Scia, Mario De Santis

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Lamiere e marmo a splendere, come un altrove.
noi cerchiamo un parto in un giro di tango
in una carezza che manca, anche se il giorno impazzisce
e resta muto. L’attesa è restare tutti i giorni
in questo bar, come il vertice del vetro
è nella trasparenza.

M. De Santis

 

 

a R.
1.
“lo sai, è veramente la fine d ogni cosa”
dice di un amore – e mente, solo cerca
dove si rompe il coltello sulla tempia, l’assedio
di una sera, il capogiro dove scendono i pianeti
la loro forza che calma, il loro freddo che cura.
“un taglio perfetto spesso segue l’orbita di un gesto d’amore
ma resta ingiusto come tale” io dico, cercando la mia stasi
nella retta delle vie di Prati, cercando la tua chiesa
invisibile come l’universo. Guardo gli occhi, vessilli
neri di un popolo tronco, ci abita il tuo silenzio
il cielo vuoto lo somiglia al mio. Intorno impallidisce
Gennaio, i negozi non apriranno più, l’aria fittizia
di questo ennesimo anno non si vede,
come il dio che ci ha lasciato, impotente,
al ballo di alcolici, al giro di case in affitto.

2.
Chi le abita, arriva coi topi la sera, lune che indorano
e bar elettrici a scavare in un milione di bicchieri,
guardi nelle finestre: abitano qui, dove i vestiti
poggiano come le buste di rifiuti,
colorano tetri la via. Non è così bella la terra,
ma una città serve a proteggere distanze, il sì che c’è nel no,
la cosa che appartiene da quella che si consuma.
Lamiere e marmo a splendere, come un altrove.
noi cerchiamo un parto in un giro di tango
in una carezza che manca, anche se il giorno impazzisce
e resta muto. L’attesa è restare tutti i giorni
in questo bar, come il vertice del vetro
è nella trasparenza. Andando via senza tante parole
nasce tra noi una libertà di assoluto niente, che non serve.
C’è un gesto possibile, ma non lo cerchiamo.
Resti qui tu, come una figlia a bruciare in un guscio
labile, in un abbraccio, quello che non ci daremo.
Camminando, la sosta all’angolo e poi chissà,
guardo rassicurato i lavori di scavo nell’asfalto:
il mio tempo finisce se non vedo più quella scia
da dove sei venuta, dove sei tornata.

Mario De Santis, Scia (inedito)

 

[Foto: Anna O.]

 

[Mario De Santis è nato a Roma nel 1964. Si occupa di poesia e critica letteraria, collaborando a riviste cartacee  e online. E’ giornalista radiofonico, dal 1988, come  autore e conduttore di svariate  trasmissioni culturalie dal 2010 è nella redazione di Radio Capital.  Poeta contemporaneo, ha  pubblicato  Le ore Impossibili (Empiria,2007), La polvere nell’acqua (Milano, Crocetti, 2012) e Sciami  (Ladolfi Editore, (2015).]

Oroscopo, Cecília Meireles

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Nessuno sa
che fiume, che fiume
di lutto circonda
la terra profonda
che calco e che sono

C. Meireles

 

 

Dovrebbero essere Venere
e Giove, sì,
che almeno, almeno,
mi guardassero,
generando cammini
chiari e sereni
da dove passare
chi è stata nutrita
a segreti vini,

perduta, perduta
d’amore e meditare.

Saturno, tuttavia,
Saturno, l’ombroso,
si è precipitato.

Nessuno sa
che fiume, che fiume
di lutto circonda
la terra profonda
che calco e che sono;

che notte riveste
il mondo in cui passo
e i mondi che penso …

Che lungo, alto, immenso,
muto cipresso
s’innalza, ramo su ramo,
fra il mio abbraccio
e l’abbraccio che amo!

 

Cecília Meireles (1901-1964), Oroscopo

Trad. Emilio Capaccio


 

 

Deviam ser Venus
e Júpiter, sim,
que ao menos, ao menos,
olhassem por mim,
gerando caminhos
claros e serenos
por onde passar
quem vinha nutrida
de secretos vinhos,

perdida, perdida,
de amor e pensar.

Saturno, porém,
Saturno, o sombrio,
se precipitou.

Não sabe ninguém
que rio, que rio
de luto circunda
a terra profunda
que piso e que sou;

que noite reveste
o mundo em que passo
e os mundos que penso …

Que longo, alto, imenso,
calado cipreste
sobe, ramo a ramo,
entre o meu abraço
e o abraço que amo!

Cecília Meireles, Horòscopo