Parole, Alfonso Gatto

20180905_144918

[…] pure,
dileguerai, e sarà sempre oblio
di noi nel mondo.

A Gatto

 

«Ti perderò come si perde un giorno
chiaro di festa: – io lo dicevo all’ombra
ch’eri nel vano della stanza – attesa,
la mia memoria ti cercò negli anni
floridi un nome, una sembianza: pure,
dileguerai, e sarà sempre oblio
di noi nel mondo.»
–                                  Tu guardavi il giorno
svanito nel crepuscolo, parlavo
della pace infinita che sui fiumi
stende la sera alla campagna.

 

Alfonso Gatto da Arie e ricordi, Tutte le poesie (Mondadori, 2017)

[Foto: Gilda M.]

Poesia, Alfonso Gatto

Harold Feinstein

Universo che mi spazia e m’isola, poesia.

A. Gatto

 

In ogni gioia breve e netta scorgo il mio pericolo.
Circolo chiuso ad ogni essere è l’amore che lo regge.
Tendo a questo dubbio intero, a un divieto in cui
cogliere il sospetto e la lusinga del mio movimento.
Universo che mi spazia e m’isola, poesia.

Alfonso Gatto, da Isola in Tutte le poesie (Mondadori, 2017)

 

[Foto: Harold Feinstein]

La stanza, Alfonso Gatto

Dominique Issermann

Mancano gli occhi tuoi più dello specchio.

A. Gatto

 

Questa mia stanza candida di fede,
ad abitarla con eguale fede
più giovane di me, lei sola crede
alla mia nuova storia, tu non vuoi
credere, dici è tutto provvisorio.

Se mi lasci la morte o la speranza
di mutare vagando non sai dire,
né a credere sopporti che tu sia
la presenza invocata.

La mia stanza ha il vuoto che le lasci.
Non le manca la sedia, ma il tuo posto.
Non manca il giradischi, la tua voce
manca e il silenzio dell’averti intorno.

Mancano gli occhi tuoi più dello specchio.

Alfonso Gatto da “Poesie d’amore”, in Tutte le poesie, (Mondadori, 2017)

 

[Foto: Dominique Issermann]

Potrebbero dirti morta, Alfonso Gatto

b15db7f082aaa24649e84396afd45073

 

I tuoi occhi son come la giovinezza
grandi, perduti, lasciano il mondo.
Potrebbero dirti morta senza rumore
e incamminare su te il cielo,
passo a passo, seguendo l’alba.
Tu sei l’amore da portare in braccio
di corsa sino al vento, sino al mare,
e dirti fredda da scaldare al fuoco
e dirti triste coi capelli neri
da pettinare eternamente, è come
deporti nel silenzio, starti accanto
udendo l’acqua battere alle rive.

Alfonso Gatto da Poesie d’amore, Prima parte, 1941-1949, (Mondadori, Milano, 1973)

 

[Foto: Man Ray, Lacrime di vetro, 1930-1932 ]

il 4 è rosso, Alfonso Gatto

 

Guardate il cielo e domandatevi:
la pecora ha mangiato
o non ha mangiato
il fiore? E vedrete che tutto cambia… Ma i grandi
non capiranno mai che questo abbia tanta importanza”

Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe

 

 

Dentro la bocca ha tutte le vocali
il bambino che canta. La sua gioia
come la giacca azzurra, come i pali
netti del cielo, s’apre all’aria, è il fresco
della faccia che porta. Il 4 è rosso
come i numeri grandi delle navi.

Alfonso Gatto, Tutte le Poesie, (Mondadori, 2017)

 

[ Pochi semplici versi per raccontare il mondo dell’infanzia:  la poesia è uno dei pochi luoghi nei quali il bambino esiste con tale naturalezza da non dover pretendere altra spiegazione, così come più in generale nella letteratura: dove una pecora può avere o non aver mangiato il fiore, ma ciò che conta in fondo è l’aver alzato gli occhi al cielo. L’infanzia non è semplicemente una fase di vita, una tappa, un momento di passaggio – è un diritto, diritto inalienabile dell’uomo. Chiunque con guerre, indifferenza, abbandoni, sopprusi, con offese e discriminazioni, con le proprie parole e mani, o con parole e mani altrui neghi a un bambino la sua infanzia gli nega (probabilmente per sempre) la possibilità di essere un adulto sereno, e perciò un uomo o una donna felice. Chiunque neghi l’infanzia è un criminale. Chiunque ferisce un bambino, ferisce la Terra stessa, e con essa il Cielo, i suoi sogni. E di questo tutti siamo responsabili, nessuno escluso.

“Uomini, siate umani, è il vostro primo dovere; siate umani verso tutte le condizioni, verso tutte le età, verso tutto ciò che non è estraneo all’uomo. Quale saggezza può mai esistere fuori dell’umanità? Amate l’infanzia; favoritene i giuochi, le gioie, le amabili inclinazioni. Chi di voi non ha rimpianto talvolta questa età in cui il riso non si spegne mai sulle labbra e l’anima è sempre serena?” ( J. J. Rousseau, Emilio) ]

 

[Foto: Sebastião Salgado]

Alfonso Gatto e gli amori di Xavier Dolan

Le grandi notti d’estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.

Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare,
dal vento che pare l’anima.

E baci perdutamente
sino a che l’arida bocca
come la notte è dischiusa,
portata via dal suo soffio.

Tu vivi allora, tu vivi,
il sogno ch’esisti è vero.
Da quanto t’ho cercata.

Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi occhi.

E il bacio che cerco è l’anima.

Alfonso Gatto da Nuove poesie, 1941-1949, (Lo Specchio Mondadori, 1950)

 

[Video: Dalida, Bang bang  e  Noir Désir, Vive la fête]

*[Les amours imaginaires e J’ai tué ma mère sono i due film d’esordio come regista del giovanissimo Xavier Dolan, entrambi dal taglio autobiografico e dall’influsso evidente della Nouvelle Vague, spiccano per ricercatezza di stile in ogni suo aspetto (dalla musica, alla fotografia, alla tecnica, ai costumi) e per una semplicità nella trama (mai comunque banale), che nell’insieme non dispiace. Il primo racconta lo strano triangolo che si crea intorno a Nicolas, personaggio che per fattezze e aura ricorda il giovane Tadzio de La morte a Venezia ( di Thomas Mann, finemente dipinto nell’omonimo film da Luchino Visconti); il secondo l’incapacità di un figlio nel riuscire nell’atto che nell’immaginario collettivo sembrerebbe il più banale: amare la propria madre. Un’impossibilità che forse sta più nella incomunicabilità tra i due.

P.S. Nonostante i numerosi riferimenti cinematografici, artistici e letterari sparsi in entrambi i film, la poesia da me citata di Alfonso Gatto non rientra tra questi,  si tratta di un mio personale accostamento. ]

__