Incipit… Venere in pelliccia, L. von Sacher-Masoch

Luisa Casati

 

Mi trovavo in dolce compagnia.
Di fronte a me, vicino al massiccio caminetto rinascimentale, sedeva Venere, proprio lei, la Dea dell’Amore in persona e non una qualsiasi donnetta che, come Mademoiselle Cleopatra, avesse preso quel nome per combattere il sesso nemico.
Sedeva in poltrona e il fuoco scoppiettante da lei ravvivato le lambiva con riverberi rossastri e guizzanti il viso pallido dagli occhi chiari e, di tanto in tanto, quando cercava di scaldarli, i piedi.
Aveva una testa stupenda, malgrado i morti occhi di pietra, ma non riuscivo a vedere altro di lei. La sublime donna aveva il corpo marmoreo avvolto in un’ampia pelliccia in cui si era rannicchiata, tremando, come una gatta.
“Non la capisco, gentile signora”, le dissi “a dire la verità non fa più freddo, e da due settimane poi abbiamo una primavera splendida. Evidentemente lei è nervosa.”
“Bella primavera!” mi rispose con voce profonda e dura come il sasso, e dopo due rapidissimi e celestiali starnuti aggiunse:”Io non ne posso più e ora comincio a capire…”

Incipit da La venere in pelliccia, Leopold von Sacher-Masoch

 

i tuoi petali, Christian Bobin, da “La vita grande”

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Tutto ciò che amo in questa vita – le notti
d’estate, il sonno delle volpi, il silenzio dei pensatori
– assolutamente tutto riposa sulla stella bianca dei tuoi petali…

 

La pioggia costruisce attorno al tuo volto il suo monastero di gocce d’acqua. Per dei lunghi momenti mi fissi dal raggio dei tuoi occhi. Leggo davanti alla finestra. Se per guardarti alzo la testa dal libro, non riesco più a tornare a lui. Di una margherita sola con il suo fuoco bianco nell’oceano di un prato, chi se ne cura? Attingo dalla tua vista le forze necessarie per resistere al mondo. Ho pensato che potremmo, ora che della vita antica tutto è distrutto, riprendere l’alfabeto dell’eterno. Tu sarai la prima lettera. La ruota del mondo passa indifferente sulle grida dei profeti. Una sola cosa la offusca: che quaggiù rimane qualcosa di silenzioso e puro. Il cielo riposa sulla tua testa pallida e luminosa. Tutto ciò che amo in questa vita – le notti d’estate, il sonno delle volpi, il silenzio dei pensatori – assolutamente tutto riposa sulla stella bianca dei tuoi petali… Umilissima, dolce e ferma margherita, saluto in te la speranza realizzata di un mondo resuscitato, l’effrazione di una luce nella mia anima liberata.

Christian Bobin, La vita grande (AnimaMundi Edizioni)

 

[Foto: Loie Fuller (soggetto)]

Sunset Limited, Cormac McCarthy

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Le cose che amavo un tempo erano molto fragili.
Molto delicate. Ma io non lo sapevo. Pensavo che
fossero indistruttibili. E mi sbagliavo.

NERO E in che cosa credi?
BIANCO In un sacco di cose.
NERO Va bene.
BIANCO In che senso, va bene?
NERO Va bene, quali cose?
BIANCO Credo in certe cose.
NERO Questo l’hai già detto.
BIANCO Probabilmente non credo più in una serie di cose in cui credevo una volta, ma questo non significa che non creda più in niente.
NERO Be’, fammi un esempio.
BIANCO Più che altro, credo nel valore delle cose.
NERO Nel valore delle cose.
BIANCO Sì.
NERO Ok. Di quali cose?
BIANCO Di un sacco di cose. Le cose culturali, per esempio. I libri, la musica, l’arte. Cose di questo genere.
NERO Va bene.
BIANCO Queste sono le cose che per me hanno valore. Sono la base della civiltà. O quantomeno, un tempo avevano valore. Probabilmente oggi non ne hanno più così tanto.
NERO E cosa gli è successo, a quelle cose?
BIANCO La gente ha smesso di dar loro valore. Io ho smesso di dar loro valore. Entro un certo limite. Non saprei neanche spiegarle bene perché. Quel mondo è in gran parte scomparso. E fra poco lo sarà del tutto.
NERO Non so se riesco a seguirti, professore.
BIANCO Non c’è niente da seguire. Va bene così. Le cose che amavo un tempo erano molto fragili. Molto delicate. Ma io non lo sapevo. Pensavo che fossero indistruttibili. E mi sbagliavo.

