Spazio, Anna Swirszczynska

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Sono uno spazio
disabitato.
Non popolatemi,
non ammobiliatemi,
non mettetemi dentro niente.

 

 

Sono uno spazio
disabitato.
Vi prego,
non popolatemi.
Non mettetemi dentro niente.
Nè sedia, né speranza di resurrezione,
né tavola pitagorica,
né scopo,
né codice stradale,
né nome, né età, né sesso.

E neppure un’ epoca con tutte le sue pene,
né l’appartenenza al genere umano.

Sono uno spazio
disabitato.
Non popolatemi,
non ammobiliatemi,
non mettetemi dentro niente.

Sono uno spazio
allo stato puro.
Perfetta,
non intorbidita,
da tutto
libera.

 

Anna Swirszczynska, Spazio, trad. Giorgio Origlia in Poesia Crocetti 344

 

[Non so se esista ormai al mondo uno spazio tale, nel mondo esterno come in quello interno sembra che uno spazio simile sia vietato. Forse prima della nascita, forse ancor prima, forse nell’Universo, nel caos primordiale (che tanto ci spaventa e affascina) ma da uno spazio così, in un mondo fatto di vite segnate da mille confini e perciò cicatrici, si potrebbe ripensare la vita, l’esistenza tutta. ]

Chino sulle sere, Pablo Neruda

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Solo conservi tenebre, donna distante e mia

P. Neruda

 

Chino sulle sere getto le mie tristi reti
ai tuoi occhi oceanici.

Lì si distende e arde nella più alta fiamma
la mia solitudine che muove le braccia come un
naufrago.

Faccio rossi segnali sui tuoi occhi assenti
che ondeggiano come il mare sulla riva di un faro.

Solo conservi tenebre, donna distante e mia,
dal tuo sguardo emerge a volte la costa del terrore.

Chino sulle sere lancio le mie tristi reti
in quel mare che scuote i tuoi occhi oceanici.

Gli uccelli notturni beccano le prime stelle
che scintillano come la mia anima quando ti amo.

Galoppa la notte sulla sua cavalla cupa
spargendo spighe azzurre sul prato.

da P. Neruda, Poesie, a cura di G. Bellini, Nuova Accademia,
Milano, 1960

_________________________________

 

Inclinado en las tardes tiro mis tristes redes
a tus ojos oceánicos.

Allí se estira y arde en la más alta hoguera
mi soledad que da vueltas los brazos como un náufrago.

Hago rojas señales sobre tus ojos ausentes
que olean como el mar a la orilla de un faro.

Sólo guardas tinieblas, hembra distante y mía,
de tu mirada emerge a veces la costa del espanto.

Inclinado en las tardes echo mis tristes redes
a ese mar que sacude tus ojos oceánicos.

Los pájaros nocturnos picotean las primeras estrellas
que centellean como mi alma cuando te amo.

Galopa la noche en su yegua sombría
desparramando espigas azules sobre el campo.

 

Pablo Neruda, Poema VII, in  20 poemas de amor y una canción desesperada

Il ricordo dei tuoi giorni grigi, Leonardo Sciascia

 

Mi è riposo il ricordo dei tuoi giorni grigi,
delle tue vecchie case che strozzano strade,
della piazza grande piena di silenziosi uomini neri.
Tra questi uomini ho appreso grevi leggende
di terra e di zolfo, oscure storie squarciate
dalla tragica luce bianca dell’acetilene.
È l’acetilene della luna nelle notti calme,
nella piazza le chiese ingramagliate d’ombra;
e cupo il passo degli zolfatari, come se le strade
coprissero cavi sepolcri, profondi luoghi di morte.
Nell’alba, il cielo come un freddo timpano d’argento
a lungo vibrante delle prime voci; le case assiderate;
in ogni luogo la pena di una festa disfatta.
E i tramonti tra i salici, il fischio lungo dei treni;
il giorno che appassiva come un rosso geranio
nelle donne affacciate alla prora aerea del viale.
Una nave di malinconia apriva per me vele d’oro,
pietà ed amore trovavano antiche parole.

