La dedica, Izet Sarajlić

 

 

Ti dedico i miei occhi, le mie labbra, i miei denti.
Le poesie? Che te ne fai delle mie poesie scritte perché non sapevo tacere?
Che te ne fai delle mie poesie che non ti possono amare?

Com’è bello che non siamo né uccelli né devoti all’imbrunire
e non abbiamo le ali ma le braccia.
L’ultima cosa che ci attende non può essere la nostra morte,
perché i desideri del nostro sangue da qualche parte devono continuare.

Tu sei una donna, piccola,
tu sei una piccola donna,
e un immortale agosto ti ha portato nelle mie ballate.
Resta col mio ti Amo che sopravviverà a tutte le mie
lamentevoli nenie, a tutte le mie trasformazioni.
Resta accanto ai miei occhi.

Sopravviveremo a noi stessi, non solo nel tumulo delle nostre tombe,
perché abbiamo saputo, abbiamo saputo, teneri e superbi,
fuggendo dai coltelli e dalle granate uccidere gli angeli in noi
continuando a restare angeli.

Posteri, cercateci qualche volta seguendo un filo rosso,
solo i nostri corpi giaceranno sotto la terra muta,
ma calpestate piano,
per non ferire le nostre labbra,
e per non pestare i nostri sguardi morti.

Izet Sarajlić, da Chi ha fatto il turno di notte, (Einaudi, 2012)

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Posveta

Posvećujem ti svoje oči, svoje usne, svoje zube.
Pjesme? Šta ćeš od mojih pjesama pisanih jer nisam znao ćutati?
Šta ćeš od mojih pjesama koje ne mogu da te ljube?

Tako je dobro što nismo ni ptice ni bogomoljci u predvečerje
i što nemamo krila već ruke.
Posljednje što nas čeka ne može biti naša smrt,
jer želje naše krvi negdje su moraju nastaviti.

Ti si žena, mala,
ti si mala žena,
i jedan besmrtni avgust donio te u moje balade.
Ostani s mojim Volim koje će nadživjeti sve moje tužaljke, sve moje promjene.
Kraj mojih očiju ostani.

Nadživjećemo sebe, ne samo u humci svojih grobova,
jer znali smo, znali smo, nježni i oholi,
bježeći od noževa i granata ubiti u sebi anđele
i opet ostati anđeli.

Budući, potražite nas nekad u nekom crvenom traganju,
samo tijela naša ležaće pod nijemom zemljom,
ali gazite tiho,
da ne ranite naše usne,
i naše mrtve poglede da ne zgazite.

Izet Sarajlić, da Knjiga oproštaja, (Rabić, Sarajevo, 1998)

 

[Foto: Erwin Blumenfeld]

All’ipotetico lettore, Margherita Guidacci

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… E sappi che l’affetto nell’addio
non è minore che nell’incontro. Rimane
uguale e sarà eterno.

M. Guidacci

 

Ho messo la mia anima fra le tue mani.
Curvale a nido. Essa non vuole altro
che riposare in te.
Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire. Fa’ che siano
allora come foglie e come vento,
assecondando il suo volo.
E sappi che l’affetto nell’addio
non è minore che nell’incontro. Rimane
uguale e sarà eterno. Ma diverse
sono talvolta le vie da percorrere
in obbedienza al destino.

Margherita Guidacci, da  Anelli del tempo (Edizioni Città di Vita, 1993)

 

Ritorno, Nanà Isaia

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           Ritornando
_                      per trovare certi pensieri.
____________    __   Parole che non avevo pensato di dirti.
_                           Pomeriggi di silenzio nel viale.
           Ritornando con un finestrino di treno
per vedere il mondo.
_            So che troverò al loro posto
                                           religiosi gli oggetti
                                                               dell’addio.
_                                         Il ritorno al posto della mia fuga.
_                         Ma nelle mie mani non ci sarà
_     alcuna materia di volti
_                                 e di ultimi momenti.
_                                            Immagini solo dei singhiozzi.
_                                 E un pizzico di cenere dalla vita.
                      Come dolore inutile.

 

Nanà Isaia,  Antologia della poesia greca contemporanea (Crocetti, 2004)

[Foto: Greta Garbo]

Non andartene, Mario Luzi

 

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… Chi ti cerca è il sole,
non ha pietà della tua assenza
il sole …

Non andartene,
non lasciare
l’eclisse di te
nella mia stanza.
Chi ti cerca è il sole,
non ha pietà della tua assenza
il sole, ti trova anche nei luoghi
casuali
dove sei passata,
nei posti che hai lasciato
e in quelli dove sei
inavvertitamente andata
brucia
ed equipara
al nulla tutta quanta
la tua fervida giornata.
Eppure è stata,
è stata,
nessuna ora
sua è vanificata.

 

Mario Luzi

[Foto: Donata Wenders]

 

E viene un tempo… Attilio Bertolucci

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E viene un tempo che la tua persona
si fa maturando più dolce, si screzia
il tuo volto di bruna come i fiori
che ami, i garofani e i gerani
dell’umida primavera di qui.
Gli anni sono passati, sull’intonaco
inverdito di muffa luce e ombra
si baciano, a quest’ora che volge,
con tale disperata tenerezza
il tempo prolungando dell’addio.

Attilio Bertolucci, in Lettera da casa (1951)

Oceano Mare, A. Baricco

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“… Ancora adesso nelle terre di Carewall, tutti raccontano quel viaggio. Ognuno a modo suo. Tutti senza averlo mai visto. Ma non importa. Non smetteranno mai di raccontarlo. Perché nessuno possa dimenticare di quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi. E qualcuno – un padre, un amore, qualcuno- capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume – immaginarlo, inventarlo – e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio.
Questo, davvero sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita. E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare. Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente, umano. Basterebbe la fantasia di qualcuno – un padre, un amore, qualcuno. Lui saprebbe inventarla una strada, qui, in mezzo a questo silenzio, in questa terra che non vuole parlare. Strada clemente, e bella. Una strada da qui al mare.”

Alessandro Baricco, Oceano Mare

Verso il mare della dimenticanza (Lettera a A.D.), Iosif Brodskij

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“Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio…”

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Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso (eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.

Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.

Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…

Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.

Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.

Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi,
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinchè tu non abbia a perderti.

Arrivederci, o magari addio.
Librati, impossèssati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

 

Iosif Brodskij, Verso il mare della dimenticanza

[Foto: Nastya Kaletkina]