Sunset Limited Cormac McCarthy

A voi… e a me: un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni!!!

 

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A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento.
Ai pazzi per amore, ai visionari,
a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno.
Ai reietti, ai respinti, agli esclusi. Ai folli veri o presunti.
Agli uomini di cuore,
a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro.
A tutti quelli che ancora si commuovono.
Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni.
A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato.
Ai poeti del quotidiano.
Ai “vincibili” dunque, e anche
agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo.
Agli eroi dimenticati e ai vagabondi.
A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali,
ancora si sente invincibile.
A chi non ha paura di dire quello che pensa.
A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà.
A chi non vuol distinguere tra realtà e finzione.
A tutti i cavalieri erranti.
In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene…
a tutti i teatranti.

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Miguel de Cervantes,  dadica dell’autore dal Don Chisciotte

[Foto:  Michael Kahn, Summer Cloud ]

Un minuto di silenzio, Wisława Szymborska

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Essere o non essere; questo è il problema:
se sia più nobile all’animo
sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna,
o prender l’armi contro un mare di triboli
e combattendo disperderli. Morire: dormire…
sognare, forse

William Shakespeare

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Conosciamo noi stessi solo fin dove
siamo stati messi alla prova.
Ve lo dico
dal mio cuore sconosciuto.

Wisława Szymborska

 

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E tu dove vai,
là ormai non c’è che fumo e fiamme!
– Là ci sono quattro bambini d’altri,
vado a prenderli!

Ma come,
disabituarsi così d’improvviso
a se stessi?
al succedersi del giorno e della notte?
alle nevi dell’anno prossimo?
al rosso delle mele?
al rimpianto per l’amore,
che non basta mai?

Senza salutare, non salutata
in aiuto ai bambini corre, s’affanna,
guardate, li porta fuori tra le braccia,
nel fuoco quasi a metà sprofondata,
i capelli in un alone di fiamma.

E voleva comprare un biglietto,
andarsene via per un po’,
scrivere una lettera,
spalancare la finestra dopo la pioggia,
aprire un sentiero nel bosco,
stupirsi delle formiche,
guardare il lago
increspato dal vento.

Il minuto di silenzio per i morti
a volte dura fino a notte fonda.

Sono testimone oculare
del volo delle nubi e degli uccelli,
sento crescere l’erba
e so darle un nome,
ho decifrato milioni
di caratteri a stampa,
ho seguito con il telescopio
stelle bizzarre,
solo che nessuno finora
mi ha chiamato in aiuto
e se rimpiangessi
una foglia, un vestito, un verso-

Conosciamo noi stessi solo fin dove
siamo stati messi alla prova.
Ve lo dico
dal mio cuore sconosciuto.

 

Wisława Szymborska, Un minuto di silenzio [da “Appello allo Yeti”]

 

__

A ty dokąd,
tam już tylko dym i płomień!
– Tam jest czworo cudzych dzieci,
idę po nie!

Więc, jak to,
tak odwyknąć nagle
od siebie?
od porządku dnia i nocy?
od przyszłorocznych śniegów?
od rumieńca jabłek?
od żalu za miłością,
której nigdy dosyć?

Nie żegnająca, nie żegnana
na pomoc dzieciom biegnie sama,
patrzcie, wynosi je w ramionach,
zapada w ogień po kolana,
łunę w szalonych włosach ma.

A chciała kupić bilet,
wyjechać na krótko,
napisać list,
okno otworzyć po burzy,
wydeptać scieżkę w lesie,
nadziwić sie mrówkom,
zobaczyć jak od wiatru
jezioro się mruży.

Minuta ciszy po umarłych
czasem do późnej nocy trwa.

Jestem naocznym świadkiem
lotu chmur i ptaków,
słyszę jak trawa rośnie
i umiem ją nazwać,
odczytałam miliony
drukowancyh znaków,
wodziłam teleskopem
po dziwacznych gwiazdach,
tylko nikt mnie dotychczas
nie wzywał na pomoc
i jeśli pożaluję
liścia, sukni, wiersza –

Tyle wiemy o sobie,
ile nas sprawdzono.
Mówię to wam
ze swego nieznanego serca.