 

 

[Troviamo qui Il ricordo da parte di Leonardo Sciascia del paese natale, Racalmuto, piccolo borgo dell’Agrigentino, una terra che abbandonò per vivere prima a Roma, poi a Caltanissetta e infine a Palermo. Uno dei tanti emigrati insomma che ricorda, non senza nostalgia, quel sentimento di chi è lontano e ricorda i luoghi familiari, amati, la propria radice: le strade, la  piazza dove gli uomini si fermano a chiacchierare, a parlare del duro lavoro nelle miniere, la bellezza del cielo all’alba e al tramonto. Immagini evocate e arricchite dal ricordo e dall’immaginazione creativa del poeta.]

Cartoline dal mio paese: due poesie rimaste a lungo inedite di Leonardo Sciascia

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1.

Il paese del sale, il mio paese
che frana – sale e nebbia –
dall’altipiano a una valle di crete;
così povero che basta un venditore
d’abiti smessi – ridono appesi alle corde
i colori delle vesti femminili –
a far festa, o la tenda bianca
del venditore di torrone.
Il sale sulla piaga, queste pietre
bianche che s’ammucchiano
lungo i binari – il viaggiatore
alza gli occhi dal giornale, chiede
il nome del paese – e poi in lunghi convogli e
scendono alle navi di Porto Empedocle;
il sale della terra – “e se il sale
diventa insipido
come gli si renderà il sapore?”
(E se diventa morte,
pianto di donne nere nelle strade,
fame negli occhi dei bambini?).

 
2.

Questo è il freddo che i vecchi
dicono s’infila dentro le corna del bue;
che svena il bronzo delle campane,
le fa opache nel suono come brocche di creta.
C’è la neve sui monti di Cammarata,
a salutare questa neve lontana
c’erano un tempo festose cantilene.
I bambini poveri si raccolgono silenziosi
sui gradini della scuola, aspettano
che la porta si apra: fitti e intirizziti
come passeri, addentano il pane nero,
mordono appena la sarda iridata
di sale e squame. Altri bambini
stanno un po’ in disparte, chiusi
nel bozzolo caldo delle sciarpe.

 

Leonardo Sciascia, Cartoline dal mio paese,  La Stampa del 18 dicembre 2009

 

[Queste poesie, scritte da Leonardo Sciascia nel 1952, sono state ritrovate da Francesco Izzo tra le Carte Pasolini, presso l’Archivio A. Bonsanti del Gabinetto Vieusseux di Firenze. E a darne notizia è stato il sito ufficiale degli Amici dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia Web nell’ottobre del 2009 e pubblicate su La Stampa del 18 dicembre 2009.]

 

[Foto: Leonardo Sciascia (1921-1989) sugli scogli sul mare vicino a Palermo (Vittoriano Rastelli / Getty Images) ]

Scia, Mario De Santis

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Lamiere e marmo a splendere, come un altrove.
noi cerchiamo un parto in un giro di tango
in una carezza che manca, anche se il giorno impazzisce
e resta muto. L’attesa è restare tutti i giorni
in questo bar, come il vertice del vetro
è nella trasparenza.

M. De Santis

 

 

a R.
1.
“lo sai, è veramente la fine d ogni cosa”
dice di un amore – e mente, solo cerca
dove si rompe il coltello sulla tempia, l’assedio
di una sera, il capogiro dove scendono i pianeti
la loro forza che calma, il loro freddo che cura.
“un taglio perfetto spesso segue l’orbita di un gesto d’amore
ma resta ingiusto come tale” io dico, cercando la mia stasi
nella retta delle vie di Prati, cercando la tua chiesa
invisibile come l’universo. Guardo gli occhi, vessilli
neri di un popolo tronco, ci abita il tuo silenzio
il cielo vuoto lo somiglia al mio. Intorno impallidisce
Gennaio, i negozi non apriranno più, l’aria fittizia
di questo ennesimo anno non si vede,
come il dio che ci ha lasciato, impotente,
al ballo di alcolici, al giro di case in affitto.

