baci
avuti e dati in una sera sola!

P. P. Pasolini

 

Poi e’ il silenzio a darmi il piu’ divino
moto di gratitudine pel mondo.
Ferma il cuore l’occhio del bambino
grato, con la sua crudeltà’ giocosa

No, non si resiste al troppo amore, ai baci
avuti e dati in una sera sola!
Vorrei svenarmi, pezzo d’amore, audace
di beltà’, fermare il cuore che vola.

O pazza crisi di felicita’
notte di Malafiesta, in una volta
io fui fanciullo e dio: più’ non sa
la mia vita che volere la sua morte.

 

Pier Paolo Pasolini, Crisi di felicità da Carne e Cielo (Salani Editore, 2015)

 

[Foto: Tina Modotti]

Certa stanchezza, Pablo Neruda

 

Lasciate tranquilli quelli che nascono!
Fate posto perché vivano!
Non gli fate trovare tutto pensato,
non gli leggete lo stesso libro,
lasciate che scoprano l’aurora
e che diano un nome ai loro baci.

P. Neruda

 

 

 

Non voglio esser stanco solo,
voglio che ti stanchi con me.
Come non esser stanco
di certa cenere che cade
sulle città in autunno,
qualcosa che più non vuol ardere,
che s’accumula sui vestiti
e a poco a poco
va cadendo
scolorando i cuori.
Son stanco del duro mare
E della terra misteriosa:
Son stanco delle galline:
mai abbiamo saputo cosa pensano,
e ci guardano con occhi asciutti
senza concederci importanza.
Ti invito perché finalmente
ci stanchiamo di tante cose,
dei cattivi aperitivi
e della buona educazione:
Stanchiamoci di non andare in Francia,
stanchiamoci perlomeno
d’uno o due giorni la settimana
che sempre si chiamano a un modo
come i piatti sulla tavola
e che ci destano,perché?
E che ci coricano senza gloria.
Diciamo alfine la verità
che mai siamo stati d’accordo
con questi giorni paragonabili
alle mosche e ai cammelli.
Ho visto i monumenti
innalzati ai titani,
agli asini dell’energia
Li tengono lì immobili
con le loro spade in mano
sopra quei tristi cavalli:
Sono stanco delle statue.
Non ne posso più di tanta pietra.
Se continuiamo a riempire così con gli immobili il mondo,
come potranno vivere i vivi?
Sono stanco del ricordo.
Voglio che l’uomo quando nasce
respiri i fiori nudi,
la terra fresca,il fuoco puro,
non ciò che tutti respirano.
Lasciate tranquilli quelli che nascono!
Fate posto perché vivano!
Non gli fate trovare tutto pensato,
non gli leggete lo stesso libro,
lasciate che scoprano l’aurora
e che diano un nome ai loro baci.
Voglio che ti stanchi con me
Di tutto ciò che è ben fatto.
Di tutto ciò che ci invecchia.
Di ciò che han preparato per affaticare gli altri.
Stanchiamoci di ciò che uccide
E di ciò che non vuol morire.

 

Certa stanchezza, Pablo Neruda

Confessione, Nikolaj Zabolockij

rodney-smith

 

Coperta di baci, incantata,
Portata nel campo dal vento,
Tutta come incatenata,
Tu prezioso mio portento!

Né allegra, né afflitta,
Come da un cupo cielo discesa,
Tu mio canto di nozze,
Tu mia stella pazzesca.

Mi chinerò sui tuoi ginocchi,
Li stringerò con frenesia,
E con le lacrime e con i versi
Ti farò ardere, o amata mia.

Aprimi il tuo nordico volto,
Lasciami entrare negli occhi gravi,
Nelle tue braccia seminude,
Nelle tue nere ciglia orientali.

Ciò che si aggiungerà – non calerà,
Ciò che si avvererà – non si scorderà…
Perché piangi, mio dolce incanto?
O forse a me sembra soltanto?

1957

Признание

Зацелована, околдована,
С ветром в поле когда-то обвенчана,
Вся ты словно в оковы закована,
Драгоценная моя женщина!

Не веселая, не печальная,
Словно с темного неба сошедшая,
Ты и песнь моя обручальная,
И звезда моя сумашедшая.

Я склонюсь над твоими коленями,
Обниму их с неистовой силою,
И слезами и стихотвореньями
Обожгу тебя, горькую, милую.

Отвори мне лицо полуночное,
Дай войти в эти очи тяжелые,
В эти черные брови восточные,
В эти руки твои полуголые.

Что прибавится – не убавится,
Что не сбудется – позабудется…
Отчего же ты плачешь, красавица?
Или это мне только чудится?

Confessione, Nikolaj Alekseevich Zabolockij (Testo tradotto da Paolo Statuti)

[Foto: Rodney Smith]

 

[La poesia, scoperta grazie a Paolo Statuti e al suo blog , è un testo che colpisce anche e soprattutto per la sua storia. Nikolaj Zabolockij fu un intellettuale avente da sempre un atteggiamento fortemente sprezzante verso il genere femminile. Nonostante questo, ebbe la capacità o fortuna di avere accanto a sé una donna, Ekaterina Vasil’evna, che fu moglie e madre affettuosa, che lo seguì anche nei momenti più difficili, come i cinque anni trascorsi nel gulag di Karaganda. Donna la cui presenza fu tutt’altro che marginale, perché fu di vitale importanza nella sopravvivenza dell’autore proprio in quel periodo della sua vita. In realtà Nikolaj Zabolockij ebbe altrettanta abilità nel perderla, quando nel 1956 la moglie, ormai stanca del comportamento del marito, lo lascia. Lasciando l’autore completamente straniato rispetto a qualcosa che mai si sarebbe aspettato in vita sua, visto l’amore e la dedizione della donna. Questa lirica fu scritta l’anno successivo e dedicata, insieme all’ intero ciclo L’ultimo amore, alla moglie, che nel 1958  (pochi mesi prima della morte dell’autore), e chissà forse grazie proprio alla Poesia, decise di tornare al suo primo amore.

Una descrizione più accurata e dettagliata della vita dell’autore e di questa particolare vicenda la trovate nel blog di Paolo Statuti https://musashop.wordpress.com/2017/01/13/nikolaj-alekseevich-zabolockij/ ]