Wisława Szymborska

Wołanie do Yeti”, Wydawnictwo Literackie, 1957

 

Buon Viaggio, Anima…

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“Voglio aggiungere che dal 2007 insegno alla Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. E’ stato il mio sogno entrare, da allieva sono stata bocciata due volte prima di essere ammessa.
Certe volte entravo nella scuola salivo l’ascensore fino al 5° piano – la sede allora era in via 4 Fontane nel palazzo di una Marchesa.
Salivo in “Paradiso” solo per sentire l’odore, attraversare un corridoio fare una domanda solo per “stare lì”. L’Accademia per me è uno dei posti più “evocativi” come dicono i poeti. Adesso si trova a Piazza Verdi non lontano da casa mia ogni volta che ci entro cerco il mio professore. Lorenzo Salveti che oggi è direttore, lo stringo lo guardo, solo lui conosce quello che provo quanto amo quella scuola, anche se ora mi chiamano maestra, io sono una allieva della Scuola d’Arte Drammatica S. d’Amico.
Amo anche la parola Accademia.

P.S.
Ho già adocchiato una vetrinetta in sala riunioni con un piccolo cofanetto verde di porcellana, credo.
Ritengo sia ideale per contenere le mie ceneri. E’ una aspirazione che piano piano trovero’ il coraggio di far uscire alla luce. Che detto di un mucchietto di ceneri non è appropriato.
Posso tentare…. e se mi ribocciano?
E se poi l’Accademia trasloca?
E se durante il trasloco il cofanetto verde si rompe? No eh! essere spazzata via dall’Accademia no mai più!”

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[Qualche giorno fa, il 30 luglio 2016, ci ha lasciati una tra le più grandi attrici e artiste italiane,  Anna Marchesini: una donna capace di interpretare migliaia di maschere senza indossarne nessuna, un corpo un’anima una voce che -anche se colpita dalla malattia – non ha smesso di farsi sentire, e che ci ha lasciato l’inestimabile ricordo della sua frenetica vitalità, tutta racchiusa nei suoi immensi occhi. Della Marchesini, in effetti, ciò che mi ha sempre colpito, oltre all’ indiscussa bravura, sono i suoi occhi: energici, vitali, veraci, due vortici nei quali perderti. Io non ho seguito tutta la sua carriera e  non ho avuto la fortuna di vederla a teatro, in carne ed ossa, però la sua morte mi ha colpito particolarmente. Mi ha colpito a livello umano, per il peso di una malattia come l’artrite reumatoide che l’ha letterarmente trasformata fuori, ma che non ha scalfito la sua immensa anima e la forza con la quale l’ha affrontata, la forza del suo sorriso. Ma mi ha colpito anche perché, se mi guardo intorno, non riesco a trovare un’attrice italiana giovane o relativamente giovane ( mi riferisco a quelle che attualmente occupano la scena, non a chi magari ha immense doti ma per un motivo o per un altro resta invisibile al grande pubblico) che si avvicini minimamente ai suoi livelli, e in generale mi domando dove finirà il cinema, il teatro,  o l’arte italiana se si continua a dare spazio sempre ai soliti noti, arricchiti oltre misura, smisuratamente avidi (i più) e che spesso non hanno nulla da offrire. Questo non lo so, certamente la Marchesini ha contribuito a rendere questo mondo un posto migliore, e certamente dovunque la porterà il suo viaggio, sarà un luogo fortunato! Ciao Anna!

P.S. Il brano citato è tratto dalla piccola biografia scritta da lei nel suo sito web, mi ha colpita come abbia terminato il resoconto con un ritorno a quel luogo dove ebbe inizio il suo sogno: l’Accademia d’Amico, dove fu accolta dopo molti anni come insegnante, e dove probabilmente si trova ancora.]