2.
Chi le abita, arriva coi topi la sera, lune che indorano
e bar elettrici a scavare in un milione di bicchieri,
guardi nelle finestre: abitano qui, dove i vestiti
poggiano come le buste di rifiuti,
colorano tetri la via. Non è così bella la terra,
ma una città serve a proteggere distanze, il sì che c’è nel no,
la cosa che appartiene da quella che si consuma.
Lamiere e marmo a splendere, come un altrove.
noi cerchiamo un parto in un giro di tango
in una carezza che manca, anche se il giorno impazzisce
e resta muto. L’attesa è restare tutti i giorni
in questo bar, come il vertice del vetro
è nella trasparenza. Andando via senza tante parole
nasce tra noi una libertà di assoluto niente, che non serve.
C’è un gesto possibile, ma non lo cerchiamo.
Resti qui tu, come una figlia a bruciare in un guscio
labile, in un abbraccio, quello che non ci daremo.
Camminando, la sosta all’angolo e poi chissà,
guardo rassicurato i lavori di scavo nell’asfalto:
il mio tempo finisce se non vedo più quella scia
da dove sei venuta, dove sei tornata.

Mario De Santis, Scia (inedito)

 

[Foto: Anna O.]

 

[Mario De Santis è nato a Roma nel 1964. Si occupa di poesia e critica letteraria, collaborando a riviste cartacee  e online. E’ giornalista radiofonico, dal 1988, come  autore e conduttore di svariate  trasmissioni culturalie dal 2010 è nella redazione di Radio Capital.  Poeta contemporaneo, ha  pubblicato  Le ore Impossibili (Empiria,2007), La polvere nell’acqua (Milano, Crocetti, 2012) e Sciami  (Ladolfi Editore, (2015).]

Auguri di buon anno!

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Con alcuni dei libri che hanno accompagnato il nostro 2018 e la scelta tra gli articoli e le poesie pubblicate, vi auguro un nuovo anno di rinascite, incontri, scoperte e gioia! Ma soprattutto un anno carico di arte, poesia e Bellezza: quella vera, autentica, che ogni giorno in centinaia cercate qui tra queste pagine, e sono certa, anche Oltre

Buon 2019 a tutti amici cari!

Gilda

Un blues in forma di non lettera, Julio Cortazar

Anelando l’invisibile, Odisseas Elytis

Consigli, Ennio Flaiano

Non ti arrendere, Mario Benedetti

Smisurata preghiera, Fabrizio De André

Una luce, Pier Paolo Pasolini

Mare della sera, Octavio Paz

La prima parola di un verso… R. M. Rilke

(Ai Bambini Siriani), Amarji

Tu non sai, Alda Merini

Il cielo è di tutti, Gianni Rodari

Alla mia maestra di laicità: lettera di Don Gallo a Fernanda Pivano

I ricordi, Giuseppe Ungaretti

Battendo a macchina, Giorgio Caproni

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E se non vuoi tradita
la sua semplice gloria,
sii fine e popolare
come fu lei – sii ardita
e trepida, tutta storia
gentile, senza ambizione.

G. Caproni

 

Mia mano, fatti piuma:
fatti vela; e leggera
muovendoti sulla tastiera,
sii cauta. E bada, prima
di fermare la rima,
che stai scrivendo d’una
che fu viva e fu vera.

Tu sai che la mia preghiera
è schietta, e che l’errore
è pronto a stornare il cuore.
Sii arguta e attenta: pia.
Sii magra e sii poesia
se vuoi essere vita.
E se non vuoi tradita
la sua semplice gloria,
sii fine e popolare
come fu lei – sii ardita
e trepida, tutta storia
gentile, senza ambizione.

Allora, sul Voltone,
ventilata in un maggio
di barche, se paziente
chissà che, con la gente,
non prenda aìre e coraggio
anche tu, al suo passaggio.

Giorgio Caproni, da  Il seme del piangere” (1954 – 1958) in Meridiani Mondadori, Vol I, 2009

 

* Dalla nota dell’autore al libro: “Il Voltone è nomignolo popolare della vasta Piazza Carlo Alberto (ora Piazza della Repubblica), giustificato dal fatto che sotto di essa, come sotto una grande volta, è il canale navigabile che unisce il Fosso dei Navicelli con la Darsena del Cantiere Orlando. Il Cisternone è il serbatoio dell’acquedotto di Colognole, costruzione gialla di stile neo-classico sormontata da un grandioso nicchione. In Cors’Amedeo, presso il Parterre e il Cisternone, era la palazzina dove son nato. Via Palestro è (o era) una delle vie più popolari dove ho abitato fino al ’22”

** Il seme del piangere è un breve canzoniere per la madre, Anna Picchi, che rivive in questi versi  il tempo della giovinezza, quando il poeta ancora non era nato. Anche questo componimento, quindi, volutamente semplice, è dedicato alla sua memoria.