Febbre, Sarah Kane

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E voglio giocare a nascondino e darti i miei vestiti e dirti che mi piacciono le tue scarpe e sedermi sugli scalini mentre fai il bagno e massaggiarti il collo e baciarti i piedi e tenerti la mano e andare a cena fuori e non farci caso se mangi dal mio piatto e incontrarti da Rudy e parlare della giornata e battere a macchina le tue lettere e portare le tue scatole e ridere della tua paranoia e darti nastri che non ascolti e guardare film bellissimi e guardare film orribili e lamentarmi della radio e fotografarti mentre dormi e svegliarmi per portarti caffè brioches e ciambella e andare da Florent e bere caffè a mezzanotte e farmi rubare tutte le sigarette e non trovare mai un fiammifero e dirti quali programmi ho visto in tv la notte prima e portarti a far vedere l’occhio e non ridere delle tue barzellette e desiderarti di mattina ma lasciarti dormire ancora un po’ e baciarti la schiena e carezzarti la pelle e dirti quanto amo i tuoi capelli i tuoi occhi le tue labbra il tuo collo i tuoi seni il tuo culo il tuo

e sedermi a fumare sulle scale finché il tuo vicino non torna a casa e sedermi a fumare sulle scale finché tu non torni a casa e preoccuparmi se fai tardi e meravigliarmi se torni presto e portarti girasoli e andare alla tua festa e ballare fino a diventare nero e essere mortificato quando sbaglio e felice quando mi perdoni e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te e sbavare dietro ai tuoi seni e coprirti la notte e avere freddo quando prendi tutta la coperta e caldo quando non lo fai e sciogliermi quando sorridi e dissolvermi quando ridi e non capire perché credi che ti rifiuti visto che non ti rifiuto e domandarmi come hai fatto a pensare che ti avessi rifiutato e chiedermi chi sei ma accettarti chiunque tu sia e raccontarti dell’angelo dell’albero il bambino della foresta incantata che attraversò volando gli oceani per amor tuo e scrivere poesie per te e chiedermi perché non mi credi e provare un sentimento così profondo da non trovare le parole per esprimerlo e aver voglia di comperarti un gattino di cui diventerei subito geloso perché riceverebbe più attenzioni di me e tenerti a letto quando devi andare via e piangere come un bambino quando te ne vai e schiacciare gli scarafaggi e comprarti regali che non vuoi e riportarmeli via e chiederti di sposarmi e dopo che mi hai detto ancora una volta di no continuare a chiedertelo perché anche se credi che non lo voglia davvero io lo voglio veramente sin dalla prima volta che te l’ho chiesto e andare in giro per la città pensando che è vuota senza di te e volere quello che vuoi tu e pensare che mi sto perdendo ma sapere che con te sono al sicuro e raccontarti il peggio di me e cercare di darti il meglio perché è questo che meriti e rispondere alle tue domande anche quando potrei non farlo e cercare di essere onesto perché so che preferisci così e sapere che è finita ma restare ancora dieci minuti prima che tu mi cacci per sempre dalla tua vita e dimenticare chi sono e cercare di esserti vicino perché è bello imparare a conoscerti e ne vale di sicuro la pena e parlarti in un pessimo tedesco e in un ebraico ancora peggiore e far l’amore con te alle tre di mattina e non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te.

Sarah Kane, Crave (Febbre, 1998)

*Il  grassetto è stato aggiunto da me.

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[Il brano citato è forse quello che meno rappresenta la dissacrante scrittura di Sara Kane, ma è anche quello che resta più impresso a chi legge per la prima volta Crave: perchè disperato folle carnale verace dissoluto profondo incolmabile come può essere il cuore di chi ama. Sara Kane faceva parte di quelle anime per cui teatro e vita, arte e esistenza sono la stessa cosa e proprio per questo il suo ultimo testo Psicosi delle 4.48 (quello che preferisco) non solo scava nel profondo dei suoi abissi ma ci fa una cronaca dettagliata di ciò che sarà il suo destino, a soli 28 anni. Le 4.48 è infatti l’ora notturna che statisticamente è di maggiore attrazione per il suicidio: ” Alle 4:48 quando la lucidità mi fa visita per un’ora e dodici minuti sono in me. Passata quell’ora sarò di nuovo andata, marionetta in pezzi, ridicola folle. Ora sono qui e riesco a vedermi ma quando sono rapita da basse illusioni di felicità l’orrendo incantesimo di questo motore di magie, non riesco a toccare il mio vero io. Perché mi credi in quei momenti e non adesso? Ricorda la luce e credi nella luce. Nulla importa ormai. Smettila di giudicare dalle apparenze, dai un giudizio obiettivo.- Tranquilla. Presto starai meglio.”. Voglio ricordare infine la sua unica sceneggiatura cinematograsica, Skin,  cortometraggio diretto da Vincent O’Connell]

 

 

Coltiviamo-ci!

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Si può essere istruiti senza essere veramente colti. L’istruzione è un vestito. La parola istruzione significa che una persona si è rivestita di conoscenze. È una vernice, la cui presenza non implica necessariamente il fatto di aver assimilato quelle conoscenze. La parola cultura, di contro, significa che la terra, l’humus profondo dell’uomo, è stata dissodata.

 Antonin Artaud (1896-1948- commediografo, poeta, scrittore francese)
da Messaggi rivoluzionari

L’androgino, Claude Cahun

 

So dove vado,
Ti ci voglio condurre,
Il mio cattivo disegno
non è fatto per nuocerti.
Paul Valery

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– Seni superflui, denti pressanti e contraddittori, occhi e capelli col tono più banale, mani piuttosto fini, ma che un demone – il demone dell’eredità – ha piegato, deformato… La testa ovale dello schiavo, la fronte troppo alta… o troppo bassa, un naso ben riuscito nel suo genere – ahimé! un genere che induce a fare brutte associazioni di immagini, la bocca troppo sensuale: questo può piacere finché si ha fame, ma appena mangiato vi disgusta, il mento appena abbastanza sporgente, e in tutto il corpo muscoli soltanto accennati…

Vittoriosa!… a volte vittoriosa sui più atroci disagi, una destrezza tardiva corregge un’ombra, un gesto imprudente, e la bellezza rinasce!

Perché di fronte al suo specchio Narciso è toccato dalla grazia. Acconsente a riconoscersi. E l’illusione che crea per se  stesso si estende a qualcun altro.

(Calude Cahun da Eroine, p. 87)

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                                                        «Maschile? Femminile? Ma dipende dai casi. Neutro è il solo    genere che mi si addice sempre». 

All’anagrafe era Lucy Renée Mathilde Schwob (Nantes 1894 – Parigi 1954), figlia di Victorine Mary Antoinette Courbebaisse e di Maurice Schwob, noto giornalista e saggista, proprietario del giornale «Le Phare de la Loire». Artista dai molti talenti – scrittrice, fotografa e attrice – rimase a lungo in ombra, forse perché la sua arte, e la sua stessa persona, sfuggivano alle consuete categorie. Precoce autrice di saggi e scritti originali, si firmò Claude Courlis e Daniel Douglas prima di assumere definitivamente il nome di Claude Cahun, che – scrisse – «rappresenta ai miei occhi il mio vero nome, piuttosto che uno pseudonimo»: un cognome, quello della nonna paterna, che rinviava alle sue origini ebraiche; un nome invariabile, maschile e femminile. Appena quindicenne aveva conosciuto Suzanne Malherbe, giovane promessa delle