Lettera ai bambini, Gianni Rodari

 

liberare gli schiavi
che si credono liberi.

G. Rodari

 

È difficile fare
le cose difficili:
parlare al sordo
mostrare la rosa al cieco.

Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi.

Gianni Rodari, Lettera ai bambini inParole per giocare,  Manzuoli Editore (1979)

 

[Il primo augurio e la prima speranza per il nuovo anno, per me come per voi, è di poter liberare questo mondo, sempre più oltraggiato in ogni sua dimensione dalle forme di privatizzazione sempre più pervasive e insistenti, subdole e sottili di cui purtroppo è oggi ostaggio il nostro meraviglioso pianeta, così come le specie che vi abitano compreso, l’uomo per mano di altri uomini. Il secondo è di poter credere che le generazioni future siano meno miopi di fronte all’illusione di un progresso cieco, dissacrante e criminale e possano indirizzare le nuove scoperte e conoscenze verso un’etica del bene comune. La terza è che gli uomini di oggi- noi qui, tutti- che abbiamo avuto la meravigliosa occasione di attraversare questi paesaggi, possiamo renderci conto che piccole scelte e buone riflessioni, i piccoli gesti quotidiani possono cambiare il mondo.

Grazie a tutti!

 

Gilda M]

[Foto: Wayne Miller, Children in a movie theater, 1958]

Ti Amo, Mario Benedetti

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e per la strada fianco a fianco
siamo molto più di due.

M. Benedetti

 

Le tue mani sono la mia carezza,
i miei accordi quotidiani
ti amo perché le tue mani
si adoperano per la giustizia
se ti amo è perché sei
il mio amore la mia complice e tutto
e per la strada fianco a fianco
siamo molto più di due
i tuoi occhi sono il mio esorcismo
contro la cattiva giornata
ti amo per il tuo sguardo
che osserva e semina il futuro
la tua bocca che è tua e mia
la tua bocca che non si sbaglia
ti amo perché la tua bocca
sa incitare alla rivolta
se ti amo è perché sei
il mio amore la mia complice e tutto
e per la strada fianco a fianco
siamo molto più di due
e per il tuo aspetto sincero
e il tuo passo vagabondo
e il tuo pianto per il mondo
perché sei popolo ti amo
e perché l’amore non è un’aureola
né l’ingenuo finale di una favola
e perché siamo una coppia
che sa di non essere sola
ti voglio nel mio paradiso
ossia quel paese
in cui la gente vive felice
anche senza permesso
se ti amo è perché sei
il mio amore la mia complice e tutto
e per la strada fianco a fianco
siamo molto più di due.

 

Mario Benedetti, Ti amo, da Pomas de otros, 1974

 

 

___________________________________

Te quiero

 

Tus manos son mi caricia
mis acordes cotidianos
te quiero porque tus manos
trabajan por la justicia

si te quiero es porque sos
mi amor mi cómplice y todo
y en la calle codo a codo
somos mucho más que dos

tus ojos son mi conjuro
contra la mala jornada
te quiero por tu mirada
que mira y siembra futuro

tu boca que es tuya y mía
tu boca no se equivoca
te quiero porque tu boca
sabe gritar rebeldía

si te quiero es porque sos
mi amor mi cómplice y todo
y en la calle codo a codo
somos mucho más que dos

y por tu rostro sincero
y tu paso vagabundo
y tu llanto por el mundo
porque sos pueblo te quiero

y porque amor no es aureola
ni cándida moraleja
y porque somos pareja
que sabe que no está sola

te quiero en mi paraíso
es decir que en mi país
la gente viva feliz
aunque no tenga permiso

si te quiero es porque sos
mi amor mi cómplice y todo
y en la calle codo a codo
somos mucho más que dos.

Mario Benedetti da Poemas de otros

Sirena, Mario Benedetti

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Sono convinto che tu non esista
e tuttavia ogni notte ti ascolto

t’invento a volte con la vanità
con la desolazione o la pigrizia

dall’infinito mare arriva il tuo stupore
l’ascolto come un salmo e ciò malgrado

son così certo che tu non esista
che t’ aspetto nel sogno per domani

 

Mario Benedetti, Sirena

 

[Foto: Tomasz Alen Kopera]