arti grafiche, divenuta poi Marcel Moore, futura sorellastra (il padre Cahun ne avrebbe sposato la madre) e amante. Fu per Cahun «l’altra me stessa». Tra il 1918 e il 1938 vissero insieme a Parigi, dove frequentarono illustri personaggi delle avanguardie artistiche e letterarie. Legata idealmente al movimento surrealista, Claude Cahun ne rimase una figura defilata malgrado Breton la definisse «lo spirito più curioso di questi tempi» e la incoraggiasse a scrivere: quell’ambiente sembrava però ignorare per le donne altro destino che l’essere musa ispiratrice. Fu attivista politica e sostenne la causa trotskysta nell’Association des Ecrivains et Artistes Revolutionaires. Nel ‘34 pubblicò un libello, Les paris sont ouverts, in cui rivendicava per l’arte un ruolo più concreto, di strumento per cambiare la società. Le sue apparizioni in società destavano costantemente scalpore, per via dell’impatto delle sue mise maschili da dandy e dei suoi capelli cortissimi spesso tinti d’oro o di rosa. Nella sua prosa poetica slegata dalle convenzioni narrative e talora esempio di uno “Stream of Consciousness” caro alle avanguardie. Nel suo interesse per il teatro sperimentale, così come nell’immaginario che tradusse in fotografia, si dimostrò sensibile interprete delle suggestioni artistiche del proprio tempo. L’ossessione del proporsi davanti alla macchina fotografica come un’identità instabile, fatta di maschere e stereotipi, è un tratto che si ritroverà nella poetica di Cindy Sherman; i riferimenti a temi intimi e autobiografici in quella di Nan Goldin. Negli anni Ottanta del Novecento queste tematiche così vive nella sua opera attirano l’attenzione sulla sua attività fotografica più che su quella letteraria o teatrale. Grande attenzione ha riscosso in questa ripresa la serie dei suoi numerosi autoritratti en travesti – in realtà scattati e stampati da Moore e con lei concepiti e progettati. Attraverso la maschera e la moltiplicazione delle identità si svolge il tema dell’asessualizzazione e della pluralità del soggetto, quasi un percorso di cura, in grado di riunire gli aspetti della psiche e della persona, secondo una sensibilità analitica (psicanalitica) che si rintraccia anche in certi suoi scritti. «Sotto questa maschera un volto. Non finirò mai di sollevare tutti questi volti», aveva scritto Cahun in Aveux non Avenus, intreccio autobiografico di pensieri, disegni e immagini fotografiche. Lasciata Parigi nel ’38, Cahun e Moore si trasferiscono su un’isoletta del Canale della Manica, Jersey, occupata poi dai Nazisti. Per quasi quattro anni le due donne conducono da sole un’incredibile campagna di demoralizzazione – indirizzata alle truppe d’occupazione – diffondendo volantini in lingua tedesca (che Moore conosceva bene) incitanti all’ammutinamento, firmati “Il Soldato Senza Nome”. Catturate e condannate a morte, trascorrono 10 mesi in prigionia prima della sconfitta e della resa tedesca. Nel corso di varie perquisizioni alla loro dimora molto materiale fotografico va perduto: distrutto perché definito pornografico. Nel dopoguerra Cahun tenta di riallacciare i rapporti col gruppo surrealista, incontrando Breton e Max Ernst, e seppur con la salute compromessa dalla prigionia, progetta di tornare a Parigi. Muore nel ’54 a causa di un’embolia polmonare nell’ospedale di Jersey. Nel 1972 muore, togliendosi la vita, anche Marcel Moore.(  Rosa Maria Puglisi,  Enciclopedia delle donne).

“La Cahun procede per vie interne (ancestrali), scava nel mito e nella storia e sceglie donne esemplari di cui ricostruire vite immaginarie secondo la lezione dell’amato zio, Marcel Schwob”.

Così ci presenza Roberto Speziale, nella sua postfazione, Eroine (duepunti edizioni), una raccolta di quindici novelle scritte  da Claude Cahun tra il 1920 e 1924 e pubblicate per la prima volta nel 1925. Eva, Dalila, Giulietta, Penelope, Elena, Saffo, Maria, Cenerentola, Margherita, Salomé, Sophie, Salmacide, la Bella: donne, eroine,  meravigliosamente folli, ribelli e incresciosamente autodistruttive. Letterarie che giocano il gioco del disorientamento. Non più quindi ritratti di donne volti a innescare rivendicazioni femministe, ma donne spinte dalla follia, dall’istinto alla ribellione e al’autolesionismo. Dove il sesso è la strada che porta alla libertà (evidenti i riferimenti a Sade, Wilde e Gide) e il corpo diventa, secondo la ormai consueta pratica della Cohun, ” oggetto, forma, strumento per sovvertire, ibrido, mutante e grottesco che rompe le armonie del canone classico”. (Roberto Speziale pp 115-116).

[ripropongo qui un articolo pubblicato in un altro mio blog qualche anno fa]

 

Viva! Viva! Viva!!! C. Chaplin

 

“Ma c’è una cosa altrettanto inevitabile quanto la morte, ed è la vita. Viva! Viva! Viva! Pensi alla forza che è nell’universo, che fa muovere la terra e crescere gli alberi! E c’è la stessa forza dentro di lei, purché solo abbia il coraggio e la volontà di usarla.

Charlie Chaplin, monologo da Luci della ribalta, 1952

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” … Perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi.”

 

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io. Oggi so che questo si chiama rispetto.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda é un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama maturità.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama stare in pace con se stessi.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama sincerità.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: persone, cose, situazioni e tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso; all’inizio lo chiamavo sano egoismo, ma oggi so che questo è amore di sé.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E cosi ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama semplicità.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo. E’ la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo perfezione.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che il mio pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore, l’intelletto è diventato un compagno importante. Oggi a questa unione do il nome di saggezza interiore. Non dobbiamo continuare a temere i contrasti, i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi.

Oggi so che tutto questo è la vita.

Charlie Chaplin, Discorso per i suoi settant’anni